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Sì del Senato all’arresto di Caridi, lui si consegna a Rebibbia

Il dibattito prima del voto. Manconi dice no e accusa
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Antonio Caridi deve andare in carcere. Oltre sei ore di discussione in Senato per arrivare a prendere una decisione che, a dire di Carlo Giovanardi, «entrerà (negativamente, ndr) nella storia». Una decisione presa con voto segreto, che porta la firma di 154 senatori favorevoli alla richiesta di arresto avanzata dalla Dda di Reggio Calabria, contro i 110 contrari e i 12 astenuti. Caridi, in quota Gal, è coinvolto nell’inchiesta “Mamma Santissima”, ritenuto strumento della cupola di “invisibili” che controlla la città. Un voto preceduto da ampie polemiche e scontri, nonché dalla dichiarazione d’innocenza dello stesso Caridi, che ha condensato su due pagine il proprio pensiero. «Io sono e mi dichiaro innocente e sono sicuro che questo mi verrà riconosciuto in sede giudiziaria», ha affermato in aula. Negando di aver mai avuto rapporti «o stipulato patti con la ‘ndrangheta», né di aver mai partecipato ad associazioni segrete.

«Non c’è un fatto – ha dichiarato – che dimostri questa infamante accusa», come a San Luca, patria del clan Pelle.La seduta si è aperta con uno scontro tra il presidente del Senato e Lucio Barani, di Ala, dopo la decisione di spostare al primo punto dell’ordine del giorno la discussione su Caridi. Barani ha accusato Grasso di intaccare la democrazia, «su pressioni sappiamo di chi», ha gesticolato. Grasso ha quindi invitato il senatore a «non permettersi di avanzare ipotesi» del genere. Ma Barani è andato oltre: «c’è già stato qualcuno che Matteotti l’ha ucciso – ha affermato letteralmente – e vorrà dire che qualcuno ucciderà anche me, perché lei non mi può minacciare». Da qui la replica, ancora più incredula, di Grasso: «Ma io la minaccio? È lei che propone cose indicibili».

Barani ha quindi concluso sostenendo l’impossibilità di votare serenamente. «Vorremmo vedere le carte per capire di cosa stiamo parlando – ha replicato -. I padri costituenti si stanno rivoltando nella tomba».Il sì è arrivato in blocco dal Pd, con un’unica voce fuori dal coro: Luigi Manconi, che ha votato contro l’arresto per «palesi carenze e gravi debolezze delle motivazioni addotte a sostegno della richiesta di arresto». Decisione incentivata dall’intervento del senatore Michele Giarrusso, del M5S, che ha paventato il rischio di una politicizzazione della magistratura. Un intervento, ha affermato Manconi, «capace di rendere garantista persino un boia di professione. E ho votato no – ha aggiunto – nonostante il fatto di trovarmi in compagnia di tanti simil-garantisti, contrari a “mandare in galera qualcuno”, specie se parlamentare, ma silenziosi quando in cella ci stava Fabrizio Pellegrini, malato di fibromialgia; e tanti altri anonimi poveri cristi italiani e stranieri».

Favorevole, invece, il collega calabrese Francesco Molinari, del Gruppo misto, tra i pochi ad aver avuto tempo e modo per leggere anche le 107 pagine di richiesta d’arresto presentate dalla Dda. «Contestazioni puntuali e gravissime», ha ricordato il senatore. «La gravità dei fatti contestati va a minare le istituzioni – ha aggiunto -. Tocca a noi ridare onorabilità al Senato». Dichiarazione alla quale ha fatto eco quella di Corradino Mineo, di Sinistra italiana, che ha utilizzato il sì all’arresto come conferma della «uguaglianza davanti alla legge» di tutti i cittadini.

Il centrodestra ci ha provato ad ottenere il rinvio della discussione. Almeno in attesa della decisione del Riesame, prevista per lunedì, come chiesto da Lucio Malan, di Forza Italia. Ma l’aula si è espressa contro le pregiudiziali e la sospensione, richieste avanzate allo scopo di approfondire meglio le carte, un malloppo di quasi 5mila pagine. Anche se la relazione di Dario Stefano, presidente della giunta per le immunità, di pagine, in realtà, ne aveva solo 12. Una relazione che concorda con l’arresto, in virtù della «straordinaria gravità del reato contestato – si legge -, la consistenza delle ricostruzioni indiziarie e degli elementi probatori, l’evidente non implausibilità delle motivazioni addotte dalla magistratura richiedente e la stessa situazione dei coindagati». Ma per Malan, «questa è stata in assoluto la trattazione più breve per un problema di questo genere».

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