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I Repubblicani contro l’ufficio anti-corruzione

L’ente autonomo analizza i casi di conflitto di interessi e vigila contro la corruzione di deputati e senatori. Ma il nuovo presidente avrebbe preferito avere le mani libere
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IRepubblicani Usa prima votano per un sostanzioso ridimensionamento dell’Ethics Office, un ente indipendente, istituito contro la corruzione. Ma il 3 gennaio, giorno del voto in aula, dopo le pressioni degli elettori sono costretti a fare marcia indietro.

Succede questo: quatti quatti – nessun preavviso né c’è stato dibattito in merito –, i Repubblicani alla Camera dei rappresentanti americani, ormai in mano loro come d’altronde il Senato, votano per un sostanzioso ridimensionamento dell’Ethics Office, un ente indipendente che è diventato operativo dal 2008 dopo una serie di scandali legati alla corruzione che aveva portato tre membri del Congresso in galera. L’Office non solo controlla se pagamenti e regali ricevuti dai deputati siano in regola, così come il loro uso dei benefit per viaggi di rappresentanza o altro, ma ha un occhio attento ai conflitti di interesse. Tutto questo lunedì 2 gennaio.

Nessuno si accorge di nulla finché Robert W. Goodlatte, repubblicano della Virginia e presidente della Commissione giudiziaria della Camera, annuncia, nella serata di lunedì, che la Conferenza repubblicana ha approvato il cambiamento.

La notizia lascia sconcertati: ci troviamo all’inizio di un passaggio in cui si preannunciano – questo, almeno, il programma con cui Trump ha vinto le elezioni – rivolgimenti su tutta un’agenda di interventi, dalla Sanità alle infrastrutture, in cui è prevedibile un gran lavoro di lobbying e di interessi sostanziosi. In più, e questo è un discorso ineludibile, il nuovo presidente, che ha sempre fatto della sua biografia di ricco impren- ditore una chiave del successo, è portatore di un potenziale conflitto di interessi grande più del Congresso.

È abbastanza singolare sottrarre, proprio in questo momento, potere e indipendenza a un’istituzione di indagine sul comportamento dei deputati. I Repubblicani avrebbero voluto istituire un nuovo ente, Office of Congressional Complaint Review, che avrebbe valutato le “situazioni” dei deputati eventualmente messi sotto mirino, e si sarebbe poi relazionato con l’Ethics Office, che era stato accusato di aver ignorato episodi significativi. Insomma, in realtà la costituzione di un “filtro” che avrebbe svuotato il lavoro dell’Ethics Office. Durante la riunione dei deputati Repubblicani, Paul Ryan, che è speaker alla Camera, e Kevin McCarthy, deputato della California, uno dei leader della maggioranza, si sarebbero espressi contro la misura. In ogni caso, si decide per il voto martedì 3 in aula.

L’Ethics Office è un’istituzione bipartisan, supervisionata da un board di sei membri, che si poggia su uno staff di procuratori o altri professionisti con esperienza in investigazioni e leggi legate al corretto comportamento degli eletti e alla violazione di una qualche legge federale. Non ha alcun potere di istituire un’inchiesta, e neppure di rendere pubblico il risultato del proprio lavoro, ma solo quello di condurre indagini confidenziali, raccogliere documentazioni, basandosi su contestazioni che vengono da cittadini o dai media. Il board poi vota sul dossier raccolto e decide se passarlo all’House Ethics Committee, che a sua volta conduce una sua propria indagine. Per regola, l’Ethics Office avrebbe novanta giorni, dal momento in cui avvisa il deputato che sta conducendo un’indagine su di lui, per poi chiudere la pratica; ma negli ultimi anni è sempre finita che casi anche chiusi siano stati riaperti.

Come si può capire tutta questa storia – il rapporto tra la Camera dei rappresentanti e le istituzioni preposte a controllare se il comportamento dei suoi membri sia corretto – è molto delicata da ogni punto di vista, quello, più generale, del controllo dei poteri, e quello più circostanziato e immediato della relazione tra maggioranza e minoranza al Congresso. Ma qui è la stessa maggioranza repubblicana che inizia a andare in affanno al proprio interno.

È a questo punto che Nancy Pelosi, deputato della California e leader della minoranza Democratica, definisce oltraggioso il modo clandestino in cui la cosa era stata orchestrata: «I Repubblicani affermano di volere drain the swamp – prosciugare la palude – ma la notte prima di giurare la prima cosa che hanno fatto è togliere di mezzo l’unico sguardo indipendente sulle loro azioni. Un comportamento eticamente corretto è, con ogni evidenza, il primo caduto del nuovo Congresso Repubblicano».

La mattina del 3, giorno in cui si sarebbe votato, l’ingresso dei deputati Repubblicani sembrava trionfante. Ma si sono ritrovati le caselle di posta inondati di lettere dai loro collegi elettorali che urlavano rabbia. È a questo punto che Kevin McCarthy chiama i suoi colleghi e chiede loro se avevano proprio intenzione di continuare a trafficare con l’Office Ethics. A mezzogiorno, la decisione di svuotarlo era già rottamata. In meno di 24 ore, la situazione si è rovesciata.

Deve esserci gran confusione tra i deputati Repubblicani. Steve King, deputato dell’Iowa, continuava a difendere l’iniziativa che aveva in animo. Mark Sanford, del South Carolina, che si era opposto, lo considera ora un “piede messo in fallo”, non proprio il modo in cui tu vuoi cominciare.

In tutto questo ambaradam, Trump ha continuato a mandare i suoi tweet. Considera l’Ethics Office unfair scorretto, ma toglierlo di mezzo non gli sembra proprio una priorità. A lui interessa smantellare la riforma sanitaria di Obama e ridurre le tasse per i ricchi e «many other things of far greater importance ¿», molte altre cose di maggiore importanza. Ha preso l’abitudine di firmare questi tweet con un acronimo: DTS, drain the swamp – prosciuga la palude.

 

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