Commenti 20 May 2020 19:00 CEST

Federale oppure Confederale: è tempo di una scelta chiara per capire che Europa vogliamo

Il direttorio Francia- Germania e la proposta economica sul covid. La questione va posta con chiarezza. Se non si avvierà una seria e forte discussio…

Il Presidente francese Emmanuel Macron e la Cancelliera tedesca Angela Merkel hanno proposto un fondo di rilancio europeo da 500 miliardi per favorire gli Stati europei più colpiti dalla crisi. Si tratterebbe di trasferimenti diretti e non di prestiti. Quindi una proposta buona e saggia che la presidente della BCE, Christine Lagarde, sembra rafforzare quando dichiara che bisognerà potenziare il patto di stabilità e sviluppo davanti alla più grave recessione della storia in tempo di pace. Ma c’è un ma che non viene detto e cioè che sulla proposta di Macron e della Merkel incombe il diritto di veto, che si è subito manifestato con la presa di posizione dell’Austria e di altri paesi. Così, dopo le questioni istituzionali sollevate dalla Corte tedesca, sul piano proposto dai due leader europei incombe il diritto di veto che rimanda alla natura stessa dell’assetto istituzionale europeo.

Jean Monnet, grande tecnocrate e grande europeista, autore di quasi tutte le realizzazioni concrete per creare la Comunità europea, dopo la catastrofe della Seconda guerra mondiale, era convinto che per via “funzionalista”, partendo dall’economia e dal mercato comune, con il tempo l’Europa sarebbe diventata una federazione. Nel 1976, quando effettivamente la Comunità aveva superato momenti di grave crisi, come l’affondamento dell’esercito comune o il ritorno degli Stati nazione con De Gaulle, Monnet scrisse che l’Europa si sarebbe fatta “attraverso le crisi” e si sarebbe costituita dall’insieme “delle soluzioni” che si sarebbero trovate “a queste crisi”. In sostanza un itinerario a ostacoli, ma ineluttabilmente destinato a sfociare in una soluzione federale. In realtà, andando di crisi in crisi, la storia, sino alla fine degli anni novanta del secolo scorso, sembrava dar ragione a Monnet.

Così come ai grandi politici che avevano gettato le basi della Comunità europea, ma guardando alla meta finale della creazione degli Stati Uniti d’Europa, il grande sogno coltivato fin dall’ 800 dai pionieri del federalismo europeo, come il nostro Carlo Cattaneo, o come Carlo Rosselli o Altiero Spinelli. Le cose si complicarono non poco quando, dopo il crollo del Muro di Berlino e la caduta del comunismo in Russia, si tentò di rispondere con il trattato di Maastricht ( 1992) che delineava un percorso di convergenza fra gli Stati membri per approdare ad un trattato costituzionale e all’adozione di una moneta unica.

Si sarebbe trattato, con tutte le specificità europee, di un esito federale sul modello degli Stati Uniti o meglio della Bundesrepublik, dove le norme delle istituzioni centrali europee avrebbero prevalso sui singoli Stati o i singoli Länder, annullando il diritto di veto tipico dei sistemi confederali. Tuttavia proprio a quel punto con il fallimento del trattato costituzionale, bocciato per via referendaria dalla Francia e da altri Stati membri, e nello stesso tempo con l’allargamento dell’Unione europea ai paesi europei che per sessant’anni erano stati satelliti- soggetti dell’Unione Sovietica, il processo federale entrò in crisi.

Così l’Unione europea è rimasta una sorta di “ircocervo”, con istituzioni che ancora possiedono il diritto di veto, tipico del sistema confederale, ma con una Banca Centrale Europea cui aderiscono i paesi membri che hanno accettato l’Euro e hanno rinunciato alla sovranità monetaria nazionale. Insomma la moneta unica, l’Euro come il Dollaro, costituisce un presupposto del sistema federale, oppure il punto di passaggio dal confederalismo al federalismo come accadde negli Stati Uniti con la costituzione di Filadelfia e poi con la creazione del Dollaro e poi di una Corte federale. Così le sentenze della Corte di giustizia europea diventerebbero insindacabili e cogenti per tutti gli Stati membri, se l’Unione europea fosse una federazione.

Ma così non è. Allora bisogna riconoscere che l’Unione europea avrebbe bisogno di un processo di riassetto istituzionale. Non a caso gli interventi del Presidente francese Macron vanno in questa direzione. La stessa in cui si muoveva il documento del governo italiano presentato il 14 febbraio 2020, proprio all’inizio della crisi e, quindi, non discusso, intitolato Italian Non- Paper for the Conference on the Future of Europe, 2020- 2022. In realtà il documento italiano poneva un problema e cioè l’esigenza di superare l’impostazione funzionalista, più che indicare una soluzione.

La vera questione dovrebbe essere posta con chiarezza: vogliamo fare della UE una confederazione intergovernativa chiarendo limiti e competenze fra gli Stati nazione e gli organi centrali? Oppure la UE dovrà essere un’unione sovranazionale di tipo federale? In questo secondo caso bisognerà distinguere le politiche che hanno una dimensione nazionale e che dovranno rimanere degli Stati membri, da quelle che hanno una natura e una dimensione sovranazionale ed in primo luogo la politica di difesa e quelle appunto di fronteggiamento e di risposta alle crisi internazionali. Se non si avvierà una seria e forte discussione in questo senso, anche la grave pandemia del tempo che viviamo non avrà insegnato niente.

 

Commenti 12 May 2020 19:00 CEST

La Corte tedesca s’ammanta di sillogismi, l’accordo tra Stati lascia sullo sfondo l’unità dell’Europa

Non è il sovranismo da strada o da bar a preoccupare bensì quello che incomincia a rivestirsi di contenuti tecnici che la sentenza ora squaderna

La sentenza della Corte costituzionale tedesca sul Quantitative Easing di qualche giorno fa è stata immediatamente ‘ piegata’ alle rispettive ragioni di ‘ guelfi’ e ‘ ghibellini’ della disputa in atto sul destino dell’Unione europea. E come sempre accade quando la faziosità prevale sulla lettura serena degli avvenimenti diventa difficile cogliere il senso pieno della realtà.

Proviamo a ricapitolare l’argomento con un taglio volutamente ‘ schematizzante’, non per rinunzia alla complessità del ragionamento, che pure non può mancare quando il tema è così delicato e controverso, ma come ossequio alla chiarezza troppo offuscata di questi tempi da ipocrite ed appunto faziose ricostruzioni. Sicché procediamo per quesiti.

Il primo è: è vero che la Corte tedesca con la pronunzia ha inteso ‘ ribellarsi’ alla primazia del diritto europeo? Se l’idea è di un rifiuto della supremazia gerarchica alla fonte europea, come espressione di un più generale disagio verso il processo di unificazione europea, la risposta è certamente negativa.

La Corte costituzionale tedesca, che – giova ricordarlo ai lettori superficiali – , a differenza della nostra, può essere direttamente adita dai cittadini sulle questioni di propria competenza, ha inteso fornire risposta ad un ricorrente che si doleva delle ricadute interne della disciplina della BCE sul meccanismo ‘ incriminato’.

In tale ambito – e soltanto rispetto ad esso – la Corte ha svolto correttamente il proprio compito, respingendo il ricorso, ma al contempo imponendo a Governo e Parlamento tedeschi, propri interlocutori naturali, di monitorare, con contatti con BCE, la questione per acquisire gli elementi utili a dare conto della scelta del Quantitative Easing.

In realtà, come è stato scritto con acutezza, alla pronunzia del 5 maggio non manca un impianto ‘ ideologico’, che è quello che dagli anni ‘ 90, con coerenza, la corte di Karlsruhe persegue, cioè il contrasto all’idea della natura sovranazionale dell’Unione Europea e la riaffermazione del mero carattere interstatale del processo di unificazione.

Secondo quesito: la pronunzia non ha alcun significato rispetto al dibattito in corso sul MES e non giustifica preoccupazioni sul destino dell’Europa? Anche in questo caso una risposta seria deve essere ispirata ad equilibrio. La sentenza, ovviamente, non ha un’incidenza immediata sulle decisioni relativi agli interventi ed aiuti finanziari collegati alla crisi determinata dalla pandemia. Ma il punto di vista della Corte, si è detto, figlio di un disegno coerente e consolidato, va effettivamente tenuto presente.

Di tutto si possono accusare i tedeschi meno che alla loro tradizione faccia difetto una visione logica e consequenziale, vorrei dire, sillogistica, dei problemi e dei fenomeni. Anzi, probabilmente il rigore ricostruttivo, di cui tanta traccia si rinviene nella storia della filosofia e del diritto della Germania, è il più straordinario punto di forza e, al contempo, di debolezza, della loro esperienza. Moltissimi anni fa un mio maestro accademico ad Amburgo, al rientro dopo una cena in una città del tutto deserta, mi fermò ad un semaforo, dove stavo attraversando – da latino- meridionale – con il rosso pedonale, considerata l’assenza di auto in transito ‘ per chilometri’.

Mi spiegò che l’adempimento della regola, nell’indifferenza delle circostanze concrete, è ciò che ha reso possibile che la Germania diventasse, nel secondo Dopoguerra, una delle principali potenze commerciali; ma il medesimo modello logico della ‘ catena di comando’ aveva trascinato il Paese nell’abisso e nell’orrore del secondo conflitto mondiale. Fuor di metafora, la Corte tedesca, e non da oggi, segnala una questione seria: se la premessa è che tutto il processo di unificazione europea si è svolto su base di rapporti tra Stati, tant’è che il modello costruttivo è stato il meccanismo dei Trattati, non è coerente che decisioni – legislative, giudiziarie – assunte in sede europea abbiano un’indiscriminata ricaduta nella vita dei privati cittadini dei singoli Stati; sì, perché la categoria dell’interstatuale va tenuta distinta da quella del ‘ sovranazionale’.

La prima presuppone una relazione per step e per settori, la seconda si fonda sul riconoscimento di un’autorità superiore al singolo Stato, tale riconosciuta sulla base di una tavola di valori condivisi ed in seguito ad una legittimazione democratica di fondo. Battere le mani alla Corte tedesca o, all’opposto, cercare di ridimensionarne la portata dell’intervento significa non aver capito nulla o essere in malafede.

Finché non si passa alla Fase 2, questa volta dell’Europa unita, ovvero non si realizza L’Unione Europea come entità superiore ai singoli Stati, non più aderenti, ma componenti, potrebbero aver ragione perfino tedeschi od olandesi a chiedersi perché si dovrebbero finanziare ‘ a fondo perduto’ alcuni Stati membri.

E francamente neppure ha molto senso l’evocazione retorica dei valori della solidale appartenenza: se non si sono creati, in legittima condivisione, e coltivati nelle prassi della società e del diritto, non se ne può invocare oggi la rilevanza. Insomma, il solo grazie che si può rendere alla Corte Costituzionale tedesca è per la segnalazione, magari con una certa ‘ grossolanità’ teutonica, del momento di non ritorno. Anche perché non è il sovranismo da strada o da bar a preoccupare ma quello che incomincia a rivestirsi di contenuti tecnici. Chi spera nell’Europa dei popoli, tale perché frutto di una civitas europea, non può girare la faccia dall’altra parte. Ordinario di Diritto privato Università di Salerno

Commenti & Analisi 12 May 2020 15:00 CEST

Senza Europa, affonda il debito pubblico. Facciamo da soli, sfida immaginifica

Senza l’aiuto della Bce e di fronte ad un attacco speculativo, il prezzo delle nostre obbligazioni sul mercato secondario crollerebbe in maniera ine…

Ho letto con interesse sulla prima pagina del Dubbio, la riflessione di Ugo Intini sulle prospettive catastrofiche dello scenario italiano nel caso di indugi, proposte o comportamenti che allontanassero la nostra Stella Polare dall’Unione Europea e dalla BCE.

In effetti, sembrano tre le minacce alla Bella Italia di cui preoccuparsi. La prima non è contemplata da Intini, ma merita di essere considerata: oggi assistiamo ad una caduta della domanda interna dovuta ai consumi delle famiglie oltre che degli investimenti pubblici. Se tale caduta non verrà urgentemente e adeguatamente contrastata con ogni metodo, determinerà un crollo dell’offerta interna perché le piccole imprese chiuderanno per non riaprire ( le piccole imprese funzionano bene in condizioni di mercato “che tira”, ma sono più vulnerabili delle grandi nel caso contrario).

Il governo si è preoccupato della disponibilità di credito, sottovalutando che – nelle attuali circostanze ( ben diverso sarebbe stato prima dell’emergenza) – le piccole imprese non intravvedono scenari di sviluppo tali da consigliare ulteriori debiti: se il fatturato non cresce come faranno a ripagare i costi ordinari e gli ulteriori debiti?

Dopo la chiusura delle imprese potrebbe determinarsi lo scenario peggiore: il calo dell’offerta maggiore di quello della domanda ovverosia aumento dei prezzi ( in condizioni di disoccupazione) e aumento delle importazioni.

Un governo saggio dovrebbe fare qualunque cosa adesso ( moneta parallela, buoni acquisto, certificati di credito fiscale, ecc.) perché le stesse misure, quando l’offerta interna sarà compromessa, determinerebbero inflazione e deficit commerciale.

La seconda minaccia – e Intini fa bene a rigirare il coltello nella piaga – riguarda la tenuta del debito pubblico. Senza l’aiuto della BCE e di fronte ad un attacco speculativo, il prezzo delle obbligazioni crollerebbe sul mercato secondario. Un’ottima occasione per comperarle da parte dei risparmiatori che guadagnerebbero tre volte: sul prezzo, sul rendimento ( rispetto al denaro, così, parcheggiato nei depositi e nei conti correnti) e ottenendo garanzie inequivocabili dallo Stato. Alternative: una patrimoniale pazzesca. Sarebbe, quindi, di comune interesse, modificare i portafogli dei benestanti in alternativa alla scelta tra più tasse e la fuga all’estero.

Questo vuol dire che, finita la pelosa disponibilità della BCE e della UE, ci sarebbe ancora vita in Italia, purché si operasse nell’unica direzione possibile ( visto che, ad esempio nel 2019, 224 miliardi delle nostre tasse, sono stati assorbiti dall’ammortamento dei titoli scaduti e altri 70 per pagamento degli interessi).

La terza minaccia è sistemica: ben prima di questa emergenza era già chiaro che oltre il 70% degli investimenti produttivi presentavano una redditività insufficiente per la semplicissima ragione che l’economia del debito è superata in tutto il mondo: dove i margini di redditività sono alti ( circa il 30% del totale delle attività) la domanda di lavoro è decrescente e lo sarà sempre di più ( Industria 4.0, robotizzazione, Intelligenza artificiale); dove avremmo disperato bisogno di risposte e dove, quindi, sarebbe possibile creare milioni di posti lavoro – vale a dire nei servizi di cura delle persone e dell’ambiente, di recupero del patrimonio esistente – i costi supererebbero il fatturato.

Questa emergenza ci dà la possibilità di intervenire con moneta non a debito: la BCE potrebbe farlo come la FED e tante altre banche Centrali, in condizioni così eccezionali.

Se ciò non accadrà il “Facciamo da soli” di Giuseppe Conte dovrà essere la sfida per questa generazione e le successive, la nuova frontiera da conquistare. Europa sì, Europa no è un mero esercizio teorico e propagandistico: prenderemo l’unica strada possibile, quella che porta a risolvere i problemi con nuovi approcci, non ad aggravarli con vecchie e fallimentari ricette.

 

Commenti & Analisi 30 Apr 2020 18:00 CEST

L’abbaglio di un’Italia fuori dall’Europa. Cenerentola tra le matrigne russe e cinesi

I miliardi del Mes per la sanità sono un grande aiuto, l’occasione per avviare ad un serio rilancio del progetto europeo

L’Europa ai tempi del Covid- 19: perché non possiamo non dirci ( e restare) europei.

Difficilmente si poteva immaginare un passaggio così difficile per il destino dell’integrazione europea. In questi giorni sull’Europa cinica e bara abbiamo sentito dire di tutto, veramente di tutto. Che la Germania è l’unico Stato Membro a trarre benefici dall’Unione, che i Paesi del Nord Europa sono egoisti, che con la lira ci saremmo difesi molto meglio che non con l’Euro, che non possiamo farci tiranneggiare dagli strapagati eurocrati di Bruxelles, che gli europarlamentari hanno anche il pessimo vizio di viaggiare avanti- indietro tra Bruxelles e Strasburgo, per non dire di quando osano legiferare su argomenti privi di glamour, tipo la lunghezza delle banane ( Boris Johnson).

La ciliegina sulla torta è che non vogliamo utilizzare il MES, anche se abbiamo partecipato alla sua istituzione nel 2011, lo abbiamo finanziato e abbiamo appena contribuito a rimodellarlo (“MES sanitario”). Ma non ci vogliamo sporcare le mani utilizzandolo, quasi come se la nostra Sanità non ne avesse bisogno. Noi siamo al di sopra di questi strumenti ( Conte) quindi o Coronabond o nulla.

Piuttosto “facciamo da soli”…

E invece, sebbene critico, questo passaggio dovrebbe essere colto come occasione per il rilancio del progetto europeo, a cui l’Italia ha tanto contribuito a partire dalla fondazione, nel 1952, della Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio, insieme agli altri cinque partner storici ( Germania e Francia, oltre Belgio, Paesi Bassi e Lussemburgo).

Se il momento è difficile, ciò non di meno esso può essere quello giusto perché l’Italia, anziché rifugiarsi nel proprio orticello, abbia finalmente un nuovo sussulto europeista, con cui – richiamando le migliori energie dei momenti più bui come nel secondo dopoguerra o più creativi come quello del Risorgimento – spingersi verso il futuro di una maggiore integrazione con gli altri partner.

Questo è l’unico modo per superare il momento di paura per la salute, che si somma all’incertezza per il futuro lavorativo e per la tenuta del tessuto sociale ed economico.

Una tale percorso non può prescindere dallo sforzo di capire anche le ragioni degli altri.

Per esempio, dei contribuenti degli Stati del Nord con i conti in ordine, che hanno fatto sacrifici per tenerli tali, e che farebbero volentieri a meno di assumersi gli oneri derivanti dal passato di un paese grande e “spendaccione” come l’Italia. Tanto più se alcuni nostri “autorevoli” esponenti politici ipotizzano periodicamente l’uscita dall’Euro o l’aperta violazione delle regole già condivise ed approvate.

Ma soprattutto dobbiamo chiederci: cosa farebbe l’Italia fuori dall’Europa?

L’esito è purtroppo già scritto.

Russia e Cina non aspettano altro per trarre, da una Europa sempre più debole, sempre maggiore spazio di manovra per rafforzare i propri interessi, non solo economici, ben lontani dai nostri.

Ma il nostro futuro non può essere in un rapporto più stringente con questi paesi, dalla cultura politica dominante così diversa dalla nostra e con cui cosi poco condividiamo su valori fondanti e decisivi quali il rispetto dei diritti fondamentali, la democrazia liberale, politica ed economica, i principi di società aperta, solidarietà e sviluppo sostenibile, tutti peraltro in qualche modo derivanti dalle radici cristiane e greco- romane, comuni invece ai nostri partner europei.

Questi sono proprio i valori su cui i migliori uomini dei paesi ex belligeranti, tra cui Adenauer e De Gasperi, insieme a Schuman, realizzando i sogni di Spinelli e preconizzati da Churchill, hanno intrapreso, tra mille difficoltà, un percorso faticoso, in salita, che ha portato però a quasi 80 anni di pace e diffusa prosperità. E questo hanno fatto proprio dopo aver constatato i frutti velenosi delle rivalità nazionali nel vecchio continente che, nel giro di trent’anni, hanno ripetutamente devastato l’Europa del ‘ 900, con il tributo di sangue, lacrime, morte e distruzione che dovremmo tutti tenere a mente.

E’ vero, l’edificio euro- unitario è, come tutte le creazioni dell’Uomo, tanto più quelle politiche, ben lontano dalla perfezione. Del resto, l’integrazione europea ha una fragilità innata, quasi un peccato originale, derivante dall’essere una Unione di popoli e Stati sovrani che vogliono sì stare insieme, ma senza in alcun modo abdicare alla tutela dei vivaci e molteplici interessi nazionali e regionali.

Nonostante tutto ciò è comunque solo in questo quadro, e non certo in altre alleanze, che l’Italia più responsabile può proseguire nel percorso di modernizzazione necessario per costruire il futuro a cui, giustamente, anelano le nuove generazioni.

 

Tra Nord e Sud Europa serve la mediazione delle “terre di mezzo”

A guardare con più attenzione si scopre che le differenze hanno radici profonde e motivazioni diverse, ma non sono riconducibili allo schema Nord- Su…

Da dove nasce la necessità di uscire insieme in Italia e in Europa? Come era prevedibile la grave crisi della pandemia produce spinte divergenti, ma nello stesso tempo rende sempre più evidente l’urgenza di uscire uniti, o più uniti che mai. Davanti alla esigenza di uscire dalla crisi sia in Italia come in Europa, si producono spinte e conflitti, che seguono antichi crinali. Si pensa sempre alla divisione Nord- Sud, valida sia per il contesto italiano che per quello europeo. Tutti ne parlano e non c’è dubbio che questa diversità affondi nella storia sia nazionale che europea.

Tuttavia, a guardare con più attenzione si scopre che le differenze hanno radici profonde e motivazioni diverse, ma non sono riconducibili allo schema Nord- Sud sia per l’Italia che per l’Europa. Addirittura, lo schema binario, che si ritrova in molte realtà geopolitiche, in Europa e in America ad esempio, rappresenta una realtà semplificata.

In realtà per l’Italia e per l’Europa, lo vedremo con chiarezza anche oggi, esistono articolazioni più complesse, che, per sintesi, potremo definire in chiave tripartita. Se esiste un Nord, esiste un Sud, ma esiste anche un Centro.

Questo schema, che ha radici storiche, culturali, economiche, ci permette di capire meglio la complessità della situazione odierna, ma ci dà anche una chiave di soluzione della tendenza a stare insieme, che le parti più consapevoli, sia in Italia che in Europa, ritengono inevitabile in un mondo dove si confrontano grandi potenze, così grandi da rendere precario e irrilevante il peso delle singole nazioni, ancorché potenti; come, ad esempio, la Germania o la stessa Inghilterra, che sempre meno può avvalersi del suo ex impero.

Così si potrebbe scoprire che proprio l’Italia di mezzo, così come l’Europa di mezzo, potrebbe fungere da sintesi fra le tensioni estremizzanti Nord contro Sud, o Sud contro Nord. Tuttavia, perché questo avvenga occorre che prevalga la ragionevolezza e che le “terre di mezzo” come il Centro- Italia, o come l’antico asse europeo franco- tedesco, assolvano sino in fondo la loro funzione di mediazione.

Una funzione e un ruolo che gli assegnano la storia e la stessa crisi che oggi viviamo, ma dalla quale si può uscire con più Italia, ma anche con più Europa.

 

Editoriale del Direttore 11 Apr 2020 07:15 CEST

Dove porta mantenere le distanze

Manteniamo le distanze. Una volta era un sopracciò di supponenza, altezzosa espressione di affettazione. Ora è un grido di sopravvivenza.

11 Cento giorni hanno cambiato, oltre al vocabolario, il nostro modo di vivere. C’è chi dice per sempre. Intanto si va avanti così, chiusi in casa. Fino a maggio. E poi? Come si riaccende l’Italia, l’Europa? Nessuno lo sa con chiarezza, a cominciare da chi deve decidere. Eppure il tempo dei tentennamenti è scaduto: avanza quello delle scelte. Che però tardano. E’ un in questo scarto temporale che si misura la perniciosità dell’emergenza; che si fanno i conti con i danni che sono arrivati e che arriveranno.

L’esigenza di tutelare la salute si scontra con quella, secondo Confindustria del Nord, di pagare gli stipendi. Un’alternativa del diavolo (qualcuno parla brutalmente di ricatto) già vissuta per l’Ilva. Chi deve decidere, se non la politica, se non il governo? L’idea di aggrapparsi alle tute degli scienziati per rispondere alle necessità di milioni di persone, è al tempo stesso ingenua e strumentale.Per ricostruire, servono soldi, e tanti. Fare altro debito è inquietante, confidare nella solidarietà europea un’opzione molto ottimistica. Si cercano quattrini nelle tasche degli italiani. Con un prestito, come vuole la Lega. O con una tassa, come propone il Pd. Però parliamo di un tessuto sociale ed economico impaurito e sotto stress: aggiungere un costo sotto forma di esborso, in qualunque modalità, può diventare un boomerang. Anche qui le scelte si impongono perché le esigenze sono molteplici e la distribuzione di liquidità lenta e ingannevole.

A chi tocca la responsabilità? Vale la risposta di prima. Eventuali task force possono risultare utili e coadiuvare l’esecutivo in un compito delicatissimo. Ma la faccia, come si dice, ce la deve mettere, come sta facendo, palazzo Chigi, e le forze politiche che lo sostengono. Per l’intanto buon lavoro al dottor Colao e al suo team. Nelle intenzioni del premier Conte dovrà rivedere alcuni meccanismi di produzione tenendo conto della qualità del lavoro. La realtà si impone. Come facilmente prevedibile, sempre più il Coronavirus si sta infilando nel corpaccione dei mali atavici e delle inefficienze strutturali del Paese, con la carica infettiva che lo contraddistingue. La sfida è questa. Non ci possono essere alibi per nessuno.

Commenti 31 Mar 2020 19:00 CEST

Troppa concitazione e scelte istintive nascondono novità e opportunità, ma il dopovirus va preparato

L’Europa non ha saputo superare le sue ambiguità e quanto accade era già scritto. Come uscirne? Solo con gli stati uniti d’Europa

Il tempo che viviamo, senza dubbio terribile sia nella sua attualità sia nelle incertezze del futuro, tuttavia contiene una serie di opportunità che sarebbe ancor più grave, sul piano storico, non cogliere ed utilizzare. Ma perché ciò abbia luogo è indispensabile saper leggere i “segni” del tempo e, soprattutto, muovere dalla consapevolezza della situazione e della sua epocalità. Eppure pare che questa difficile ma ineludibile opera non sia affatto iniziata. Prendiamo la consapevolezza: mostra di non averne molta chi continua a proporre il paragone con il secondo dopoguerra; le affinità sono davvero poche. Non si può certo raffrontare l’odierna stagione con una società che aveva fatto i conti con l’incubo della fame, che aveva consuetudine con la morte, che era assuefatta al sacrificio; agli italiani – tra l’altro dopo il decennio della Ricostruzione ed una cospicua messe di aiuti americani- dovette sembrare un paradiso già la sola disponibilità di un’abitazione con bagno interno, la possibilità di un lavoro, anche se conquistato pagando il prezzo dello sradicamento sociale e culturale, ed addirittura la prima autovettura e le vacanze estive. Tra l’altro, era una società che godeva ancora delle consolidate certezze di valori e paradigmi delle generazioni anteriori, mentre la ricerca di nuove strade, di cui il ’ 68 fu effetto, era pur sempre mossa da orizzonti culturali tendenzialmente “ideologici”, ovvero connessi ad una visione complessiva e di sistema. Né di maggiore pertinenza pare il riferimento alla crisi del 2008, che come è noto, pur con rilevantissime conseguenze sociali ( si pensi alla catena di suicidi di imprenditori), fu sostanzialmente una crisi finanziaria, certamente globale, ma non con i caratteri della pervasività generale che presenta quella in corso. Dunque occorre essere consapevoli della gravità e, per alcuni versi, della novità del momento che attraversiamo. Invece si ha la sensazione che il deficit di consapevolezza, unitamente alla concitazione delle situazioni, stia guidando scelte istintive, destinate ad aumentare la “tossicità” del contesto attuale e soprattutto futuro. Di ciò è riflesso esatto l’approccio europeo; si guarda all’attualità senza rendersi conto che la crisi che l’Unione vive è il risultato di un processo storico consumato per tappe e che, d’altro canto, non è in discussione il solo meccanismo di aiuto all’Italia ( eurobond o MES): non è questione di formule ma di identità e sopravvivenza stessa del progetto europeo. Eppure siamo a questo punto non per caso; dal fallimento dei referendum per l’approvazione della cosiddetta “Costituzione europea” in avanti si sarebbe dovuto comprendere che altro esito non ci sarebbe stato. L’unificazione europea aveva raggiunto il punto limite consentito dal metodo gradualista e funzionalista; la scelta del processo per step, che dal Trattato di Roma in poi ha accompagnato l’unificazione, ha avuto successo; è ingeneroso sostenere che abbiamo avuto decenni di Europa dei “mercanti”. E’ sotto gli occhi di tutti che, per quanto con lo strumento dei trattati e con il filtro del modello del mercato, cinquant’anni di unificazione hanno consentito l’emersione di nuovi diritti fondamentali ed hanno fatto pervenire alla piattaforma di valori e principi contenuti nella Carta di Nizza. Perduta l’occasione della vera costituzionalizzazione, era prevedibile che, in particolare dopo la moneta unica, il “re sarebbe apparso prima o poi nudo”. Ed oggi la pandemia sta mostrando la nudità di un’Europa che determina la gran parte delle scelte dei singoli Stati , influenza, sebbene attraverso la leva finanziaria, i destini dei popoli, concorre alla legislazione interna – soprattutto nei rapporti economici- in maniera quasi prevalente, ma non è sorretta da una bagaglio di opzioni valoriali condivise e da una legittimazione democratica.

Se si comprende che questa, come ogni crisi, nel suo senso etimologico, può costituire una grande opportunità di progresso, l’unica destinazione possibile, se vi si crede ancora, sono gli Stati Uniti d’Europa. Ma non è quanto emerge dalla contraddittorietà delle politiche degli Stati membri, che ora rivendicano appartenenza europea, ora – penso alla Germania ed alla sua partnership con la Cina- praticano scelte uni o multilaterali. Perché il quadro che ci attende è incompatibile con le ambiguità che abbiamo vissuto sin qui? Semplicemente perché tra non molto farà irruzione la storia nella sua quotidianità, nella sua durezza e crudezza. In questi giorni un imprenditore mi illustrava – ovviamente, preoccupato – la sua situazione: vive di anticipazione bancaria e le banche gli hanno comunicato che non sconteranno più fatture che non siano del settore food dopo la decretazione di urgenza di questi giorni. In altre parole, il virus chiama ad un cambio dei paradigmi tradizionali, per cui nulla sarà come prima, gli equilibri tra poteri dello Stato, la gestione del credito, il welfare. Servirà il patrimonio, anche morale, dell’essere europei, quello che ci fa diversi anche dal resto dell’Occidente oltre che dal mondo. Se sarà offuscato da calcoli egoistici, il virus avrà fatto il danno più grande ed il tributo terribile di vite umane di questi giorni sarà stato vano.

* Ordinario di Istituzioni di Diritto Privato- Università di Salerno