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Quando anche Alcide De Gasperi voleva cambiare la Costituzione

La riforma della nostra Carta è un pensiero che attraversa la storia repubblicana. Ma il dibattito si è invece banalizzato
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Il referendum sulla proposta di riforma costituzionale su cui voteremo domenica prossima, checché se ne possa pensare ad un esame poco attento, segna un passaggio niente affatto banale nella nostra storia repubblicana. Sostanzialmente, per due motivi: perché il quadro istituzionale influenza sempre in maniera rilevante lo sviluppo sociale, economico, politico, civile, di un paese; perché questa non è affatto una piccola riforma, mettendo davvero tanta carne sul fuoco (in quanti, anche fra quelli che ne sproloquiano a ogni pie’ sospinto, se la sono letta fino in fondo?). Considerare perciò come in queste settimane il dibattito si sia banalizzato, e direi incarognito, fa veramente pena al cuore: una discussione stringente, anche accesa e divisiva, sulle regole generali del vivere comune avrebbe potuto rappresentare, per il Paese intero, un importante momento di generale autocoscienza (le Costituzioni, d’altronde, sono un po’ la coscienza di un popolo). Il fatto è che purtroppo noi viviamo in un Paese in cui la morte delle ideologie è stata sostituita dalla loro parodia, con il risultato che comunque continuiamo a non saper affrontare in modo pragmatico le questioni che ci si porgono di fronte. Né tantomeno sappiamo collocarle in un orizzonte storico e complessivo che travalichi lo spirito di fazione del momento.Diceva Cuoco…Diciamo subito, a scanso di equivoci che la Costituzione Perfetta non esiste, come già ammoniva Vincenzo Cuoco dopo il fallimento del tentativo giacobino del 1799 napoletano, dovendosi sempre tenere in debito conto le cangianti condizioni di tempo e luogo a cui essa va ad applicarsi. E perfetto non può essere a maggior ragione un progetto come questo che è il frutto di un’infinità di passaggi e mediazioni parlamentari. D’altro canto, i quesiti referendari, per loro natura, chiamano a un giudizio complessivo su materie anche composite come in questo caso. Quello che perciò ci si dovrebbe chiedere è semplicemente se gli elementi positivi della riforma superano quelli negativi, o viceversa, e quindi votare in conseguenza. Ma chi fa questo, in primo luogo fra i fautori del no? Certo, c’è chi vota no perché crede che la nostra Costituzione sia stata e resti “la più bella del mondo”, e che perciò non vada cambiata, o almeno non nel senso di marcia qui indicato (alcuni vogliono ancora oggi rendere “operante” una Costituzione che giudicano “tradita” e mai compiutamente “attuata”). Costoro sono certamente nel torto, ma, nella misura in cui sono in buona fede, vanno giudicati avversari e le loro idee vanno rispettate. Chi vota no, però, generalmente lo fa per motivi strumentali: fare un dispetto a Renzi o, addirittura, mandarlo a casa (c’è in verità anche un’altra categoria, quelli che votano no perché la riforma è troppo timida, ma costoro rientrano nella categoria dei perfettisti di cui abbiamo già parlato: una categoria di aspiranti giacobini e rivoluzionari e non di liberali riformisti, la categoria di chi vuole tutto e subito e non attraverso solidi passi graduali ma solidi). Voler mandare a casa Renzi per via referendaria significa però spostare il discorso dal merito del referendum agli effetti del voto: economici, politici, sociali. È un aspetto da tener presente, giusta la liberale etica della responsabilità, ma che si sgonfia davanti alla sola e semplice considerazione che un’alternativa di governo a Renzi, per tanti versi auspicabile, al momento non esiste. Almeno che non si voglia tornare ai “governi tecnici”, i quali per loro natura, oltre a non essere mai propriamente, tecnici hanno contro indicazioni di vario e diversificato tipo. In ogni caso, c’è anche una responsabilità più impellente e non più procrastinabile, di cui dobbiamo farci carico: cominciare a sciogliere i nodi attorno a cui si è arenata l’Italia repubblicana, che risalgono alla sua origine (“la natura delle cose è nel suo nascimento”, diceva Vico).La direzione giustaIn maniera a volte confusa, a volte contraddittoria, cioè in modo appunto non perfetto, questa proposta di riforma si muove nella direzione giusta e da sempre auspicata. È in questo orizzonte storico e generale che io ho perciò da subito posto il problema, non avendo nessun dubbio sulla sua soluzione. Solitamente si dice che si discute di riforma costituzionale da trenta anni, che da trent’anni si è provato a rendere più efficiente il nostro sistema, palesemente non in grado di risolvere le nuove sfide. In verità, il problema fu presente già nella prima legislatura repubblicana, tanto che già nel primo anno del suo governo (1948-1953) De Gasperi affidò a Meuccio Ruini il compito di rendere più efficiente il procedimento legislativo lungo due direttrici: superamento del bicameralismo paritario e semplificazione e accelerazione dell’iter legislativo. Sembra incredibile, ma è così. Poi, come un fiume carsico, come suol dirsi, i tentativi di riformare, almeno in questo senso, la Costituzione percorreranno tutta la storia della Repubblica, la prima come la seconda. I più recenti soprattutto ben li conosciamo e non vale troppo la pena in questa sede di dilungarvisi. La loro storia, ma soprattutto la storia del loro intreccio con lo stallo decisionale e il declino sempre più inesorabile del nostro Paese, è ricostruita in maniera magistrale in uno dei più bei libri che abbia mai letto sulla storia dell’Italia repubblicana, a cui mi permetto di rimandare: il recente L’arte del non governo di Piero Craveri (Marsilio editore). In questo libro si può osservare come la Costituzione che già di per sé non risolveva in modo netto il problema della decisione politica si sia poi sempre più complicata, in direzione di un indecisionismo e consociativismo di massima, man mano che una Costituzione materiale si è affiancata a quella formale e man mano che quella stessa formale si è “attuata” in alcuni suoi punti non secondari (ad esempio con la creazione negl 1970 degli enti regionali). Perché la Costituzione italiana avesse questi elementi nel suo seno, è facile dirlo: essa nasceva in un determinato contesto e periodo storico. Il contesto era dato da quelle forze che avevano combattuto il fascismo, prima in clandestinità e poi nella Resistenza e che avevano dato origine ai comitati di liberazione nazionale che avrebbero costituito il nucleo dei primi governi post fascisti.Ovviamente, l’Italia fu liberata in primo luogo dagli alleati, ma l’unica classe dirigente che si trovò allora non compromessa con il deposto regime era quella resistenziale. Di essa facevano parte, in posizione predominante fra l’altro, i comunisti, i quali avevano in verità l’idea di instaurare in Italia una “democrazia socialista” di ispirazione sovietica: quindi un altro totalitarismo. Essi, anche e soprattutto per “vincoli internazionali, furono costretti ad un gioco democratico che non era propriamente il loro, tenendosi sempre aperta però una via di uscita e cercando influenzare la Repubblica il più postille preparando il terreno all’alternativa che avevano in mente. L’ideologia dell’antifascismo su cui si costruì la Repubblica cercava di tenere in piedi quanto più possibile forze così eterogenee, quelle che costituivano appunto il cosiddetto “arco costituzionale”. D’altronde, la dispersione del potere che ne derivava, oltre che a questa esigenza, rispondeva anche a quella di evitare l’emergere di un “uomo forte”, cioè di un nuovo dittatore. La centralità del parlamento, costruito fra l’altro su rigide basi proporzionalistiche, e che nella forma che da noi assunse (cioè senza la possibilità da parte del governo di influenzarne in modo significativo l’agenda dei lavori), voleva rispondere proprio a questa esigenza.Ora, è chiaro che questa situazione, complicatasi e incancrenitasi ulteriormente nel corso degli anni, non possiamo più permettercela, se solo vogliamo avere qualche chance di governare il sistema e di fermare il declino. A un liberale come me non è mai piaciuta nemmeno la prima parte della nostra Carta, per la sua insistenza su valori “socialisti”, a cominciare dal lavoro che il primo articolo pone a fondamento della Repubblica, per la sua astratta insistenza sui diritti sociali a discapito delle libertà individuali. Ma non è questo qui il punto. Qui si ragiona sulla forma di governo, per renderla più efficace e nello stesso tempo più controllabile, quindi più democratica, come è d’altronde è in tutti i paesi occidentali. L’efficacia si ottiene aumentando il potere dell’esecutivo, certo, ma anche conservando e rafforzando le istituzioni di garanzia. Il potere, per un liberale, deve essere minimo, ma anche concentrato e controbilanciato. La dispersione e sovrapposizione dei poteri ha infatti come risultato di non renderli individuabili con chiarezza e quindi nemmeno controllabili. In una parola, in un ordinamento dei poteri come il nostro, come quello cioè sancito dalla nostra Costituzione (quella formale e materiale insieme), ciò che va perduto è nientemeno che il principio di responsabilità. Quello che, connesso alla chiara imputabilità delle azioni di governo, permette altrove all’elettore di giudicare con cognizione di causa le amministrazioni che si succedono. La “deriva autoritaria”, che era un pericolo evidente al tempo dei Padri costituenti, cioè dopo venti e più anni di regime, oggi sicuramente non esiste più, se non altro perché in tutti questi anni è maturata una coscienza e uno spirito democratici e persino iperdemocratici. E, in ogni caso, essa si combatte, ripeto, con gli istituti di garanzia, che in questa riforma restano e su alcuni punti vengono anche rafforzati, non con la frammentazione dei poteri e la lentezza e l’indecisionismo del sistema. Il quale in questi anni, proprio per i clamorosi stalli che creava, è stato arginato con l’uso improprio, da parte degli esecutivi, dei decreti leggi, dei maxiemendamenti e dei “voti di fiducia”. Pratiche che sono ora regolate e che, esse si, dovrebbero giustificare l’allarme autoritario dei professionisti dell’ “emergenza democratica”. In definitiva, direi che in questa riforma c’è molta ciccia e che, più o meno ben realizzata, c’è una visione d’insieme che la ispira. È questa “filosofia” generale che dobbiamo domenica giudicare in negativo o in positivo.*Membro fondatore del comitato LiberSi

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