Commenti 5 Dec 2019 12:35 CET

Perché la Destra non può non dirsi europeista

Il vecchio continente tra geopolitica e opportunismi. Storicamente e culturalmente è sempre stata federalista ma va difesa la nostra sovranità. Senz…

Il dibattito sul fondo “salva Stati” ha fatto riemergere idiosincrasie che ritenevamo riposte nell’ambito della propaganda contro l’’ Europa da parte della Destra. Di quale Destra è difficile dire, posto che la Lega sembra essersi adattata “abusivamente” ad essere qualificata in tal modo, mentre FdI avrebbe tutti i titoli per rivendicare la sua discendenza dalla Destra nazionale e sociale, ma non sembra incline a farlo, preferendo presentarsi come un soggetto riformista- conservatore, tendenzialmente “sovranista”, evitando di precisare la sua essenza culturale.

Perciò nella confusione che domina il versante di Centrodestra, dove anche la residuale Forza Italia risulta piuttosto sbandata sul tema, è difficile che l’orizzonte si schiarisca nel mentre i dissensi sul provvedimento si acuiscono e fanno emergere un anti- europeismo che non ha mai fatto parte del bagaglio politico- culturale della Destra che è stata. Nè nella versione post- fascista, né in quella missina e tantomeno quando si è identificata con Alleanza nazionale. Certo, la critica ai meccanismi gestionali ed alla governance in generale dell’Unione ha avuto ed ha fondamenti solidi, perfino condivisi da personaggi come Emmanuel Macron ed Angela Merkel, al punto che da tempo s’invoca una riforma delle istituzioni comunitarie.

La Destra, oltretutto, non è mai stata fautrice dei Trattati di Maastricht e di Amsterdam, pilastri dell’Unione, ma l’avversione contro due dei documenti- cardine non le ha impedito di sostenere la coesione continentale ed immaginare addirittura una Confederazione europea.

Insomma, la vecchia idea di “Europa Nazione” è stato uno degli asset ideologici della Destra declinata in qualsiasi modo. E a nessuno è mai venuto in mente di sostenere la contrapposizione tra gli Stati nazionali e la prospettiva di integrazione degli stessi in un’unità geopolitica. Tale esigenza è oggi quanto mai d’attualità da esimerci di spiegarne le ragioni a fronte di scenari planetari che dovrebbero indurre gli europei a cercare motivi di coesione piuttosto che di divisione: il tempo di una riforma che salvaguardi maggiormente le sovranità statuali nell’ambito di una sovranità europea effettiva e fondata su canoni culturali, oltre che su esigenze politiche ed economiche verrà. È inevitabile, a meno di non volersi far colonizzare da potenze le cui dinamiche stanno dispiegando sull’Europa esercizi muscolari preoccupanti.

La Destra, perfino astrattamente intesa, non può che stare dalla parte della vecchia Europa in ogni caso, e cercare perfino legami con altre aree che vorrebbero sfuggire alla sottomissione di aggregati neo- coloniali agguerriti finanziariamente, tecnologicamente, demograficamente. Mi vengono in mente antiche parole di Paul Valéry: “Gli sciagurati europei hanno preferito giocare ad armagnacchi e borgognoni, anziche ´ farsi carico su tutto il globo della grande funzione che nella societa` della loro epoca i Romani avevano saputo assumere e sostenere per secoli. In confronto ai nostri, il loro numero e i loro mezzi non erano nulla; ma nelle viscere dei loro polli essi trovavano piu` idee giuste e coerenti di quante non ne contengano le nostre scienze politiche».

Mi sembra ci sia della follia nell’insistere sull’antieuropeismo quando occorrerebbe trovare nell’interesse stesso delle nazioni la giustificazione a tenere unito quel che rischia di rompersi definitivamente.

Nazioni come l’Italia o la Spagna si stanno letteralmente disfacendo, mentre dovrebbero contribuire, in ossequio alla loro storia ad essere il traino della costituzione europea. Lo spossessamento delle ragioni della nazione, di fatto in egual misura colpisce diversi Stati e insieme l’Europa: gli uni e l’altra sono destinati a diventare ancor più entita` meramente economiche, funzionali a un disegno strategico coerente con le logiche globaliste dominanti nel Grande Gioco che si sviluppa tra Washington, Pechino e Mosca.

In questo quadro, la «regionalizzazione» dell’Europa ( sostenuta da certe sedicenti Destre) piu` spiccata in Italia e in Gran Bretagna, ma anche la Spagna non ne è immune ( Catalogna e Paesi Baschi) dove, unita` subnazionali omogenee, per dirla con Ralf Dahrendorf, «si uniscono con una formazione sopranazionale retorica e debole», e` foriera di conflitti interni agli Stati e di indecisionismo congenito negli stessi per cio` che concerne i rapporti esterni. E a questo qualsiasi Destra dovrebbe essere particolarmente sensibile.

Insomma, quell’Europa Nazione che sola potrebbe dare un senso all’unione dei popoli del Continente, liberando gli Stati in una dimensione piu` grande e rendendo le diverse culture componenti organiche di una identita` sulla quale fondare un aggregato geopolitico dalle dimensioni imponenti avente le caratteristiche e la forza di un impero, dovrebbe essere la prospettiva delle Destre continentali coerenti con le loro storie.

Era ed e` un sogno? Dopo Carlo V non vi e` stata epoca nella quale non lo si sia coltivato infrantosi contro i bizantinismi regionalisti e gli egoismi nazionali. L’idea della nazione europea non riuscirono a sbaragliarla le orde dell’Est e dell’Ovest che nel 1945 piantarono le loro bandiere sul corpo disfatto del nostro Continente. Non e` stata vinta neppure dal piu` lungo e angoscioso dopoguerra che la storia ricordi, quando sull’Europa, e in particolare sulla Germania divisa, si addensarono tensioni politiche che piu` di una volta fecero temere il peggio. Non ha avuto ragione di essa neanche il colonialismo piu` volgare che sia stato dispiegato a danno di interi popoli. Non e` venuta meno neppure quando sembrava che i cavalli dei cosacchi stessero per abbeverarsi nelle fontane di piazza San Pietro. Possono i sovranisti, apparsi improvvisamente sulla scena, decretare la fine del progetto europeo iscritto nella storia dei popoli ritrovatisi fin dai secoli succeduti alla catastrofe dell’impero romano?

Gli stessi soggetti che hanno levato i calici quando i “barbari” hanno smobilitato dal cuore dell’Europa, or sono trent’anni, come possono adesso avversare l’idea stessa dell’Europa politica, mentre le burocrazie che la governano ( esse sì da mettere sotto accusa) sono i terminali dell’alta finanza e della tecnocrazia, della moneta unica declinata in chiave germanica che certo non fa bene ai circa trenta milioni di disoccupati che tali purtroppo resteranno, ne ´ offrira` maggiori occasioni di coesione agli Stati membri nei quali cresce la diffidenza dell’uno verso l’altro?

L’Europa che tende a nascondere il conflitto latente tra gli Stati dell’Unione, i quali, come tutti i commercianti del mondo, cercano di ricavare il massimo profitto dalla loro posizione a discapito di altri, necessita di una compattezza come se fosse in guerra. Se non si acquisisce, insomma, una chiara idea di nazione- continente, non ci sara` nessuna possibilità per realizzare una reale ed armonica Europa unita. E gli Stati seguiranno la sorte che toccherà a Bruxelles e a Francoforte quando dovranno ratificare decisioni prese da un’Oceano all’altro.

Nazione ed Europa pertanto non vanno considerate separatamente, come la storia degli ultimi due secoli insegna. Entrambe, diceva Friedrich Meinecke, sono piuttosto apparse come «una bipolarita` inscindibile di interessi spaziali». Infatti, sono stati i vari e diversi popoli europei, soprattutto quando hanno assunto caratteristiche specificita` nazionali, che hanno fatto l’Europa come identita` rendendola, secondo l’espressione di Jean- Jacques Rousseau, una «societa` reale» dotata di un sentire comune grazie al retaggio religioso, tradizionale, storico, culturale.

Ma e` altresi` l’Europa, come osservo` con molta lucidita` circa cinquant’anni fa Carlo Curcio, ( dovrebbe essere, come fu, considerato uno dei padri intellettuali della Destra, purtroppo dimenticato), «terra di nazioni» e cioe` che «senza quel corso di eventi e quel moto di idee, che hanno creato la moderna Europa, non vi sarebbero state le nazioni europee; ma dovrebbe essere facile ammettere che senza le sue nazioni l’Europa non avrebbe avuto ne ´ vita, ne ´ senso; quella vita e quel senso, di cui gia` da secoli, lentamente, ma sempre piu` chiaramente, ci si e` accorti, sia pure con una evidente visuale nazionale».

Da qui alla considerazione che l’idea dell’Europa e` fondamentalmente un’idea politica, il passo e` breve. Al di fuori questa visione c’e` soltanto l’Europa mercatista : una non- idea dell’Europa, o meglio, un’idea priva di storia e l’Europa che ne scaturisce è l’Europa degli interessi particolari e dei bisogni fittizi, degli egoismi e dei consumi. Non e` neppure lontanamente l’Europa dei popoli e delle patrie. Ma per realizzare qualcosa, che le assomigli, non si può buttare a mare l’idea stessa dell’unità continentale abbracciando particolarismi che già un secolo fa erano obsoleti. Di questo almeno la Destra dovrebbe essere più che consapevole.

 

Masochista sparare sull’Europa

Se dunque la Ue è essenziale, altrettanto essenziale risulta lavorare per modificarne gli aspetti negativi

Sfrondato delle asperità verbali e dal clima rissaiolo che tuttavia minaccia di sviluppare altre puntate e andando al succo della questione, il dibattito in Parlamento sul Meccanismo Europeo di Stabilità – argomento decisivo che merita il più accurato approfondimento – ha confermato una cosa che tutti sappiamo e molti aggirano. Cioè che il legame tra l’Italia e l’Europa non solo è storicamente obbligato ma anche indissolubile in quanto conveniente. Nel senso che è interesse decisivo di Roma stare dalla parte di quelli che le regole le scrivono piuttosto che da quella che le subiscono.

Che il nostro stratosferico debito pubblico è senz’altro sostenibile come ha assicurato Giuseppe Conte ma che per farlo rimanere tale dobbiamo spendere un mucchio di miliardi di euro che potrebbero essere meglio impiegati, se il debito diminuisse, in infrastrutture e servizi. Per cui l’incubo non deve essere la “ristrutturazione” o il consolidamento, che pure sono spettri da allontanare. Quanto vanificare un serio piano di costante diminuzione.

In Italia non ci pensa nessuno, in Europa non fanno altro: bella forbice da stroncare. Se dunque la Ue è essenziale, altrettanto essenziale risulta lavorare per modificarne gli aspetti negativi che zavorrano la sua azione. L’Italia può e deve farlo a condizione che la sua forza e autorevolezza, oggi declinanti, riprendano vigore.

Litigare con alleati storici e strizzare l’occhio a player al di là degli Urali o della Muraglia può magari solleticare l’ipertrofia egoica di qualcuno, ma è assai dubbio che faccia bene al Paese.

Se davvero – ma come fare a crederlo? – fosse questo il risultato del confronto nelle aule parlamentari, il passo in avanti risulterebbe importante e positivo. Se invece di qui al voto della prossima settimana la bagarre continuasse e le spinte anti- europee così ben posizionate dentro e fuori la maggioranza avessero il sopravvento, il rischio sarebbe di logorare ancor più il prestigio dell’Italia spalancando le porte ad una nuova fiammata di polemiche di stampo mediatico ed elettoralistico del tutto autolesionistico.

Proprio ieri Boris Johnson ha annunciato che se vince le elezioni farà come gli Usa: per visitare Londra, ci vorrà un visto. Quelli che da noi immaginano la stessa cosa sono simili a chi guida a fari spenti nella notte per vedere l’effetto che fa. Se qualcuno vuole salire a bordo, si accomodi.

 

Editoriale del Direttore 12 Oct 2019 08:45 CEST

Fine umanità mai

EDITORIALE

Quando, con sentore di strumentalità, si tirano in ballo persone o fatti del passato per giustificare misure dell’oggi, spesso è perché le motivazioni dell’oggi sono scarse o poco convincenti. E’ la sensazione non l’unica: solo la più benevola – che si ricava dalla lettura delle valutazioni usate da Marco Travaglio per contestare la sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo che ha invitato l’Italia a ripudiare l’ergastolo ostativo – quello senza alcuna possibilità di benefici – in quanto, appunto, inumano.

Travaglio ricorre alla memoria di Falcone e Borsellino per sostenere che loro quella misura, «l’hanno inventata» e dunque chi la critica fa il gioco dei malavitosi, dei mafiosi, dei corrotti. Anzi, dovrebbe avere il coraggio di deturpare il loro ricordo affermando che i due magistrati erano, oltre che inumani, «violatori» della Costituzione. A parte – e questo giornale lo ha scritto più volte – che la verità storica è un’altra e cioè che Falcone, consapevole che l’ergastolo senza condizionale ( citiamo il nostro Damiano Aliprandi) era incostituzionale, non ha escluso i benefici bensì solo allungato i tempi per ottenerli, il nodo vero non è storico- memorialistico bensì culturale.

Quanto il sofisma sia fuorviante è confermato dalla sua stessa essenza: praticamente – e Travaglio infatti lo fa – seguendo quel percorso logico si arriva a sostenere che i giudici europei con i loro verdetti intendono non salvaguardare principi basilari della civiltà e del rispetto della dignità umana bensì surrettiziamente «dare una mano» a mafiosi, malavitosi, corrotti.

Di più. Usando lo schema precedente, perfino Papa Francesco quando sostiene che l’ergastolo ostativo è «una morte nascosta» si pone sullo stesso piano dei giudici di Strasburgo. Per Travaglio la Cedu è «demenziale». Verrebbe da usare stesso aggettivo per le sue argomentazioni. Visto che la Costituzione viene tirata in ballo forse è il caso di ricordarla. Laddove agli articoli 13 e 27 prescrive che «è punita ogni violenza fisica e morale sulle persone sottoposte a restrizioni di libertà», e che «le pene… devono tendere alla rieducazione del condannato». Vale per chiunque: perfino per mafiosi, malavitosi e corrotti. Nessuno vuole rimetterli in libertà gratuitamente: sarà il giudice a stabilire il se e il come. Ma negargli la speranza, solo quella, di lasciare un giorno, per alcune ore, il carcere è roba da aguzzini. Dei mille e passa in quelle condizioni, il ravvedimento anche di uno solo rappresenta una vittoria per tutti. Anche per Travaglio.