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Aleppo, la strage di Assad e Putin vincitori e impuniti

Sconfitti i ribelli che si arrendono senza condizioni all'asse Damasco-Mosca, la città siriana è un cimitero a cielo aperto: la furia dei lealisti non ha risparmiato neanche donne e bambini e la denuncia dell'Onu è un grido nel silenzio
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«Nessuno dei crimini che avete fatto vi è entrato sotto pelle? Siete davvero incapaci di provare vergogna? » la risposta alla domanda che Samantha Power, ambasciatrice Usa all’Onu, ha rivolto ai rappresentanti di Siria, Russia e Iran è « evidentemente no » .

Non prova vergogna chi per più di quattro anni ha bombardato una città con tutte le armi a disposizione, ha assediato e ridotto alla fame 250mila persone, ha carbonizzato e giustiziato decine di civili in fuga. Questo è quello che succede ad Aleppo, che da roccaforte dell’opposizione al presidente Bachar al Assad è diventata lo scalpo che lo stesso Assad è pronto a mostrare al mondo intero. O forse no, forse non sarà Assad a mostrarlo. Saranno i suoi comandanti: i russi che nella tarda serata di martedì hanno negoziato con la Turchia il cessate il fuoco, o gli iraniani che hanno infranto quell’accordo la mattina successiva.

Sembrava finita martedì sera, quando sia i russi che i turchi avevano annunciato la fine delle operazioni militari ad Aleppo est e l’inizio dell’evacuazione dei combattenti e delle centinaia di migliaia di civili. Non si sapeva ancora dove queste persone sarebbero state dirottate, se nella provincia di Idlib, dove il regime sta ammassando sotto le bombe le ultime sacche di resistenza per poi completare la riconquista, o nelle zone controllate dai governativi. Non si sapeva, ma l’opinione pubblica già tirava un sospiro di sollievo: meglio che morire sotto le bombe. Non la pensavano così gli aleppini che affidavano a media e social network le loro ultime parole: « Stanno venendo a prenderci per ucciderci. Lo abbiamo già vissuto e lo rivedremo » ; « Questo è probabilmente il mio ultimo messaggio video. Il mondo si ricordi di Aleppo » ; « Ci metteranno in carcere e ci tortureranno. Oppure ci ammazzeranno qui ».

Timori che hanno già trovato conferma nei giorni scorsi, quando l’avanzata delle truppe di Assad e dei suoi alleati iraniani a capo di milizie sciite irachene e dei libanesi Hezbollah, ha lasciato sul campo oltre 4mila vittime.

Non proprio vittime di una guerra “ normale”: « Ci sono decine di civili uccisi, tra cui donne e bambini, rastrellati in quattro quartieri della città. – ha detto il segretario generale dell’Onu Ban Ki Moon – Sappiamo di giovani uomini fatti sparire, probabilmente per essere arruolati a forza nell’esercito governativo, e di rastrellamenti forzati. Abbiamo visto video scioccanti di cadaveri in fiamme nelle strade » . Tutto questo è già successo, altro sta accadendo in queste ore. Lo raccontano i White Helmets, i volontari di Aleppo che da mesi soccorrono i feriti dei bombardamenti russo- siriani, in un dispaccio tradotto e diffuso da Osservatorio Iraq martedì notte: « Le bombe cadono mentre scriviamo. Ad ora restano 100mila civili intrappolati in un’area di cinque chilometri quadrati, con bombardamenti senza sosta, barili- bomba e avanzamento delle truppe sul terreno. Oltre 500 persone hanno trovato rifugio in un edificio. Persone che sono rimaste sottoterra per giorni. Non possiamo credere che i Paesi più potenti del mondo non possano fare niente per salvare 100mila anime in cinque chilometri quadrati. Sappiamo – concludono – che c’è il piano di portarci fuori attraverso i quattro chilometri di Aleppo ovest: con poche dozzine di pullman e camion potremmo essere tutti evacuati in 24 ore. Ma anche per questo c’è bisogno di assicurare protezione e salvezza ai loro operatori e a noi » .

Effettivamente gli autobus c’erano, ieri. Tappezzati di bandiere e immagini di Assad, alle 4 di mattina erano pronti ad Aleppo Sud per cominciare l’evacuazione come da accordi. Ma sono rimasti vuoti e fermi per ore, perché quell’evacuazione non c’è mai stata. Alle prime luci dell’alba, 14 colpi di mortaio sono caduti sulla zona da evacuare, sparati dalle forze governative. Secondo fonti militari russe i mortai erano una risposta all’attacco dei ribelli che non hanno voluto arrendersi, secondo gli attivisti e l’opposizione locale è tutta un’altra storia: « Gli iraniani hanno respinto l’accordo raggiunto dalla Russia e ora stanno attaccando » ha detto il presidente dell’ufficio politico dei ribelli, Zakaria Mahifyi. Il coordinatore Abdelmoneim Zeinedin ha precisato che « l’Iran non vuole applicare l’accordo a meno che esso includa clausole speciali sugli interessi sciiti su Fua e Kefraya » , le due località a maggioranza sciita accerchiate dai qaedisti di Jabhat Fatah al Sham ( la vecchia Jabat al Nusra). Mentre altre versioni incolpano direttamente Assad per la ripresa dei combattimenti, « infastidito per essere stato escluso dalle trattative fra Russia e Turchia » , soprattutto perché non agli ufficiali siriani non è stata fornita la lista con i nomi di coloro che sarebbero stati evacuati. Fatto sta che ad Aleppo est si è ripreso a combattere e addirittura i caccia siriani sono tornati a gettar bombe su quel fazzoletto di cinque chilometri quadrati.

Ieri Erdogan e Putin si sono sentiti al telefono per rimettere in piedi il cessate il fuoco e l’evacuazione dei civili. L’auspicio è che gli aleppini rimasti possano lasciare la zona di guerra in tutta sicurezza, con la supervisione dei caschi blu dell’Onu, come chiedono la Francia e gli Stati Uniti, che finora non sono stati mai interpellati. Aleppo cadrà, è solo questione di giorni, forse di ore. Assad avrà il suo scalpo e le tonnellate di aiuti umanitari bloccati per giorni alle porte di Aleppo potranno entrare in una città deserta e sventrata. Su quelle macerie e sull’impotenza di quegli aiuti sorgerà la nuova Siria, comandata ancora da chi ha voluto distruggerla.

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