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Manconi: «Dal caso Regeni al garantismo, sinistra senza cuore»

«Non si è compreso che nel caso di Giulio c'erano il corpo e l'anima della politica. Ma non ditemi che è colpa del renzismo: o si crede a un mito falso come quello della sinistra garantista, mai esistita e oggi succube di Grillo»
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Ci sono frasi che segnano la storia. Una, a sinistra, è l’affermazione gramsciana sulla «Buona Politica» che non può esserci «senza una connessione sentimentale con coloro che vuoi rappresentare». In questi anni anni nel centrosinistra italiano ce lo si è rinfacciati, spesso, come se fosse un problema di afasia, di torpore espressivo. Invece per una voce molto autonoma tra i dem come Luigi Manconi, la perdita riguarda «il corpo e l’anima della politica». Il presidente della commissione Diritti umani torna su un tema generale a lui caro, sul quale di recente ha pubblicato, per Mimimum fax, un libro, Corpo e anima. Se vi viene voglia di fare politica. Vi torna in particolare a proposito del caso Regeni: se n’è occupato, ancora una volta, alcuni giorni fa in un intervento su quello che è pur sempre il quotidiano del Pd, l’Unità, e propone anche un link con un più specifico deficit di contenuto che si avverte a sinistra, quello sul garantismo.

«Trentacinque anni fa la sinistra non era affatto più garantista di oggi, anzi. E comprensibilmente: le garanzie sociali e i diritti collettivi sono stati per un secolo al centro della sua azione. Di conseguenza le garanzie individuali e i diritti della persona venivano trascurati. Da allora, indubbiamente, un qualche passo avanti c’è stato. È rimasta, tuttavia, una forte impronta giustizialista. E così non si riesce ad andare oltre un’attenuazione di quella cultura del populismo penale, così diffuso oltre i confini del movimento che ne è l’espressione più aggressiva, nonostante i risibili ritocchi delle ultime ore: i 5 Stelle».

Partiamo dal caso Regeni: la timidezza del Pd è stata decisiva nel mancato accertamento della verità?

Certamente il Pd e più in generale il Parlamento non hanno incalzato il governo. Sono mancate sia un’adeguata mobilitazione sociale sia un’efficace pressione sull’esecutivo. Ha prevalso un’idea che alla resa dei conti si rivela nullista, addirittura nichilista: ogni azione dell’Italia nei confronti di Al Sisi sarebbe stata impraticabile per la rigidità dello scenario geopolitico mediorientale e per gli ineludibili interessi economici.

Parliamo del limite fatale all’intera sinistra europea, schiacciata su realpolitik e pragmatismo?

Sì, ma dobbiamo parlare sia del fallimento della politica come forza autorevole e autonoma, sia della sudditanza psicologica all’idea che il potere finanziario costituisca un dominio assoluto e incontrollabile. Un’idea non solo falsa ma che rischia di essere consolatoria, in quanto induce a una serena resa. Anche per il caso Regeni in luoghi comuni come ‘ a comandare sono i petrodollari’ vedo una concezione subalterna e rinunciataria della politica.

Ma che cosa avrebbe dovuto fare il governo nei confronti del regime egiziano?

Non doveva dichiarare guerra. Semplicemente, ricordarsi che il giacimento gas di Zohr inte- ressa anche all’Egitto e che il flusso turistico dall’Italia poteva essere utilizzato come strumento di pressione democratica, o mille altri strumenti. Si è optato, invece, per la normalizzazione dei rapporti con un regime che ha sempre ostacolato il raggiungimento la verità.

Lei sull’Unità ha scritto che non si tratta di un “caso” a sé stante ma che vi si scorgono questioni che costituiscono il cuore della politica.

Nel caso Regeni come altrove si scorge un’idea tutta amministrativista e burocratica della politica. Eppure quella vicenda rimanda a tre grandi questioni: i rapporti tra uno Stato democratico e un regime dispotico, il posto da assegnare, nell’agenda delle relazioni internazionali, alla tutela dei diritti umani e il ruolo di quei ‘ giovani contemporanei’ di cui Giulio era un rappresentante esemplare, come ha detto sua madre. Tutto questo è stato ridotto nella migliore delle ipotesi a un problema umanitario, se non di filantropia. E invece si tratta del cuore della politica possibile, del suo corpo e della sua anima, della sua struttura profonda, radicata nelle sofferenze e nelle speranze degli esseri umani. Così come corpo e anima della politica dovrebbe essere la questione della povertà, che non può essere certo affrontata con un atteggiamento compassionevole.

Si riferisce anche alle politiche sui migranti?

Certo, e in generale alle disuguaglianze, che vanno affrontate partendo dalle storie di vita individuali e collettive: appunto dal corpo e dall’anima delle persone in carne e ossa. È per questo che devono giocare un ruolo importante le emozioni e quella che chiamiamo la passione politica.

A sinistra la si è smarrita?

Tutta la politica ne appare svuotata. E sinceramente, lo dico da non renziano, non vedo spazio per una critica specifica rivolta a Renzi che sarebbe colpevole di una mutazione genetica del Pd: l’assunto non mi pare regga. È un po’ come quando si vagheggia di una fantomatica sinistra garantista del tempo perduto.

Neppure questo mito sta in piedi?

Lo ripeto: oggi la sinistra è sicuramente più garantista di trentacinque anni fa. O forse possiamo dire che non lo è mai stata davvero, se non in alcune minoranze: azioniste, radicali, libertarie. Anche nel passato è sempre stata più attenta alla tutela delle garanzie sociali che a quelle individuali.

E non è cambiato nulla in quarant’anni?

Pian piano, pur senza cogliere la lezione degli anni Settanta, c’è stata un’evoluzione che però non è mai divenuta espressione maggioritaria. È giusto quanto ha detto Andrea Orlando: il giustizialismo ha surrogato altri strumenti di lotta politica, che erano rivolti al perseguimento della giustizia sociale. È un errore terribile che oggi impedisce di vedere come l’ingiustizia sociale abbia una sua articolazione per esempio nella tutela delle persone detenute o dei migranti, appunto.

Sinistra poco attenta ai migranti per derivazione giustizialista?

Il totem della legalità induce anche una parte della sinistra a vedere nell’immigrazione prevalentemente una questione di sicurezza.

Ma se ancora oggi non è abbastanza garantista, come farà la sinistra a fronteggiare Grillo?

È un fatto: sui temi della giustizia la sinistra non ha sufficiente autonomia, prova a rincorrere modelli come quello dei cinquestelle in modo magari da depurarlo delle sue degenerazioni e renderlo virtuoso. Ma è un errore grave.

Vuol dire che lei è molto pessimista, sulla contesa tra Pd e grillini.

Lo sono senza dubbio. E mi trovo, diciamo, incoraggiato nel mio pessimismo dal successo che il messaggio dei cinquestelle continua ad avere in aree dell’elettorato che furono di sinistra. Certo è triste che a dettare la linea sia un partito autoritario con tratti dinastici: dove la leadership si eredita e diventa numero due, o uno, il figlio del co- fondatore. Quando Bettino Craxi era al massimo del suo potere il figlio non andò oltre la carica di consigliere comunale.

 

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