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Orlando: «Se l’articolo di una legge non piace all’Anm non vuol dire che tutta la legge fa schifo»

Il ministro della Giustizia al Congresso nazionale forense: «Sì al confronto con Davigo, ma la riforma del processo penale va approvata. Sui rapporti tra vicende giudiziarie e politica si torni alla presunzione di non colpevolezza»
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Basterà un’avvocatura dalla rappresentanza più incisiva per riequilibrare i pesi nella giustizia? Andrea Orlando attende “la prova dei fatti”, ma intanto  incassa il “segnale importante” arrivato da Rimini. Il ministro della Giustizia interviene dal palco del trentatreesimo Congresso nazionale forense e accoglie come un “buon auspicio” la svolta verso una più coesa rappresentanza politica degli avvocati. Gli sarà utile quando farà i conti con l’Anm. “Non è che se l’Anm dice che un dettaglio di un provvedimento non le è gradito, vuol dire che l’intera legge fa schifo”. Lo dice con chiarezza, il ministro della Giustizia, anche in vista del confronto tra il governo e l’Associazione nazionale magistrati sulla riforma del processo penale. “Adesso passeremo per questa interlocuzione”, conferma il guardasigilli dopo che il premier Matteo Renzi aveva prefigurato l’ennesima “verifica” con le toghe. “Ma poi”, avverte Orlando, “io credo che sia assolutamente necessario passare all’approvazione del disegno di legge, pur consapevoli delle difficoltà che ci sono sui numeri e dunque con tutte la cautela necessaria”.
È un impegno che il ministro prende di fronte a una platea di quasi duemila avvocati, nell’intervento clou dell’ultima giornata di assise. Nella sala plenaria, al Palacongressi di Rimini, Orlando è intervistato dal giornalista del “Sole-24 Ore” Giovanni Negri. Il colloquio live è di fatto l’occasione, per il guardasigilli, utile a ribadire un “alleanza strategica” con l’avvocatura. Sul tavolo ci sono le riforme di sistema – il ddl sul penale ma anche la legge delega sul processo civile, ferma in cosa sempre a Palazzo Madama – ma Orlando si impegna anche per alcune misure che riguardano in modo specifico la categoria. “Dedicherò l’ultima parte del mio mandato a anche a una disciplina per l’equo compenso”, assicura il responsabile della Giustizia, “misura necessaria una volta acquisito il fallimento di impostazioni affidate all’esclusiva sovrana regia del mercato”. Allo stesso modo Orlando si impegna a occuparsi dei “diritti delle avvocate in gravidanza”. Il suo intervento è ampio, rivisita l’intero arco degli interventi compiuti o impostati nel corso del mandato, e a volte suona anche come l’evocazione dei rischi che si correrebbero se in futuro a via Arenula si insediasse un inquilino non così disponibile al dialogo come lo è stato lui.
Cosa cambia nel rapporto politica-avvocatura con la nuova rappresentanza forense. “Auspico che si vada nella direzione di un rapporto ancora più produttivo, con il sottoscritto o con i miei successori. Ora c’è una cultura diffusa che guarda con insofferenza al tema delle garanzie e dei diritti, per questo una più forte unità dell’avvocatura diventa una forza della democrazia. C’è un’opportunità, sui principali dossier non ho praticamente mai visto una posizione unitaria: il più delle volte rappresentanza istituzionale e rappresentanza politica si sono trovate in disaccordo, come sulle specializzazioni. E io a mia volta mi trovavo a scontentare una parte nel momento in cui provavo a venire incontro all’altra. Mi auguro che la scelta fatta in questo Congresso renda tutto più semplice. E che per l’avvocatura possa discenderne una rappresentazione meno macchiettistica”.
Presenza degli avvocati nei Consigli giudiziari. “È necessario arrivare a una nuova impostazione che preveda il diritto di voto per i rappresentanti dell’avvocatura all’interno dei Consigli giudiziari anche a proposito delle valutazioni di professionalità dei magistrati. Tanto per intenderci, non è possibile che siano solo questi ultimi a esprimere i giudizi, perché se il Consiglio giudiziario deve scattare una fotografia sulla attività degli uffici, non è che può trattarsi di un selfie”.
Provvedimenti in favore delle donne avvocato. “Sono convinto che ne dovremo assumere, e il tema deve riguardare la giurisdizione nel suo complesso. In Marocco ho incontrato il presidente della Corte suprema, non parliamo di un Paese arretrato ma certo non uno dei modelli di sistema a cui tradizionalmente si guarda. Ebbene, si lamentava del fatto che nel Csm del Marocco ci fosse solo un terzo di donne, ho evitato di far presente che nel nostro ce ne sono solo due. Penso che il nuovo organismo di rappresentanza dell’avvocatura debba istituire una commissione che si occupi di proporre misure sulla condizione delle donne avvocato e di quelle che in generale operano nel mondo della giurisdizione. Sarebbe ora che nei palazzi di giustizia fossero previsti anche spazi per i bambini. Cominciano ad essercene nelle carceri, non credo che ci siano problemi a crearne anche nei Tribunali. Sul legittimo impedimento delle avvocate in gravidanza? Sono molto convinto della necessità di questa scelta. Una donna in gravidanza ha difficoltà a frequentare i Palazzi di giustizia, e bisogna anche riconoscere la sua specifica condizione all’interno del sistema del processo”.
Il rapporto tra inchieste giudiziarie e politica. “Sono il titolare dell’azione disciplinare per i magistrati, dunque non è il caso che mi pronunci nel merito dei processi arrivati a conclusione nelle ultime ore. In generale ci sono evidentemente tre disfunzioni. Un processo penale che funziona male, innanzitutto, che si presta a usi impropri. Ecco perché approvare la riforma è importante. Nel disegno di legge all’attenzione del Senato si affronta tra l’altro un tema non banale come l’utilizzo improprio delle intercettazioni. C’è una seconda questione, relativa all’uso che la politica fa dei processi. Che se ne discuta è salutare, ma non secondo uno schema per cui uno è indulgente con i suoi e intransigente con gli altri, evidentemente è questo un modello di uso strumentale dei processi. Siamo dunque al caso in cui la giustizia diventa un presupposto della lotta politica, praticamente il surrogato a cui si ricorre per carenza di idee. E il fenomeno avviene non solo tra una forza politica e l’altra, ma anche all’interno dello stesso partito”.
Tornare alla Costituzione. “Proprio per superare questo uso improprio della giustizia come arma di lotta politica credo ci sia solo una strada possibile: adottare una moratoria e tornare alla Costituzione. Secondo alcuni, basilari principi: presunzione di non colpevolezza, diritto alla difesa e al contraddittorio”.
Il processo mediatico. “C’è una terza questione, a proposito del processo penale: come lo si racconta. Qui non può intervenire un provvedimento legislativo: si correrebbe il rischio di intaccare la libertà di stampa. Ma lo stesso sistema dell’informazione dovrebbe fissare un codice deontologico, che preveda di non lasciare spazio alle campagne contro i presunti colpevoli. Un’iniziativa da parte del mondo dei media è necessaria perché ci si liberi dalla funzione impropria del processo penale. Che non serve a valutare la moralità delle persone, ma ad accertare se uno ha commesso un reato, punto. Il resto è distorsione. Ma c’è anche un’altra strada da percorrere: criteri chiari per selezionare i capi degli uffici, basati sulla loro capacità organizzativa. Non può fare carriera il magistrato che va spesso sui giornali”.

Nella foto in alto: il ministro della Giustizia Andrea Orlando in posa con alcuni delegati, in un momento di pausa del Congresso Nazionale Forense andato in scena da giovedì a sabato a Rimini.

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