Open arms, il capo leghista può aver commesso reati ma è difficile escludere responsabilità anche collegiali

Se il governo non avesse condiviso il blocco della nave doveva farlo dimettere, come accadde in passato col caso Mancuso

L’articolo 75 Cost. disciplina la procedura con cui il primo ministro e i ministri sono sottoposti alla giurisdizione ordinaria per i reati commessi nell’esercizio delle loro funzioni. Come prevede la disciplina vigente ( art. 96 Cost.), è necessaria in tal caso l’autorizzazione del Parlamento. Essa è richiesta anche dopo che tali soggetti siano cessati dalla carica. Secondo l’art. 95 della Costituzione, i ministri sono responsabili collegialmente degli atti del Consiglio dei Ministri e individualmente degli atti dei loro dicasteri.

La responsabilità può essere politica, amministrativa e penale. Sarà dunque l’autorità giudiziaria a stabilire se lasciare esseri umani su una nave per giorni in condizioni disumane, privandoli della libertà personale, configuri il delitto di sequestro di persona. Pur non conoscendo gli atti, credo, in base ai fatti noti, il delitto possa sussistere.

Ritengo, tuttavia, che Matteo Salvini non sia l’unico autore del reato. Nel nostro codice penale esistono tre articoli, il 40 sul rapporto di causalità, il 41 sul concorso di cause, il 110 sul concorso di persone nel reato, che dovrebbero trovare applicazione in questo caso. Si configura, senza dubbio, il concorso di persone nel reato e si riferisce alle ipotesi in cui la commissione di un reato sia addebitabile a più soggetti.

In base al predetto assunto, risponde di un reato non solo chi l’ha materialmente commesso, ma chiunque abbia dato contributo causale, attivo od omissivo, alla sua realizzazione. Chiariamo meglio i termini della questione con riferimento agli articoli citati. Salvini impedisce che alcuni poveri migranti scendano a terra, costringendoli a restare per giorni nella nave, privandoli, di fatto, della loro libertà personale.

Di questo eventuale sequestro di persona risponde lui ( autore materiale), il suo diretto superiore, il Presidente del Consiglio dei Ministri ( concorrente) che avrebbe potuto e dovuto intervenire e non l’ha fatto ( art. 40c. p.) e il Governo che lo sosteneva ( art. 41 c. p.). E cosa avrebbero potuto fare? Sfiduciare Salvini. C’era un precedente simile accaduto a Filippo Mancuso, Ministro della Giustizia durante il Governo Dini, sfiduciato dalla sua maggioranza nel 1995. Ciò fu possibile allora, ed è ancor oggi fattibile, sulla base della riforma dell’epoca che estese la disciplina della sfiducia al Governo anche per le dimissioni di un singolo ministro.

Tenuto conto che a Salvini si contesta proprio un atto di Governo, ci domandiamo: il Presidente del Consiglio e i Ministri, essendo membri del Governo, non concorrono nel reato? Si paleserebbe addirittura l’ipotesi del concorso di persone nel reato proprio. Il potere del Ministro dell’Interno, sull’accesso ai porti, con pericolo per l’ordine e la sicurezza pubblica, non mi sembra sia un potere esclusivo e assoluto adottabile contro la volontà del Governo cui egli appartiene. Se così fosse, saremmo dinanzi ad un’aberrazione morale, giuridica e costituzionale.

Per onestà intellettuale mi sembra corretto dire che se il Consiglio dei Ministri e il suo Presidente non condividevano le determinazioni adottate dal proprio Ministro dell’Interno, ritenendo addirittura sussistente la possibile rilevanza penale della sua condotta, o avrebbero dovuto costringere quest’ultimo a ritirarle, o pochi minuti dopo avrebbero dovuto sbatterlo fuori dal Governo. Il nostro codice penale stabilisce che non impedire un evento, che si ha l’obbligo giuridico di impedire, equivale a cagionarlo.

Politicamente sono sicuramente tutti colpevoli assieme al ministro Salvini, maggioranza, ministri e capo del Governo. Penalmente, vedremo come decideranno i giudici e in conformità a quali istituti. Da un’accusa così grave, tuttavia, qualora fosse esclusa l’intera compagine di Governo, si potrebbero palesare eventualmente gli estremi del “fumus persecutionis” con possibili presupposti per un ricorso alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. Su Salvini, per il quale è noto, non nutra simpatia, sparano proprio i suoi complici e mi pare davvero scandaloso che, proprio i suoi sodali al Governo che con lui hanno condiviso tutto, a distanza di un anno lo mandino a processo come se con lui non avessero condiviso nulla.

* Giurista, professore di diritto penale, associato al Rutgers Institute on Anti- Corruption Studies ( RIACS) di Newark ( USA) e ricercatore dell’Alta Scuola di Studi Strategici sulla Criminalità Organizzata del Royal United Services Institute di Londra.

 

La lezione di Cavour: il governo faccia “il rimorchiatore” e non il contrario

Non il governo ha trascinato l’Europa, come vuole certa retorica. Viceversa l’Italia è stata soccorsa perché funzionale agli interessi della Ger…

Il 26 febbraio 1861 il Senato discusse l’articolo unico del disegno di legge che proclamava Vittorio Emanuele II “Re d’Italia”. Cavour intervenne per sostenere la formula “Re d’Italia” anziché “Re degli Italiani” pure prospettata. Rilevò che, in buona sostanza, l’iniziativa non era stata né del Governo né del Parlamento, ma del popolo che aveva già salutato Vittorio Emanuele II come Sovrano. Qui però non interessano le ragioni, storicamente ineccepibili, addotte da Cavour a sostegno della formula caldeggiata, poi accolta unanimemente dai senatori.

Interessa invece la “brevissima digressione nel campo della politica” che egli sentì di dover premettere a quelle ragioni. E interessa perché non solo acuta ma pure strettamente attuale. Essa getta una luce inaspettata sul modo di condursi del Governo in carica. D’altro canto, esaminare un esecutivo di oggi con gli occhiali cavouriani costituisce di per sé un esercizio istruttivo, per gli esaminatori e per gli esaminati. Cavour spiegò dunque ai senatori che «vi sono due sistemi che un governo illuminato, liberale, desideroso di rimanere in armonia col popolo, può seguire: o aspettare che l’opinione pubblica si manifesti e che dopo essersi manifestata eserciti sopra il governo una certa pressione per spingerlo più in un senso che in un altro, per mostrargli la via che ha da seguire; oppure cercare d’indovinare gl’istinti della Nazione, determinar quali siano i veri suoi bisogni, ed in certo modo, spingere lui stesso; essere, in una parola, o rimorchiato, ovvero rimorchiatore».

Quel Gigante era ben consapevole che «i due sistemi possono essere opportuni nelle diverse circostanze».

Tuttavia non si trattenne dal proclamare orgogliosamente: «Io non istituirò paragoni tra l’uno e l’altro, non ne discuterò i meriti rispettivi; dirò solo al Senato che dacché ho l’onore di far parte del Consiglio della Corona, ho sempre creduto dover seguire il secondo; e mi pare che gli eventi abbiano dato ragione a questa mia scelta». Negli ultimi tempi una larga ma dissennata corrente d’opinione, riflessa dai media e comprovata da sondaggi, ha magnificato il presidente Conte e l’ha seriamente accostato a Cavour, proponendolo all’evidenza come un “rimorchiatore” piuttosto che un “rimorchiato”.

L’abbaglio deriva dal fatto che gli viene ascritto a sommo merito politico aver imposto agl’Italiani misure drastiche dettate invece dal terrore della pandemia e aver ottenuto dall’Europa elargizioni a fondo perduto ( perduto?) e mutui a lungo termine, promettendo soltanto gl’interventi richiesti dall’Europa come contropartita e imposti dallo stato di necessità della rinascita italiana.

Infatti di ritorno da Bruxelles il presidente Conte, sebbene vi avesse deposto la baldanzosa sicurezza del “Faremo da soli!”, è stato salutato come i generali romani dopo le conquiste.

Ma non ha riportato in Patria un tesoro strappato al nemico vinto, bensì sovvenzioni e prestiti concessi dai vincitori.

Il trionfo spetta alla mammina tedesca che gli ha messo in mano il sonaglio per rabbonirlo. La rimorchiatrice è Merkel; Conte, il rimorchiato. Non il Governo italiano ha trascinato l’Europa, come ha preteso la retorica patriottarda. Viceversa l’Italia è stata soccorsa perché gl’interessi della Germania, e dunque dell’Ue, non potevano essere conseguiti che perseguendo anche gl’interessi italiani. Il governo segue al solito gli eventi e ne aspetta le pressioni e le spinte. Il rimorchiato Conte, stordito dall’incenso dei suoi turiferari, finisce col sentirsi un rimorchiatore.

 

Commenti 30 Jul 2020 21:00 CEST

La maggioranza? Sembra quasi all’opposizione

L’Aula del Senato decide sulla richiesta del tribunale dei ministri

Alla notizia del colpo di Stato del 2 dicembre 1851 effettuato da Luigi Napoleone, l’Assemblea nazionale – così raccontano le cronache dell’epoca – era così contenta che stentava a manifestare il proprio entusiasmo.

Ora, Giuseppe Conte non è un golpista. E semmai dovesse paragonarsi a qualcuno, lui che ama lo Storia con la esse maiuscola, penserebbe a Napoleone, il Grande, e non all’altro, Le petit, che ricorda una nota marca farmaceutica. Uno stato d’emergenza controproducente e una maggioranza ormai ostaggio di Conte

Alla notizia del colpo di Stato del 2 dicembre 1851 effettuato da Luigi Napoleone, l’Assemblea nazionale – così raccontano le cronache dell’epoca – era così contenta che stentava a manifestare il proprio entusiasmo.

Ora, Giuseppe Conte non è un golpista. E semmai dovesse paragonarsi a qualcuno, lui che ama lo Storia con la esse maiuscola, penserebbe a Napoleone, il Grande, e non all’altro, Le petit, che ricorda una nota marca farmaceutica. E lo stato di emergenza che il Consiglio dei ministri si accinge a dichiarare non è un colpo di Stato.

Dopo tutto, la storia si manifesta una prima volta in tragedia e una seconda in farsa. Come sosteneva il vecchio Marx. A scanso d’equivoci, Karl e non Groucho. Eppure anche questa maggioranza giallo- rossa ( col trattino!) alla notizia della proroga dello stato d’emergenza ha fatto fatica a manifestare la propria gioia. La verità è che lo stato di emergenza è inutile in quanto un puro e semplice flatus vocis. Inutile, perché per le emergenze la Costituzione, una fonte del diritto sovraordinata al codice della protezione civile, già prevede la decretazione d’urgenza. Uno strumento normativo da utilizzare con giudizio. E per l’appunto basterebbe un decreto legge per prorogare le misure che altrimenti decadrebbero alla scadenza del 31 luglio. Come ha notato Sabino Cassese, lo stato d’emergenza è poi illegittimo perché carente del presupposto e inopportuno perché produce tensioni. E per di più controproducente perché, nell’orbe terracqueo, siamo una mosca bianca.

Lo stato d‘ emergenza ormai lo abbiamo solo noi. E ci fa apparire agli occhi del mondo intero una sorta di lazzaretto. Con danni enormi al turismo e alla ripresa economica.

C’è poi l’aspetto politico. Anche ora che è sulla cresta dell’onda, Conte in Parlamento si muove con qualche impacccio o, forse, con sopraffina astuzia di sapore andreottiano. Non a caso è stato ribattezzato il Machiavelli del Tavoliere delle Puglie. Si è presentato bel bello l’altro ieri e ieri alle Camere come se la sua fosse una benevola concessione. E invece è vincolato da un ordine del giorno a firma Tomasi, Ceccanti, Ferri e Russo, tutti esponenti della maggioranza, accolto dal governo nella seduta della Camera del 19 luglio. E che, con puntiglio e una punta di perfidia, Ceccanti ieri ha rammentato a un Conte che sembrava recitare da consumato attore la parte dello smemorato di Collegno.

Già che c’era, Conte è scivolato un’altra volta. Quando ha detto che, facendo eccezione alla regola, avrebbe replicato a chi era intervenuto nel dibattito. La replica appartiene al galateo parlamentare. Perché, se non ci fosse, avremmo un dialogo tra sordi. Prenda esempio, il presidente del Consiglio, da Andreotti, che nelle repliche dava il meglio di sé stesso. Rispondeva, a uno a uno, a tutti gli oratori. Con particolare attenzione ai parlamentari di opposizione. Per ingraziarseli, lui uomo della previdenza, nel caso che occorressero dei “responsabili” a sostegno del governo.

La maggioranza pensava di aver fatto di Conte un prigioniero. E invece, come Pulcinella alla guerra, ne è diventata ostaggio. E più l’uno va su, più l’altra va giù. È per questo che nei due rami del Parlamento ha presentato una risoluzione che sembra scritta dall’opposizione. Tanti sono flebili i sì e ruvidi i ma. Difatti impegna il governo a non superare il termine del 15 ottobre, ad avvalersi di norme primarie per limitare eventualmente le libertà fondamentali, a coinvolgere al meglio il Parlamento, ad assicurare il più tempestivo ritorno alla normalità e l’ordinato avvio a settembre dell’anno scolastico, a garantire il regolare svolgimento delle campagne elettorali e referendaria del 20- 21 settembre in spazi idonei preferibilmente non all’interno degli edifici scolastici. E via di questo passo.

Il professor Ceccanti, oltre a essere un autorevole costituzionalista, come tutti gli uomini di sinistra a volte indulge nel politichese. Così ieri a Montecitorio, per indorare la pillola al presidente del Consiglio, ha parlato di terza via. Né un aperto sì né un rotondo allo stato d’emergenza. Ma, per l’appunto, un sì ma. Lui la chiama terza via. Ma dà tutta l’aria di una gabbia nella quale costringere l’amato presidente del Consiglio ad addivenire a più miti consigli. L’importante, si sa, è volersi bene…

 

Commenti & Analisi 23 Jul 2020 17:00 CEST

Ora l’attuazione, cioé lavorare di concerto con un meccanismo di garanzia e governo

Una componente politico- tecnicoscientifica che misuri I risultati ogni anno per 4 anni, consultando gli stakeholders per ottimizzare il recovery fund

Sarebbe intellettualmente onesto, istituzionalmente dovuto e politicamente responsabile riconoscere a l Presidente del Consiglio dei ministri il merito che gli spetta: avere saputo posizionarsi nella arena di gioco delicatissima che si è prospettata nel Consiglio europeo, avere saputo arrivarci dopo una meticolosa tessitura di relazioni basate su dialogo e fiducia con gli interlocutori chiave, iniziando da Angela Merkel e Emmanuel Macron, essersi avvalso di una Rappresentanza italiana attenta e preparata, avere giocato in tandem con la voce italiana nella Commissione europea.

Adesso si gioca il riflettore si sposta dentro al paese. A più livelli, certo, come abbiamo molto bene inteso ascoltando e seguendo i riflessi e le eco delle campagne elettorali regionali rispetto agli equilibri della maggioranza di governo in parlamento. Ma la partita adesso va giocata in Italia, come paese. Una partita complessa, certo, ma che in fondo si qualifica in poche parole: una responsabile, verificabile e lungimirante attuazione. Si tratta di mettere in piedi il meccanismo di garanzia e di governo dell’attuazione. La cultura italiana si scontra qui con una carenza di lungo periodo: siamo poco abituati a governare i cambiamenti e le innovazioni in modo coeso e trasversale ai ministeri, un po’ perché abbiamo scontato per anni il fatto di non avere costruito un’alta dirigenza formata in modo trasversale per operare come àncora nella macchina attuativa delle politiche, in particolare di quelle infrastrutturali che necessitano della co- partecipazione di ministeri chiave chiamati ad agire di concerto; un po’ perché nella composizione degli esecutivi di coalizione le logiche che guidano la politica nei diversi ministeri non necessariamente segue una idea univoca di bene del paese, quand’anche un’idea di parte politica, ma una sola ( ne vediamo sovente molte e molto variabili nell’arco della legislatura); un po’ perché, ed è il problema più serio in realtà, non abbiamo sviluppato una forte cultura del monitoraggio e della valutazione, la quale necessita di una metodologia rigorosa, posta al riparo da ogni intemperie di carattere elettorale, e di una tecnica della misurazione dei risultati che va di pari passo con la raccolta regolare di dati e di evidenze empiriche comuni e condivisi per il paese.

Una proposta in cinque punti per un meccanismo di garanzia e di governo dell’attuazione: la composizione: politico- tecnica e scientifica, integrato dalla partecipazione degli stakeholder strategici, in modo che i costi di monitoraggio non si alzino perché ci sono troppe voci e troppi momenti di condivisione informazioni e ripristino della memoria storica; la durata: deve avere una durata continuativa di quattro anni e deve svolgere una funzione di garanzia anche della continuità rispetto alle fisiologiche discontinuità dovute alle ciclicità elettorali.

i profili di competenza: dovrà opportunamente fondarsi su tre componenti, una politica una scientifica ed una tecnica comprensiva sia dei profili ( politici, scientifici e tecnici) che insistono sulle tre macro aree tematiche che sono in agenda strategica dell’Unione europea cosi come si configura il budget 2021- 2027 ( è opportuno che le progettualità si “parlino”, sia quelle finanziate dal recovery sia quelle finanziate dal budget europeo ordinario): digitale, economia, ambiente e salute. il tratto evidence- based e data- reuse: in linea con gli standard UE e gli standard OCSE, dovrà insistere su un processo di raccolta dati e evidenze empiriche curato da tutte le istituzioni che si occupano di questo a partire dall’ISTAT senza che vi siano duplicazioni o frammentazioni di banche dati: la credibilità della politica del dato per l’Italia è questione cruciale il metodo: meccanismo dovrà avere un ciclo di produzione annuale: si parte con la consultazione degli stakeholders, si monitorano le azioni in corso sulla base di un cruscotto di controllo il più possibile legato ad automatismi di raccolta dati, si valutano i risultati e si comunicano i risultati con tre stili comunicativi integrati in rapporti politici, scientifici, e tecnici, sia alla cittadinanza, sia alla imprenditoria, sia all’Unione europea.

La presenza di stakeholders di valore strategico ha una doppia funzione: essi saranno capaci di apportare alla politica che programma i piani di azione le conoscenze necessarie per rendere il recovery fund una realtà comportamentale innovativa regolativa e di crescita e sviluppo, essi saranno capaci di svolgere un ruolo di contrappeso rispetto alla fisiologica alternanza politica, essi saranno capaci di conservare anche alla fine del finanziamento la memoria la conoscenza e il valore aggiunto prodotto attraverso la partecipazione al recovery plan. Una metodologia tempestiva e rigorosa. Abbiamo mostrato di sapere vincere partite difficili, adesso dobbiamo dimostrare al paese – dunque a tutti noi – di sapere navigare in mare aperto senza perderci. Ognuno puo’ fare il proprio: ognuno lo deve fare.

 

Commenti 22 Jul 2020 13:45 CEST

La novità? È cominciata l’era post- populista

Chi ha in mano le redini del paese si è mosso fin qui prestando orecchio agli argomenti più demagogici che trovava a sua disposizione

 

A un’Europa quasi imprevedibile nella sua lungimiranza non dovrebbe affiancarsi ora un’Italia troppo prevedibile nella sua più corta veduta. Per ora, diciamolo, non è così. I commenti della maggioranza sembrano tutti rivolti a costruire uno scontato monumento a cavallo per il presidente del consiglio.

E quelli dell’opposizione, in modo speculare, a loro volta minimizzano e demonizzano. Il cortile di casa della politica italiana risuona sempre degli stessi argomenti, e quel disco rotto comincia a stancare. E invece servirebbe un colpo di fantasia, una mossa spiazzante, l’apertura di un nuovo gioco.

Soprattutto da parte del governo, che ora può cambiare lo spartito. Chi ha in mano le redini del paese si è mosso fin qui prestando orecchio agli argomenti più demagogici che trovava a sua disposizione. Ha coccolato la retorica populista, cercando da quelle parti il sostegno di cui aveva bisogno.

Ha compiaciuto gli stati d’animo più esacerbati di una parte di opinione pubblica, gabellando col nome di riforme le più tetragone controriforme. Ha sparso a piene mani illusioni ed equivoci a cui l’Europa di oggi, versione Merkel, toglie ogni alibi.

Ora, il populismo poteva forse forse – avere un senso nel fronteggiare istituzioni sorde e cieche, arroccate in se stesse. Difficile pensare che oggi quel senso sia ancora lì. Sta cominciando il post- populismo, ed è tempo che la politica italiana ne sia consapevole.