Editoriale del Direttore 8 Apr 2020 07:00 CEST

L’unico vaccino che esiste

La strada davanti a noi per risalire la china sarà lunga e dolorosa. Ma se le cose stanno così, perché c’è un affannarsi ad avvicinare l’avvio…

Il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, dice di non essere in grado di indicare una data per quando si tornerà alla normalità. Il Commissario straordinario Domenico Arcuri spiega che i facili ottimismi vanno messi nel cassetto: «Non siamo a pochi passi dall’uscita dall’emergenza, non siamo a pochi passi da un’ipotetica ‘ora x’ che ci riporterà alla situazione di prima».

Insomma la strada davanti a noi per risalire la china sarà lunga e dolorosa. Ma se le cose stanno così, perché c’è un affannarsi ad avvicinare l’avvio della cosiddetta Fase 2, quella della progressiva ripartenza del Paese? E’ solo il frutto del pressing delle aziende, o magari il risultato della stanchezza degli italiani di stare chiusi a casa? Più passano i giorni, più le comunicazioni – ufficiali o ufficiose che siano – si affastellano, più si capisce che qualcosa non quadra. E’ come se fosse in atto un neanche tanto sotterraneo gioco al rimpallo. L’autorità politica chiede numi e aiuto agli scienziati per capire quando l’epidemia rallenterà. Gli scienziati non si sbottonano ma tagliano corto: le decisioni toccano alla politica, non a noi. Scartiamo fin da subito come malevola e campata in aria l’idea che governo e maggioranza (ma anche l’opposizione) non sappiano cosa fare. E che la prudenza di palazzo Chigi sia lo scudo dietro il quale albergano incertezza e insicurezza.

Siamo di fronte ad una vicenda che una volta tanto non è retorico definire epocale: risulta sommamente ingiusto non tenerne conto e non valutare le enormi difficoltà da affrontare. Ma proprio perché epocale, la pandemia costringe ad agire con determinazione e linearità d’azione. Anche a costo di sbagliare. La Fase 2 non è un optional, è un obbligo. Non è possibile tenere un Paese avanzato in regime di lockdown troppo a lungo perché i vantaggi sanitari presto sarebbero sommersi da insofferenze sociali e voragini economiche. Bisogna ripartire, e l’Italia che è stato il primo e più colpito Paese dal Covid-19, più di tutti deve saper reagire. Ma questo significa una cosa sola: che bisogna scegliere.

Soprattutto ora che i contagi sembrano perdere forza. Scegliere di dire la verità e di varare misure che comportano rischi. In attesa di quello che fuoriuscirà dai laboratori, è questo il vaccino – l’unico – di cui disponiamo. Guai a non usarlo.

Commenti & Analisi 7 Apr 2020 19:00 CEST

Aiuti al microcredito con garanzia statale. Il vademecum dell’Ente anche per le Pmi

Il governo italiano ha emanato nel decreto Cura Italia del 17 marzo una serie di provvedimenti atti ad agevolare la micro, piccola e media impresa.

In Italia le piccole e micro imprese costituiscono la colonna portante del nostro Sistema Paese, perché insieme rappresentano oltre il 99% di tutte le imprese attive ( circa il 95% solo le microimprese), quasi il 70% degli addetti dei settori dell’industria e dei servizi e più del 50% in termini sia di valore aggiunto sia di fatturato. In questo momento di crisi e fragilità per l’economia nazionale e globale è necessario pensare nell’immediato a tutelare le imprese esistenti e le fragili economie delle microimprese nate da poco. Inoltre, si deve progettare la ripresa economica in una fase che definirei post bellica, nella quale molti micro e piccoli imprenditori che in questi anni hanno investito per creare lavoro si trovano ora gravati da debiti e da grandi punti interrogativi circa il futuro della loro azienda. L’epidemia Covid 19 rischia di mettere in ginocchio tutto il sistema economico italiano. Muovendo da questa preoccupazione, il nostro compito come Ente pubblico è quello di mettere a sistema tutte le intelligenze e le risorse, tutto il capitale umano a nostra disposizione e utilizzare gli strumenti di cui il governo ci ha dotato per impedire che il lock- down dichiarato durante l’emergenza diventi una situazione stagnante e perenne.

L’azione promossa dall’Ente si concretizza nella missione del recupero socio- economico dei ‘ non bancabili’: coloro che non possono essere beneficiari di un credito ordinario perché sprovvisti di garanzie reali, ma che volendo avviare un’attività d’impresa possono utilizzare la garanzia dello Stato e richiedere il microcredito per sviluppare il proprio progetto imprenditoriale, assistiti dai servizi di tutoraggio prestati dai tutor formati dall’Ente ed iscritti in un apposito Elenco nazionale previsto a norma di legge. Il governo italiano ha emanato nel decreto Cura Italia del 17 marzo una serie di provvedimenti atti ad agevolare la micro, piccola e media impresa. Di questi alcuni sono rivolti in particolare modo a quanti utilizzano il microcredito. Per meglio illustrare ai beneficiari, ai tutor, agli agenti sul territorio e agli intermediari finanziari le misure previste il centro studi dell’Ente Nazionale per il Microcredito ha prodotto un vademecum utile a soddisfare le richieste più comuni di aziende e professionisti, pubblicato sul sito dell’Ente www. microcredito. gov. it

Nello specifico il governo ha adottato dei provvedimenti che vanno, da una parte, a sollevare tutte le microaziende nate grazie al microcredito, da una situazione di difficoltà iniziale con la moratoria sui mutui contratti per l’avvio o lo sviluppo dell’attività. Questa è la prima buona notizia relativa al provvedimento chiamato Cura Italia perché innanzitutto permette a queste giovani aziende di non avere oneri in questo momento di crisi in cui molte delle attività devono rimanere chiuse.

In questo momento risultano di particolare interesse per la minore imprenditoria e per gli stessi operatori di microcredito anche le disposizioni che, in materia di moratoria ( sospensione delle rate o allungamento della durata del finanziamento) consentono a tali operatori di accedere alla garanzia del Fondo PMI beneficiando della conferma d’ufficio della garanzia e senza valutazione del merito di credito dei soggetti beneficiari finali, evitando in tal modo la procedura ordinaria di approvazione della garanzia stessa, che comporterebbe un allungamento dei tempi incompatibile con l’urgenza del momento.

Dall’altra parte tra le misure governative è stato previsto l’aumento del finanziamento di microcredito da 25mila a 40 mila euro per le imprese che, in determinati casi, potrà essere portato addirittura a 50mila euo. In particolare questa misura dovrebbe essere resa operativa con i decreti che verranno emanati nel mese di aprile, come confermato dal viceministro all’economia Castelli. Questo ci consentirà di sostenere e dare maggiore liquidità a tutte quelle aziende esistenti che dovranno ripartire ma soprattutto sarà il motore della ripresa perché consentirà di infondere quella necessaria forza finanziaria alle nuove aziende che potranno nascere grazie al microcredito. L’innalzamento della soglia del microcredito prevista dalle disposizioni del decreto CuraItalia rappresenta un’innovazione in grado di favorire in modo significativo la ripresa economica per le attività micro- imprenditoriali e di lavoro autonomo. Si tenga conto che la sezione speciale Microcredito del fondo di garanzia per le PMI ha accolto, nell’ultimo triennio di operatività, oltre 10 mila operazioni di microcredito per imprese operanti prevalentemente nei settori del commercio e della ristorazione.

Sulla base di questi dati, stimiamo che l’innalzamento della soglia del microcredito a 40mila e, quando previsto, a 50 mila, unitamente alla possibilità di ottenere un microcredito agricolo avvalendosi della garanzia del fondo ISMEA, abbia un impatto di crescita dei volumi del microcredito del 35%.

Nel prossimo triennio si prevede che il microcredito consentirà la creazione di circa 15 mila nuove attività micro- imprenditoriali e di lavoro autonomo con 700 Milioni di euro di finanziamenti concessi per sostenere la ripresa economica con un impatto in termini occupazionali stimabile in oltre 35 mila posti di lavoro creati.

* presidente Ente Nazionale per il Microcredito

 

Commenti & Analisi 7 Apr 2020 17:00 CEST

Quando il governo sforna decreti il Parlamento deve stare al passo

Come scriveva Niccolò Macchiavelli “quando c’è la volontà politica non esistono difficoltà tecniche che impediscono di risolvere il problema…

Già i nostri saggi nonni ci insegnavano che bisogna trarre da ogni male un bene. Indubbiamente, uno dei “beni” emersi nell’ambito della tragedia del coronavirus che ha colpito il Paese è il recupero e la valorizzazione del “principio di competenza”. Dopo la sbornia dell nuovo dilettantismo, ” uno vale uno”, del ripudio di ogni élite, anche professionale, dopo fenomeni come quello del no vax, ora anche gli alfieri e i non pochi seguaci di queste degenerazioni seguono le voci, i pareri, le indicazioni dei virologi, degli epidemiologi e il Governo e il Paese si affidano ai suggerimenti che provengono dalla comunità scientifica di riferimento, incardinata in un comitato tecnico scientifico di consulenza al governo.

Se così vanno le cose per gli aspetti scientifici, meno equilibrata mi sembra la risposta al coronavirus per quanto attiene agli aspetti istituzionali. A parte qualche fenomeno di sovrapposizione o conflitto di competenze fra governo centrale e regioni, credo di poter dire che si stia ponendo un serio problema di rapporto tra Governo e Parlamento. È chiaro che in una condizione di pandemia serva tempestività di azione e si rafforzi il ruolo del governo, e in esso quello del Presidente del Consiglio, ma dal 23 febbraio al 25 marzo, in pratica in un mese, sono stati presentati sette decreti legge e ben otto decreti del Presidente del Consiglio, più vari atti governativi di fonte minore. A parte i possibili aspetti di incostituzionalità su cui è intervenuto su queste pagine con argomentazioni suggestive Claudio Zucchelli, ciò che mi interessa rilevare è che il Parlamento non regge proprio il ritmo del Governo, tant’è che solo uno dei sette decreti legge è stato convertito, e se ne preannunciano altri.

Ebbene, tanto più in condizioni di emergenza, una democrazia ha bisogno sì di un governo forte ma, visto poi che si incide su libertà fondamentali dei cittadini, non ha meno bisogno di un Parlamento forte e attivo, che si pronunci con tempestività sui decreti legge del Governo “in presenza” ( altrochè voto a distanza) come ben ha evidenziato Vincenzo Lippolis da queste colonne. E può sforzarsi di essere tale, di fronte alla sfida cui è chiamato, anche il Parlamento di questa legislatura, che pur soffre dei vizi di origine propri della legge elettorale e di un a dir poco strano sistema di selezione delle candidature.

Mi sembra, quindi, necessario che, con uno sforzo adeguato, il Parlamento, pur a ranghi parzialmente ridotti come prevedono gli accorgimenti assunti causa coronavirus, debba recuperare il terreno sin qui perduto e tornare ad essere a pieno titolo la casa comune dei cittadini. Come scriveva Niccolò Macchiavelli “quando c’è la volontà politica non esistono difficoltà tecniche che impediscono di risolvere il problema”.

 

Commenti 27 Mar 2020 20:25 CET

Diritti più garantiti col nuovo decreto

Il Governo ha preso una serie di misure per contrastare il diffondersi del coronavirus: soprattutto provvedimenti in materia di diretta emergenza sani…

Come è noto, già nel pieno dell’emergenza da COVID- 19 – dopo una serie di informazioni contraddittorie, di iniziative estemporanee e di una attesa forse eccessiva – il Governo ha preso una serie di misure per contrastare il diffondersi del coronavirus: soprattutto provvedimenti in materia di diretta emergenza sanitaria, ma anche relativi alla conseguente crisi economica e persino provvedimenti che riguardano il diritto penale e le libertà fondamentali.

Qui il testo di riferimento era il d.l. 23.2.2020, n. 6, recante «Misure urgenti in materia di contenimento e gestione dell’emergenza epidemiologica da COVID-19» (poi convertito, con modificazioni, dalla l. 5.3.2020, n. 13), il quale, all’art. 3, comma 4, prevedeva che il Presidente del Consiglio dei Ministri potesse adottare decreti con misure di contenimento la cui violazione era punita ai sensi dell’articolo 650 del codice penale, che appunto sanziona la inosservanza dei provvedimenti dell’Autorità legalmente dati per le ragioni previste (tra cui quelle di natura sanitaria). Peraltro, ai provvedimenti del Presidente del Consiglio si erano aggiunte numerose ordinanze adottate dai Presidenti delle Regioni e persino da Sindaci. Tale modo di produzione normativa aveva prodotto argomentate censure. Ricordo le principali: a) pur se (nell’opinione prevalente) possibile, il ricorso a norme penali in bianco, come l’art. 650 c.p. o (se si ritenesse che avesse “vita autonoma”) l’art. 3, comma 4, del d.l. n. 6/2020, si può ammettere solo se in presenza di provvedimenti “attuativi” dotati di sufficiente precisione nei contorni delle condotte vietate, cosa che non sembrava essere del tutto assicurata dai vari provvedimenti emessi, che sembravano talvolta dare consigli, piuttosto che imporre obblighi; b) peraltro, qualche procura (come quella di Milano), utilizzando la clausola di riserva “se il fatto non costituisce un più grave reato”, aveva pensato di ricorrere alla più severa contravvenzione prevista dall’art. 260 del testo unico delle leggi sanitarie del 1934, n. 1265, che punisce “chiunque non osserva un ordine legalmente dato per impedire l’invasione o la diffusione di una malattia infettiva dell’uomo” con le pene congiunte dell’arresto e dell’ammenda; c) le moltissime violazioni contestate (secondo i dati disponibili sul sito del Ministero dell’Interno, tra l’11 e il 24 marzo, sono state denunciate ben 100.000 persone), avrebbero certamente ingolfato il sistema processuale penale, pur se si fosse fatto ricorso a decreti penali di condanna; d) in ogni caso, sarebbe stato preferibile che fosse stata direttamente la legge – o una fonte parificata, come i decreti-legge, tipici delle situazioni di emergenza ed urgenza, ma adottati dal Governo nella sua collegialità e comunque soggetti alla conversione in legge – a limitare la libertà personale (e voglio ricordare la lettera di Giovanni Guzzetta, pubblicata proprio su Il Dubbio). Ora il Governo è intervenuto con il d.l. 25.3.2020, n. 19, recante (ulteriori) “misure urgenti per fronteggiare l’emergenza epidemiologica da COVID-19”. Innanzitutto va segnalato come l’art. 5 di tale decreto-legge abroghi (salvi parti qui non rilevanti) l’intero d.l. 6/2020. Dunque, sembrano essere superati i dubbi del passato, sopra riassunti. E quindi aveva ragione chi, sia pur in tempi di coronavirus, si era permesso di ragionare e di esprimere un “Dubbio”! A proposito, con una (opportuna) norma transitoria, il nuovo decreto-legge stabilisce che le nuove disposizioni che prevedono sanzioni amministrative, contestualmente introdotte, si applicano anche alle violazioni commesse anteriormente alla data di entrata in vigore del presente decreto, ma in tali casi le sanzioni amministrative sono applicate nella misura minima ridotta alla metà. Ovviamente, ciò avverrà con trasmissione degli atti all’autorità amministrativa competente, da parte dell’autorità giudiziaria.

Inoltre, nel decreto-legge del 25 marzo: a) l’art. 1 contiene una elencazione di misure che possono essere adottate secondo princìpi di adeguatezza e proporzionalità al rischio effettivamente presente su specifiche parti del territorio nazionale ovvero sulla totalità di esso; a) di regola, tali misure sono adottate con uno o più decreti del Presidente del Consiglio dei ministri o, in casi di estrema necessità ed urgenza, dal Ministro della Salute; b) nelle more dell’adozione dei decreti del Presidente del Consiglio, e con efficacia limitata fino a tale momento, le regioni possono introdurre misure ulteriormente restrittive, esclusivamente nell’ambito delle attività di loro competenza e senza incisione delle attività produttive e di quelle di rilevanza strategica per l’economia nazionale; c) i sindaci non possono adottare, a pena di inefficacia, ordinanze contingibili e urgenti dirette a fronteggiare l’emergenza in contrasto con le misure statali.

Ma soprattutto si prevede che, salvo che il fatto costituisca reato, il mancato rispetto delle misure sopra menzionate è punito con la sanzione amministrativa del pagamento di una somma da euro 400 a euro 3.000 e non si applicano le sanzioni previste dall’articolo 650 del codice penale o da ogni altra disposizione di legge attributiva di poteri per ragioni di sanità. Se il mancato rispetto delle predette misure avviene mediante l’utilizzo di un veicolo le sanzioni sono aumentate fino a un terzo. In taluni casi, si prevede che sia possibile applicare anche la sanzione amministrativa accessoria della chiusura dell’esercizio o dell’attività da 5 a 30 giorni.

Tuttavia, salvo che il fatto costituisca violazione dell’articolo 452 del codice penale o comunque più grave reato, la violazione del divieto assoluto di allontanarsi dalla propria abitazione o dimora per le persone sottoposte alla misura della quarantena, perché risultate positive al virus, è punita ai sensi del ricordato art. 260 regio decreto 27.7.1934, n. 1265, le cui pene sono state aggravate dal d.l. 19/2020. Invece, è applicabile l’illecito amministrativo sopra riportato per l’inosservanza della quarantena precauzionale per i soggetti che hanno avuto contatti stretti con casi confermati di malattia infettiva diffusiva o che rientrano da aree ubicate al di fuori del territorio italiano.

Finalmente un passo avanti, certo non decisivo e privo di ombre, ma che va nella direzione del rispetto delle garanzie costituzionali, sia pur in un momento di emergenza.

*Ordinario di Diritto penale nell’Università di Palermo

 

Commenti 27 Mar 2020 18:00 CET

Non c’è tregua tra governo e centrodestra. Il Contevirus barriera insormontabile

La destra non rinuncia alle critiche e a voler imporre la sua linea. Una commissione di inchiesta sugli errori come resa dei conti

In meno di due anni, quanti ne sono trascorsi dal festoso ma un po’ anche imbarazzato arrivo a Palazzo Chigi, più al seguito che precedendo gli allora due vice presidenti del Consiglio Luigi Di Maio e Matteo Salvini, il professore Giuseppe Conte è diventato più sicuro di sé. Ma forse un po’ troppo, visto il modo in cui ha riferito, prima alla Camera e poi al Senato, con uno stesso lungo discorso, sulla gestione dell’emergenza virale da parte del suo secondo governo. In cui egli non ha vice presidenti e ha potuto sostituire quasi dalla mattina alla sera, nella scorsa estate, la destra leghista con la sinistra in tutte le sue sfumature parlamentari.

Il presidente del Consiglio ha affidato il giudizio sull’azione del suo governo in queste drammatiche circostanze agli “storici”. Che tuttavia ha finito per declassare citando quel passo dei Promessi Sposi

di Alessandro Manzoni in cui si dice che “del senno di poi sono piene le fosse”. O gli archivi e le biblioteche, se preferite. Dei Promessi Sposi manzoniani in un’altra occasione il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha preferito invece ricordare, quando neppure poteva immaginare il dramma nel quale si sarebbe trovato il Paese col coronavirus, un altro passo relativo – guarda caso – al secolo lontanissimo della peste a Milano, quando «il buon senso c’era ma se ne stava nascosto per paura del senso comune».

E’ proprio ispirandosi al buon senso che il capo dello Stato, ad emergenza virale esplosa, ha esortato le forze politiche a ridurre la loro conflittualità per collaborare in uno spirito di unità nazionale. E si è prodigato personalmente perché proprio alla vigilia della prima “informativa” del governo alle Camere – chiamate peraltro alla conversione dei decreti legge già varati dal Consiglio dei Ministri- una delegazione delle opposizioni di centrodestra fosse ricevuta a Palazzo Chigi.

Ebbene, dopo tanto sforzo penso che Mattarella, seguendo dal suo studio in bassa frequenza televisiva, come avviene in queste circostanze, l’intervento parlamentare di Conte, sia rimasto sorpreso dalla mancanza di un esplicito appello alle opposizioni a collaborare. Il che potrebbe avvenire o in una “cabina di regìa”, evocata da Giorgia Meloni, o a “un tavolo” evocato a Montecitorio dal capogruppo del Pd Graziano Delrio. Al Senato invece l’ex presidente della Camera Pier Ferdinando Casini ha proposto, anzi riproposto, il ricorso ad una commissione parlamentare speciale e trimestrale per l’esame ma anche per la preparazione, rispettivamente, dei vecchi e nuovi decreti legge. Gli strumenti insomma non mancherebbero di certo. E le opposizioni si sono dette tutte disponibili a partecipare, pur senza “obbedire”, come ha avvertito la capogruppo di Forza Italia Anna Maria Bernini, o rinunciare al loro ruolo di critica, come ha riconosciuto giusto il capogruppo del Pd Andrea Marcucci parlando al Senato.

Anche all’interno della maggioranza i renziani non hanno certamente rinunciato alla loro peculiarità, sino a ricordare al governo che deve delle “scuse” agli italiani per ritardi e contraddizioni, come ha detto alla Camera l’ex ministra Maria Elena Boschi. E a prospettare, come ha ripetuto Renzi in persona al Senato, il ricorso ad una commissione parlamentare d’inchiesta, quando si sarà usciti dall’emergenza, per accertare cause e responsabilità di errori. Ma per adesso il partito dell’ex segretario del Pd sosterrà il governo con convinzione, suggerendogli tuttavia – lo ha fatto Renzi rivolgendosi direttamente a Conte con la formula del “caro presidente”- di seguire i consigli appena espressi da Mario Draghi sul Financial Times di spendere tutto il dovuto, senza remore per l’aumento del debito pubblico, come avviene in guerra. Lo stesso hanno fatto Casini e Matteo Salvini, spintosi quest’ultimo a ringraziare l’italiano forse oggi più famoso nel mondo.

Questi plurimi richiami all’ex presidente della Banca Centrale Europea, di un cui possibile governo di vera unità nazionale sono pieni da qualche giorno retroscena e cronache politiche, non sono forse piaciuti a Conte. Non sono certamente piaciuti ai grillini, il cui oratore al Senato, Gianluca Perilli, ha pronunciato un discorso assai duro contro le opposizioni, accusate di “ipocrisia” nella loro dichiarata disponiblità a collaborare. Gli attacchi diretti a Salvini –“monumento all’incoerenza”- e alla Meloni, avventuratasi in un salotto televisivo a definire “criminale” Conte, sono stati tali e tanti che ad un certo punto la presidente del Senato ha richiamato Perilli dicendogli di rivolgersi a lei, e solo a lei, come da regolamento.

Ma l’importante per l’oratore M5S era avere rivendicato di fatto la trazione grillina del governo, per quanto grande sia notoriamente la crisi d’identità e d’altro ancora del Movimento 5 Stelle, fermo intanto come un paracarro, al pari della destra post- missina e della Lega, contro il ricorso al cosiddetto fondo europeo salva- Stati.

 

Commenti 26 Mar 2020 18:00 CET

Furlan: «Così abbiamo tutelato tutti i lavoratori»

Accordo governo- sindacati. Nell’intesa con il governo sono state ridefinite meglio le filiere produttive per affrontare questa fase così difficile

«L’intesa che abbiamo trovato con il governo – spiega la segrtarfia Cisl – non è stata certo facile, ma è sicuramente un buon risultato che rassicura tutto il mondo del lavoro in questo momento grave e tragico per il nostro Paese. Abbiamo ridefinito meglio le filiere produttive davvero indispensabili per affrontare questa fase così difficile e particolare per la vita delle persone, modificando profondamente quella che era la prima lista definita dal decreto del governo di domenica scorsa». Sicurezza, il ruolo dei Prefetti Vanno tutelate le produzioni essenziali, il reddito dei lavoratori e la salute

L’Intesa

che abbiamo trovato ieri con il governo non è stata certo facile, ma è sicuramente un buon risultato che rassicura tutto il mondo del lavoro in questo momento grave e tragico per il nostro Paese.

Abbiamo ridefinito meglio le filiere produttive davvero indispensabili per affrontare questa fase così difficile e particolare per la vita del Paese e delle persone, modificando profondamente quella che era la prima lista definita dal decreto del governo di domenica scorsa. Si è scelto insieme di restringere, circoscrivere bene le produzioni davvero indispensabili per garantire la continuità del nostro sistema sanitario e del settore dell’agro- alimentare, cioè quelle che sono le produzioni essenziali nel nostro Paese in questo situazione di emergenza. I prefetti dovranno ora coinvolgere le organizzazioni sindacali nei territori per le autocertificazioni delle imprese, ed anche nel settore della Difesa, il governo si è impegnato a ridurre le produzioni, salvaguardando sole le attività essenziali.

Abbiamo chiesto come Cisl anche un intervento forte sull’Abi per il settore delle banche e sull’azienda Poste italiane per garantire la sicurezza in tutti gli uffici, viste le condizioni spesso inaccettabili per i lavoratori e per i cittadini che a migliaia ogni giorno si rivolgono agli sportelli di questi importanti servizi pubblici. In tal senso, il ministro Patuanelli si è impegnato ad intervenire per migliorare urgentemente le attuali condizioni anche di questi fondamentali segmenti lavorativi. Questa è un esigenza che per noi vale per tutti i luoghi di lavoro, dove va garantita l’applicazione del protocollo sulla sicurezza che abbiamo siglato una settimana fa a Palazzo Chigi con le associazioni imprenditoriali.

Dobbiamo riuscire a salvaguardare tutti i lavoratori e le lavoratrici, sospendendo le attività non indispensabili. Anche in questo modo si può combattere il diffondersi del virus nel nostro Paese. La tutela della salute resta per noi oggi l’obiettivo principale insieme alla salvaguardia delle produzioni essenziali e del reddito di tutti i lavoratori. Bisogna dotare chi lavora degli indispensabili dispositivi di protezione individuali in tutti i luoghi di lavoro. Questo vale soprattutto per gli operatori della sanità che si trovano a fronteggiare l’epidemia negli ospedali pagando un prezzo altissimo in termini di vite umane.

Per questo il governo si è impegnato a monitorare congiuntamente con il sindacato l’applicazione di tutti i provvedimenti e del Protocollo sulla sicurezza. Siamo vicini a tutte le comunita’, alle persone colpite dal virus, a coloro che con grande senso di responsabilità, mettendo anche a repentaglio la propria salute e la propria vita, stanno garantendo i servizi ed il mantenimento, in una situazione grave, inedita e di emergenza, delle condizioni, per quanto possibile, normali di vita.

A loro e a tutti coloro che lavorano va oggi il nostro pensiero, la nostra gratitudine e la nostra vicinanza. Una cosa è certa: come in altri momenti difficili della storia del nostro Paese, il sindacato unitariamente non farà mancare il suo impegno per garantire il più possibile le tutele, le garanzie di salute e di sicurezza sul lavoro e nella vita quotidiana, anche nella prospettiva di ripresa e di ricostruzione che ci aspetta una volta sconfitto questa terribile epidemia.

 

Editoriale del Direttore 29 Feb 2020 07:45 CET

Una terapia shock dopo il virus

Il Covid-19 ci ha messo al tappeto provocando una lancinante ferita dell’immagine italiana nel mondo. Bisogna recuperare e alla svelta, mettendo in …

Ripartire si deve. E ripartiremo! Se non fosse una cosa maledettamente seria, si potrebbe ironizzare su imperativi che ricordano tempi andati, nonché tragici. Perché ripartire certo si deve: l’importante è capire verso dove.

Il Covid-19 è piombato sull’Italia come un meteorite avvelenato provocando contagi ed evidenziando disarticolazioni nel rapporto tra Stato e Regioni su materie delicatissime. I primi appaiono fortunatamente curabili; i secondi assai meno. Un bis di governatori che indossano la mascherina (Lombardia, Lega) o altri che platealmente disubbidiscono alla direttive del governo (Marche, Pd) non ce lo possiamo permettere. La coesione nazionale è un obbligo, non un optional. Come non ci possiamo permettere di andare in ordine sparso in trincea contro la recessione di cui il Coronavirus appare terrorizzante presagio.

Nel Palazzo si rincorrono funambolicamente astruse preveggenze e umbratili intese circa il futuro del governo Conte. Se l’attuale esecutivo sia il migliore per affrontare i mesi che ci stanno davanti o se bisogna voltare pagina, si vedrà. Quel che è certo è che la difficoltà economica unita al morbo che è arrivato dalla Cina sono una formidabile tenaglia che sta strozzando la parte più produttiva, moderna e concorrenziale del paese. Una parte che è amministrata da forze che sono all’opposizione. Qualunque via d’uscita venga individuata, immaginare di gestirla senza o contro quel pezzo di Paese, è velleitario e autolesionistico. Come impervio è immaginare di solcare la recessione imbarcando una pattuglia più o meno sparuta e spregiudicata di “responsabili”.

Il virus ci ha messo al tappeto provocando una lancinante ferita dell’immagine italiana nel mondo. Bisogna recuperare e alla svelta, mettendo in campo un senso di responsabilità che sembra più rarefatto dell’Amuchina. Siamo un Paese in continuo elettroshock, dove l’emergenza è il pane quotidiano. Tra poco si andrà alle urne per il referendum sul taglio dei parlamentari e poi si voterà in Regioni popolose ed importanti. Chissà chi avrà l’autorevolezza per una indispensabile operazione verità.

Commenti 15 Feb 2020 15:43 CET

Ma Draghi è solo un miraggio

INVESTITURE

La premiata ditta Matteo& Matteo, il Matteo che aveva Palazzo Chigi in tasca e se l’è giocato mutando una riforma costituzionale in un referendum su se stesso, e l’altro Matteo, quello che aveva Palazzo Chigi in tasca e se l’è giocato in spiaggia con un mojito, un’idea per l’Italia ce l’hanno. Sostituire Giuseppe Conte, chessó, con Mario Draghi. Sembra una barzelletta, ma non di quelle che racconta Berlusconi: davvero qualcuno può credere che l’ex presidente della Bce, l’uomo che ha combattuto per 9 anni contro le crisi dei debiti sovrani, salvando l’euro e praticando quel che si poteva in termini di politica economica europea, stia aspettando una chiamata dei due Mattei? E che risponderebbe loro positivamente?

Che i due credano alle loro stesse illusioni, entrambi con illusoria fortuna, è cosa di cui son purtroppo piene le cronache della politica quotidiana. Ma lanciare nell’agone a capocchia quel nome ( mentre Giorgetti ai giornalisti allunga sempre lo stesso ideale biglietto da visita, “io sono uno che parla con Draghi”…) rischia di servire solo a una cosa: a rivelare che anche Matteo& Matteo sanno che Conte resterà lí dov’è. Non perché sia il migliore dei premier possibili: perché non c’è al momento nessuna personalità, e tantomeno il quadro politico, pronto alla sostituzione.