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Perché siamo tutti tifosi del Leicester

La favola dei ragazzi di Ranieri ci ha sedotto perché viviamo in un mondo in cui tutto è multinazionale. Le banche, le società, le major culturali, tutto è colonizzato da tentacolari organismi innervati da denaro e Potere
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Salire sul carro del vincitore, magari maltrattato e deriso fino a poco tempo prima. È uno sport molto praticato in questo paese che ama riscoprirsi rivoluzionario, pulito e sognatore con le imprese degli altri. E allora succede che finisci ad Atene dopo un referendum o a Leicester con una sciarpa blu. Tu, italiano, alla disperata ricerca di qualcosa che ti dia l'illusione che si possa cambiare il mondo, e non solo verso.Ma sarebbe troppo semplicistico ridicolizzarci. Perché in fondo quelli son viaggi della speranza, di chi non si arrende.E allora chiediamoci perché, mentre Hazard segnava il gol del pareggio del Chelsea contro il Tottenham, Wes Morgan si faceva trascinare per le gambe sul pavimento in casa Vardy e noi tutti ci asciugavamo le lacrime.I motivi sono tanti. E fin troppo semplici. Perché non è la solo la vittoria di Davide contro Golia. Davide era intelligente e astuto, Golia un gigante fesso. No, qui abbiamo grandi lavoratori. Quel Kanté che Ranieri racconta sempre "di aver dovuto fermare in ritiro. Correva troppo, gli dicevo che un giorno avrebbe crossato e sul suo stesso cross sarebbe stato capace di segnare di testa. Lui si fermò. Mi girai. Dieci secondi dopo aveva ricominciato". Vardy, ex operaio di fabbrica e giocatore non professionista più pagato nella storia del calciomercato dilettantistico (1.000.000 di sterline, 40 volte di meno di Firmino al Liverpool), "un cavallo a cui devi lasciare tutto il campo possibile". Un rapace dell'area, Jamie, ma anche un mastino che occupa benissimo gli spazi con o senza palla. E Drinkwater, ovviamente portatore d'acqua, capitan Morgan, il difensore goleador Huth, l'artista Mahrez che per risalire dalla quarta serie francese ha consumato tacchetti e mangiato polvere. E tutti gli altri hanno formato un gruppo perfetto, sempre pronto a sopperire ai pochi errori del singolo. Altro che Davide. Qui non bastava la fionda, qui serviva sudore e forza. Ventisei uomini veri, che hanno camminato insieme: ieri tra i più felici c'era Goekhan Inler, ex Napoli e 38 panchine sul groppone. Perché non si è mai sentito fuori dallo spogliatoio, fuori dal sogno. Anche lui, ogni giorno, in allenamento, motivando il titolare a fare meglio di lui, ha aiutato a compiere l'impresa.E un comandante coraggioso ed esperto. Ecco l'altro segreto, forse il più grande: questo è un grande trionfo di un grande uomo. Claudio Ranieri è lo Sport. Da giocatore ha saputo creare il miracolo Catanzaro, tenendo insieme con carisma e intelligenza talenti e caratteri diversi, lui terzino al servizio di Gianni Di Marzio, geniaccio genuino, come lui, tutto calcio e sincerità, lealtà e lotta. Così tanto che quei ragazzi si vedono ancora ora, con i nipoti a giocare nell'altra stanza. Così tanto che il coriaceo e insuperabile Fausto Silipo, un duro vero, ospite al Processo del Lunedì, tratteneva a fatica le lacrime. Loro, i giallorossi calabresi, si erano fermati, si fa per dire, al settimo posto in serie A. Sor Claudio, presto Sir, ha sempre amato le sfide difficili, non di rado impossibili. Come lo scudetto della Roma scappatogli per sfortuna ma anche scippatogli. Come la Juventus, il Monaco, il Chelsea in (ri)costruzione: se ora molti allenatori hanno stipendi a 7 zeri lo devono al lavoro fatto da lui, quando c'erano solo gli zeri, o quasi. Chiedete a Valencia, Cagliari e Napoli chi è Claudio Ranieri. In Spagna vinse un trofeo, in Sardegna saltó in due stagione dalla C alla A, sul golfo gestì il dopo Maradona. Facendo grandi imprese.Eppure molti lo hanno chiamato "fettina", dalla sua Roma le sue dimissioni non sono state accolte con ammirazione ma con critiche. Tanti hanno sottolineato forse la sua unica caduta, quella della nazionale greca (i risultati successivi dicono che era sbagliata la scelta, non il suo lavoro). Correndo dietro a Mourinho, che ora lo rispetta e ne riconosce il lavoro, alcuni gli han dato del vecchio, condendolo con lo "zero titoli". Ma chi allena in quattro campionati di primo livello, con grandi risultati (parliamo di punti e miglioramenti rispetto al passato della società), è uno Special One. Anche se corre dalla mamma a Roma nel giorno più importante della carriera, perché i suoi valori sono profondi e radicati come lo è la sua conoscenza del calcio, costruita in anni di pallone e avendo sfiorato anche maestri come Herrera e Scopigno.Siamo tutti del Leicester perché viviamo in un mondo in cui tutto è multinazionale. Le banche, le società, le major culturali, tutto è colonizzato da tentacolari organismi innervati da denaro e Potere. E se anche il Leicester è esso stesso proprietà di una multinazionale, con quel quartultimo fatturato di Premier ci dice che l’oligarca russo, lo sceicco arabo, i grandi imprenditori americani non possono rubarci il calcio con fiumi di dollari, sterline, yuan, euro, con grandi consorzi che si legano alle istituzioni più retrive dello sport, con acquisti arroganti quanto il loro modo di aggirare il fair play finanziario (forse lo hanno fatto anche le Foxes, le Volpi, così si soma per ora facciamo finta di niente).Siamo tutti Claudio Ranieri, come prima eravamo Alexis Tsipras. Perché come scriveva nella sua lettera aperta ai tifosi pubblicata da The Players Tribune e che andrebbe affissa in ogni scuola calcio, “Un grande contratto o un grande nome? No. Bisogna tenere la mente aperta, così come il cuore, una batteria carica e correre liberi”. E lui la sua corsa libera, l’ha fatta. E ha vinto. E poco conta se parliamo di un campionato o di un referendum. Basta ribellarsi al Sistema una volta, che sia quello dell’oro nero di Abramovic o Mastour, o quello della Merkel, e vincere, per dare una speranza, per dirci che un altro modo c’è. Che non si è condannati al destino di perdenti di successo. Sì, Claudio, anche se ti ho sempre stimato, anche se ho sempre pensato che fossi uno dei migliori, te lo dico, oggi salgo sul tuo carro. Quello del vincitore. Perché tu non hai solo vinto un campionato, ma hai ridato poesia a uno sport corrotto, ci hai detto che possiamo ancora sognare. Con te, per te, grazie a te. Come te. Non ti fermare Claudio, non ascoltare chi ti dirà che ora non potrai fare meglio. Continua a giocare, a divertirti, a provarci sempre, come hai detto tu a titolo conquistato “provateci sempre, nel calcio e nella vita. E credeteci”.

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