Opinioni 15 Sep 2016 12:03 CEST

La lunga storia delle ingerenze Usa

L’ambasciatore Clara Boothe Luce si occupava delle vicende italiane come di ciò che accade nel cortile di casa

Senza storia o senza memoria della storia la politica scivola nel grottesco. È questa la lezione che si può trarre dalle reazioni della sinistra di governo alle imbarazzanti dichiarazioni dell'ambasciatore americano sulle conseguenze di un possibile voto al referendum costituzionale. Intendiamoci, il consenso alle critiche – anche le più veementi – nei confronti dell'intervento statunitense è fuori discussione.Ma il grottesco sta in agguato e non deve neppure fare grandi sforzi per guadagnare in questo caso il centro della scena. Le reazioni della sinistra di governo hanno l'aria stupita di chi si trova di fronte a un'imprevista novità. Lo scandalo sarebbe dunque nell'inusitata presa di posizione del rappresentante del governo americano. Insomma, un fuori programma.Davvero, è singolare come l'uscita da una storia specifica seppur grande, quella del Partito comunista italiano, conduca i suoi figli a un'uscita dalla storia tout court. L'intervento dell'ambasciatore americano è infatti tutto interno alla storia dei rapporti tra gli Stati Uniti d'America e l'Italia in tutto il secondo dopoguerra. La storia comincia già con la prima ambasciatrice americana in Italia, Clara Boothe Luce. La signora aveva preso l'abitudine di occuparsi delle vicende italiane come di ciò che accade nel cortile di casa. Ha guidato il suo intervento un estremismo anticomunista. In nome di quello aveva chiesto a Papa Pio XII di guidare a tal fine una crociata. Così risulta strano farsi dire dal Papa: «Guardi che sono cattolico anch'io».Alla più importante industria del Paese, la Fiat, e alla sua guida, quel Valletta che licenziava gli operai comunisti per il solo fatto di esserlo e che costitutiva i "reparti confino", chiedeva di eliminare totalmente la presenza dei comunisti in fabbrica, minacciando di cancellare le commesse statunitesi all'azienda nel caso non fosse stato raggiunto il risultato. Ma la storia è continuata. In un passaggio cruciale della storia del Paese, quello dal regime centrista al centrosinistra dell'inizio degli anni '60, si esercitò una sistematica pressione del governo americano e della sua classe dirigente sulle forze politiche italiane e in particolare sulla Democrazia Cristiana, prima per impedire la nascita del centrosinistra e poi per condizionarlo rispetto al programma e alla collocazione geopolitica del paese. Sul Partito socialista italiano la pressione non fu minore e per accettare la sua presenza nel governo di centrosinistra gli Usa si dettero da fare per rendere più grande possibile la distanza dei socialisti dai comunisti.Ma persino nella fase conclusiva del secolo, dagli Stati Uniti d'America è venuto sistematicamente il sostegno ad una "conventio ad escludendum" nei confronti del Partito Comunista Italiano. I più importanti tra i leader della Democrazia Cristiana lo hanno potuto testimoniare direttamente. Eppure il Pci era un partito che era andato recentemente collocandosi nel campo occidentale (Berlinguer sulla Nato) ed era andato assumendo un programma sempre più governativo (anche troppo). Il governo statunitense e i suoi ambasciatori in Italia hanno dunque sempre esercitato un'ingerenza negli affari del Paese. Spesso ottenendo una reciprocità nei ceti politici italiani che, sebbene per fortuna non tutti, sono stati spesso ispirati da una cupidigia di servilismo nei confronti di quegli Usa a cui chiedevano una legittimazione per governare. Ancora, durante e dopo la crisi del governo Prodi, non venne dagli Stati Uniti d'America la sollecitazione alla nascita di un governo capace di sostenere la stagione delle "guerre umanitarie" che l'amministrazione si accingeva a varare? Dunque, si può dire che l'intollerabile dichiarazione degli Stati Uniti d'America è in piena continuità con la storia in cui siamo stati immersi. Niente di nuovo sotto il sole ma tutto da sottoporre a una critica radicale tanto contemporanea quanto storica. Non farlo è semplicemente strillare contro "l'inattesa ingerenza" dell'ambasciatore: questo non comporta soltanto un degrado culturale, bensì un'impotenza politica. Se si volesse davvero contrastare la filosofia e la politica che stanno dietro quelle dichiarazioni, bisognerebbe disporsi a due impegnativi terreni di lotta politica. Il primo riguarda l'individuazione di una collocazione geopolitica del Paese diversa da quella attuale (il problema della Nato si porrebbe allora come ineludibile). Il secondo riguarda la necessaria messa in discussione del dogma della stabilità del governo e degli equilibri di potere. Se non hai il coraggio di accettare e persino di ricercare l'imprevisto, l'intervento dell'ambasciatore americano si rivelerà tanto inaccettabile quanto impossibile da rifiutare concretamente.