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Cossar: «Hanno voluto punire Martina Levato togliendole il figlio»

La donna era stata condannata insieme ad Alexander Boettcher per una serie di aggressioni con l'acido
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«I provvedimenti presi finora da pm e giudici sul caso del figlio di Martina Levato, – l'ex studentessa condannata per una serie di aggressioni con l'acido -, sono indicativi di un piano preordinato per toglierle il figlio, nato più di un anno fa. Un piano che è stato attuato calpestando i suoi diritti di madre e detenuta». Era quanto aveva scritto l'avvocato Laura Cossar, legale della ragazza, esperta di diritto di famiglia, nella memoria conclusiva depositata al Tribunale per i minorenni di Milano chiamato il mese scorso a decidere se dichiarare o meno adottabile il piccolo. L'avvocato Cossar è convinto che i periti del Tribunale, che avevano accertato la incapacità genitoriale della giovane e anche dell'ex amante Alexander Boettcher, «hanno agito come giustizieri sociali»senza fornire, però, i «pareri giuridici» che erano stati loro richiesti. La difesa della Levato chiedeva che la ragazza potesse stare con il figlio, collocato da oltre un anno in una casa famiglia, in un istituto di custodia attenuata per madri detenute (Icam). Inoltre l'ex studentessa, sempre attraverso il suo legale, aveva chiesto ai giudici all'interno del procedimento di adottabilità del figlio, di dichiarare la decadenza della patria potestà di Alexander Boettcher. L'ex fidanzato della Levato è stato condannato come lei per una serie di aggressioni con l'acido.L'avvocato Cossar, in merito all'affido, aveva messo in evidenza che per legge «un minore ha diritto a rimanere nella sua famiglia e che per questo lo Stato deve fornire sempre un aiuto affinché ciò si concretizzi». In questo caso, l'aiuto a una madre detenuta prevede che la donna possa andare con il figlio all'Icam. In subordine, la difesa della Levato chiedeva un «affido etero familiare»: ossia che il bambino venisse affidato temporaneamente ad un'altra famiglia, potesse vedere la madre in carcere, e poi tornare a vivere con lei in futuro. L'avvocato Cossar non chiedeva l'affidamento ai nonni materni. Peraltro la ragazza in questi ultimi mesi avesse seguito un percorso trattamentale assumendosi le proprie responsabilità per i delitti commessi con l'acido.L'avvocato Cossar precisava come il pm minorile Annamaria Fiorillo (che aveva ribadito la richiesta di adottabilità parlando di "irreversibile incapacità genitoriale" della coppia) avesse agito con un "preconcetto", allontanando "il figlio dalla madre anche prima che nascesse" e basandosi su una perizia disposta dai giudici penali del primo processo alla coppia (quello sul caso di Pietro Barbini), poi superata dal "percorso di rieducazione" della ragazza.E anche il Tribunale, come sostiene la difesa, subito dopo la nascita del piccolo, seguendo la linea del pm, aveva diviso la madre dal figlio, non permettendo che lei andasse all'Icam "come invece stabilito dal Gip il 12 agosto 2015". Per la difesa Levato (il perito di parte è Gustavo Pietropolli Charmet), infine, le due psichiatre nominate dal Tribunale per la perizia sulla capacità genitoriale hanno svolto, in sostanza, solo considerazioni "emotive". La sentenza del Tribunale per i minorenni, presidente relatore il giudice Emanuela Gorra, è stata depositata il 6 ottobre scorso. Dichiara lo stato di adottabilità del minore, rigettando tutte le richieste della difesa. Un sentenza che non lascia, dunque, alcuno spiraglio. Stroncando in radice ogni velleità della Levato, «totalmente inadeguata ad assicurare al minore un tempestivo inserimento in un contesto familiare di accoglienza, allo scopo di evitare pregiudizio nel suo percorso evolutivo».Avvocato, se l'aspettava una sentenza così dura?Si. Era una sentenza già scritta. I giudici hanno sostanzialmente voluto aggravare la condanna inferta in sede penale con una sorta di "pena accessoria" rappresentata dall'allontanamento definitivo del figlio. I giudici hanno ritenuto che la Levato non potesse essere una brava madre in grado di "garantire uno sviluppo ottimale, armonico ed equilibrato sotto ogni punto di vista" del figlio. Le consulenze che abbiamo fatto fare dimostravano il contrario. Oltre all'insussistenza dei requisiti di legge per dichiarare l'adottabilità. Il minore non è in stato di abbandono. Eppure tutto ciò non è stato preso in considerazione nelle motivazioni della sentenza.Il Tribunale per i minorenni di Milano non vi ha dato alcuno spazio?L'indirizzo seguito è stato quello del massimo rigore. Il Tribunale ha, infatti, ritenuto che non valga ad escludere lo stato di abbandono di un minore, circostanza questa che costituisce il presupposto della dichiarazione di adottabilità, che vi sia la presenza di una assistenza fisica e morale per il bambino garantita da genitori o familiari. Occorre molto di più. Che questo contesto familiare prefiguri un futuro di sviluppo ottimale per il minore "da ogni punto di vista". Un livello di genitorialità massimo. Un indirizzo che, se portato ad estreme conseguenze, potrebbe condurre a risultati concreti aberranti laddove vi siano contesti familiari deficitari in periodi di grave crisi economica.Farete appello alla sezione per i minorenni?Certo. Sperò, però, che si spengano i riflettori su tutta questa drammatica vicenda. Questo soprattutto nell'interesse del bambino. Sua madre è già stata dichiarata colpevole con una pesantissima condanna a fronte dei gravissimi fatti commessi per i quali si è assunta la responsabilità. Perdere il bambino sarebbe una condanna ulteriore.Ma adesso il bambino dov'è?E' presso una famiglia.

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