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L'impegno mio e di D'Alema per una riforma seria e condivisa

Oggi a Roma l'incontro: la carta va modificata, ma bene
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Dopo la vittoria del No al referendum non scenderà il diluvio né arriverà l'invasione delle cavallette: si sgombererà invece il campo da una riforma sbagliata e da un governo arrogante, e si creeranno le condizioni per il ritorno a una fisiologia democratica e, in prospettiva, per una riforma vera, seria e condivisa.Nel frattempo, visto che il presidente del Consiglio tratta le istituzioni democratiche come farebbe con una cartata di prosciutto da acquistare un tanto al chilo in salumeria, e sembra in grado di sfoggiare come unico argomento quello della contabilità delle poltrone, siamo pronti a sfidarlo anche su questo terreno, e anzi a rilanciare.E' questo il senso dell'iniziativa assunta dalle fondazioni Italiaeuropei di Massimo D'Alema e Magna Carta, che oggi pomeriggio riuniranno presso la Residenza di Ripetta a Roma un ampio schieramento di parlamentari e costituzionalisti. Con molteplici obiettivi. Uno: fare della trasversalità una virtù, perché quando si mette mano alle regole comuni che disciplinano la vita di una nazione, e quando la scelta è fra un Sì e un No, la norma è la formazione di fronti compositi ed eterogenei, mentre l'anomalia è l'ostinata solitudine del premier e dei suoi pochi sodali. Due: contrastare la campagna di terrorismo psicologico portata avanti dal governo, secondo la quale la vittoria del No rappresenterebbe un viaggio di sola andata verso il baratro e inibirebbe qualsiasi tentativo di riforma da qui ai secoli prossimi venturi. Tre: dimostrare che una riforma vera è possibile. Quattro: sottrarre ogni alibi al presidente del Consiglio (per curriculum e storia personale prototipo perfetto della "casta"!) presentando fin da ora, con l'adesione dell'intero fronte del No e l'impegno ad approvarlo prima del termine della legislatura, un disegno di legge che riduca a 400 i deputati e a 200 i senatori, tutti eletti dai cittadini, cosicché il totale dei deputati e dei senatori sia addirittura inferiore al numero dei componenti della sola Camera politica di cui alla riforma renziana. Cinque: mettere in campo, come ulteriore misura realizzabile in poco tempo nelle more di una riforma più ampia e organica, la proposta di una commissione paritetica di conciliazione che intervenga per accelerare l'iter di formazione delle leggi e approvarne il testo definitivo in caso di lettura difforme da parte dei due rami del Parlamento.Non si tratta di inseguire la propaganda renziana sul suo terreno. E, del resto, proprio una svista contenuta nella prefazione a firma Maria Elena Boschi di un libro intitolato Perché Sì, rivela quanto sia indigesto per il governo rinunciare al diritto di primogenitura sul fronte della riduzione del numero dei parlamentari e dover ammettere, su questo terreno, chi sia l'inseguitore e chi l'inseguito. Scrive infatti il ministro che «per la prima volta il Parlamento ha ascoltato e ha votato una riforma che riduce il numero dei parlamentari e il costo della politica». Questa, per utilizzare un linguaggio boschiano, è una bugia perché già nel 2005, durante il governo del centrodestra, le Camere avevano votato il proprio dimagrimento (nella riforma costituzionale poi bocciata dal referendum del 2006). Chissà perché, peraltro, l'esecutivo mette da parte la sua baldanza e diventa timido e sfuggente quando si tratta di metter mano ai veri costi della politica: il pozzo senza fondo delle società municipalizzate e partecipate, che ogni anno drenano miliardi e miliardi dei cittadini in termini di sprechi, opacità e inefficienza nei servizi. Ma niente da fare, quando si apre questo capitolo, oltre a un tweet e a qualche slide non si riesce ad andare.Sempre in tema di costi, bisognerebbe chiedersi quanto è costata al Paese la revisione del Titolo V del 2001 quanto a conflittualità istituzionale, incertezza del diritto e conseguente fuga degli investimenti produttivi. La risposta è che quella perniciosa riforma ci è costata tantissimo: qualche punto di Pil. Eppure, a giudicare dalle vicende dei nostri giorni, sembra che da quella lezione non si sia tratto alcun insegnamento. La morale della favola brutta del Titolo V è infatti che non è vero che una riforma purchessia è comunque un bene. Quando si maneggia la legge fondamentale dello Stato, il mito del cambiamento fine a se stesso non funziona e solitamente produce effetti contrari rispetto a quelli che ci si prefigge. La Costituzione non è un totem intoccabile, ma essa può essere cambiata solo se lo si fa in meglio. Non è vero che una cattiva riforma è meglio di nessuna riforma. E la notizia che oggi pomeriggio tutti insieme daremo agli italiani è che la vittoria del No non significherà nessuna riforma, ma l'impegno per una riforma migliore.Sappiamo bene che – sebbene sia il solo argomento che il premier è in grado di esibire nei suoi alluvionali monologhi televisivi – la riduzione del numero dei parlamentari e lo snellimento del procedimento legislativo non costituiscono una riforma organica. Tuttavia si tratta di un segnale importante e di un inizio che rappresenta un impegno preciso. Dopo aver restituito al Paese una speranza e una fisiologia democratica con la vittoria del No, ci sarà una finestra di opportunità nel tempo che occorrerà al Parlamento per varare una nuova legge elettorale. Occupiamola, e occupiamola bene. Sarà un segnale per gli italiani che un metodo diverso è possibile. Che persone politicamente distanti possano scrivere insieme le regole che appartengono a tutti. Che con la vittoria del No non finisca il percorso riformista: comincia il cammino di una riforma vera.

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