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Bufale e censure: è colpa anche di noi giornalisti

IL DIBATTITO SULLA POST VERITÀ
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Qualche grillo berciante, in questi giorni, mette in guardia dai centri di potere “duri”, quelli reali: che vanno al di là e al di sopra delle istituzioni; che influenzano e condizionano informazione, conoscenza, “sapere”. La scoperta dell’acqua calda. Da sempre i centri di potere cercano di influenzare e condizionare gli strumenti cosiddetti di informazione. In Italia, e ovunque. Spesso si evoca lo spettro della censura, o meglio: dell’autocensura. Bufale e censure, così la stampa ha perso credibilità

Più propriamente si dovrebbe parlare di eccesso di zelo, che travalica nel servilismo. Di questo, in fondo, hanno beneficiato i dittatori e potenti/ prepotenti di ogni epoca: di cattivi giornalisti e cattivi scrittori disposti ad andare ben al di là di quello che viene chiesto loro ( Ho parlato di “cattivi”; ma lo hanno fatto e lo fanno, anche i “buoni”).

Se tutti i maggiori quotidiani e settimanali dimezzano le copie vendute, se gli indici di ascolto ( non parliamo del gradimento) dei programmi radiotelevisivi di informazione hanno percentuali da prefisso telefonico non è il risultato di un’informazione e di un “sapere” veicolato e sottratto da internet e simili. E’ perché si è persa la fiducia in quegli strumenti di comunicazione e di “sapere”, e in chi in quegli strumenti opera; cosicché si cercano fonti, “alternative”, crogiolandosi nell’illusione di averle trovate.

Proviamo a tracciarlo l’identikit dell’editore, del direttore e del giornalista ideali: l’editore ideale è quello che vuole guadagnare dal suo “prodotto”; il direttore ideale è quello che fa un giornale che da lettore acquisterebbe ogni giorno; il giornalista ideale non è quello che racconta la verità assoluta; “semplicemente” racconta il fatto nel momento in cui gli “appare”, e risponde alle cinque classiche domande: chi, dove, quando, come, perché. Il giornalismo è la verità del momento.

Se ne ricava che di giornalismo ce n’è molto poco, a disposizione. Poi si accompagna il meccanismo della mistificazione, dell’utilizzo per altri fini: fenomeno vecchio quanto il mondo. Per quel che riguarda carta stampata e televisivi, molto è stato “descritto”, anni fa, da un lucido osservatore francese, Jean- François Revel, autore de La connaissance inutile, pubblicato anche in Italia: un volume del 1988 dove, per esempio, si racconta di come venne a suo tempo diffusa la “bufala” dell’Aids fabbricato in un laboratorio militare americano, e sfuggito di mano come un Golem: una branca del Kgb fa pubblicare la notizia da un quotidiano indiano filocomunista; agenzie di stampa sovietiche la rilanciano, e la “bufala” si propaga per la felicità di tutti i dietrologi e i boccaloni dell’universo. Lettura anche oggi consigliabile, magari recuperando un non troppo datato Homo videns di Giovanni Sartori. Le cose non sono cambiate di molto: magari i mezzi usati si sono raffinati, ma le “bufale”, si tratti delle stragi alle Twin Towers volute e pianificate da Mossad e Cia, o le venefiche strisce bianche nel cielo, i microchip sottocutanei applicati a nostra insaputa o altre simili scempiaggini, trovano sempre dei gonzi che non chiedono di meglio che abboccare.

Indubbiamente ora con gli strumenti messi a disposizione dal web, i processi di mistificazione sono facilitati e più veloci. Un recente saggio di Raffaele Simone ( Come la democrazia fallisce) lucidamente “descrive” come la democrazia ci sia sfuggita di mano; come il massimo di informazione corrisponda a un livello infimo di conoscenza; come la pretesa partecipazione (“con internet siamo tutti uguali”, secondo la favola bella dei sacerdoti del web), corrisponda a un inquietante e pericoloso vuoto fatto di inconcludenti scambi di mail che nessuno legge.

Un “qualcosa” che non è solo peculiarità italiana; un “qualcosa” di totalitario, che si muove nell’aria e penetra nelle coscienze. Lo si può misurare, questo “qualcosa” nelle piccole, apparentemente insignificanti cose, basta prestare una briciola di attenzione a quello che accade intorno a noi. Produce una melassa uniforme che incombe su tutti, e tutto avvolge: una minaccia totalitaria da intendere non come qualcosa che attiene ai regimi autoritari e violenti già conosciuti. E’ piuttosto un “qualcosa” tra Oerwll e Kafka, il livellamento delle idee, la loro cancellazione. Una favorita pigrizia mentale che lascia spazi vuoti destinati a essere occupati da questo “qualcosa” caratterizzato da assenza di memoria, conoscenza, “sapere”.

L’epifenomeno di questo processo è la polemica di questi giorni. La cretinata relativa alla post- verità che agita e scimmiotta un Beppe Grillo, con l’allegato della pretesa di un’impunità orgogliosamente rivendicata per quel che riguarda le scempiaggini che si possono diffondere attraverso la rete; il web con licenza di uccidere… Ma certo: ci si muove su un crinale delicatissimo, un terreno scivoloso; certo: si pongono mille problemi relativi alla libertà di espressione e di comunicazione. Certo: i “paletti” di garanzia facilmente si possono mutare in strumenti di ulteriore censura e manipolazione. Tutto vero. Ma questi rischi sono già incombenti, e non sono certo evitati dalle corbellerie di un grillo e dalle sue giurie popolari per valutare le bufale in rete ( giurie elette come i candidati da presentare nelle liste pentagrilline?).

Per alcuni mesi sono stato direttore responsabile di un settimanale satirico che ha fatto storia, “Il Male”. Un onore, che mi ha procurato una sessantina tra querele e denunce, per tutto: perfino la divulgazione di segreto militare per la pubblicazione di una cartina dell’isola della Maddalena ricavata dall’Enciclopedia e un soggiorno di una settimana a Regina Coeli. Personalmente ho fatto un giuramento solenne a me stesso: mai e poi mai querelerò qualcuno, qualsivoglia mi si possa dire e accusare. Non cambio idea, ma non capisco perché nel social si può scrivere e sostenere di tutto, protetti dall’anonimato. E’ un qualcosa di molto vigliacco, sono questi abusi che “giustificano” le contro- misure che si intendono adottare e si adotteranno.

Quanto alle “bufale”, torno al discorso d’inizio: devono essere gli editori, i direttori, i giornalisti a conquistarsi una loro credibilità, meritare la fiducia che chiedono. Malati zelo, di servilismo, si raccoglie oggi quello che per anni e anni si è seminato. A tutti noi chiedo: ci sono questioni, tematiche che non vengono mai affrontate, discusse, approfondite, fatte conoscere. Quanti dibattiti e confronti sulla madre di tutti i problemi italiani, la giustizia e come ( non) viene amministrata, in questo paese? Durante le feste di Natale dirigenti e militanti radicali hanno organizzato visite ispettive in decine di carceri. Qualcuno ne ha scritto, parlato, lo ha saputo? In occasione della Marcia dedicata a Marco Pannella e papa Francesco per l’amnistia, circa ventimila detenuti hanno digiunato per due o tre giorni, nomi, cognomi, messaggi che hanno costituito un poderoso volume che sarà consegnato al Pontefice, al presidente della Repubblica Mattarella, al ministro della Giustizia Andrea Orlando. Ventimila detenuti che adottano uno strumento di lotta nonviolenta, un qualcosa che per le sue dimensioni e la sua portata si può accostare alle lotte gandhiane o a quelle di Martin Luther King. A parte il filosofo Aldo Masullo, qualcuno si è accorto e ha riflettuto sulla portata di questo evento? Ecco, partiamo da qui, per cercare di capire perché non si è credibili, non si viene percepiti come attendibili, perché furoreggiano le “bufale” nel web. Signori, questa pigrizia, questa indifferenza è il “qualcosa” di totalitario che ci opprime, ottunde, minaccia. Il “vuoto” che consente spazi alle corbellerie di grilli bercianti, e di conseguenza ad “antidoti” destinati ad essere più dannosi dei mali che intendono curare.

 

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