Commenti 7 Apr 2020 15:27 CEST

Le lauree al tempo del Covid discusse davanti ad un Pc: ce lo racconteremo un giorno

La mia nuova vita da professore in remoto

Pierluigi Rippa

Vediamo cosa dice ilmeteo. it per domani. Sono solito consultarlo il giorno prima delle lauree, perché così posso organizzarmi, decidere se affrontare in moto la giungla cittadina con indosso giacca e cravatta, o se conviene scendere in auto.

Piove. Forte. Si va in auto domani.

Poi mi fermo. Ci penso. E mi ricordo che domani non devo scendere. Non posso scendere. La guerra batteriologica mi costringe a casa. Ma domani come faremo a laureare questi giovani studenti che aspettano da tanto tempo un giorno così importante? Giuseppe aveva comprato un vestito bellissimo, voleva riempire d’orgoglio la nonna. E Lorenza aveva già prenotato da tempo il parrucchiere. Perché si sa, una donna non deve mai mostrarsi in disordine. E quindi, come si affronta ora questo giorno più importante, adesso che ci si vede solo da remoto e gli acconciatori per signore sono chiusi?

Le lauree al tempo del Covid, ci racconteremo un giorno, le facevamo davanti uno schermo del PC, con gli studenti connessi dalle loro case, dai salotti, dalle loro camere.

Appuntamento alle ore 15. Documento alla mano. Ancora non hanno prodotto il modello di autocertificazione ad hoc ( a proposito, ne ho collezionati già 6, tutti diversi. In meno di due settimane. E non credo finisca qui).

Si comincia, a distanza. L’emozione si sente anche attraverso uno schermo, la voce tremolante supera anche le barriere dell’etere. Manca solo il contatto fisico. Per noi è una novità, è un salto nel futuro. Ma per altri, per molti, non è così.

E quindi, che si fa? Si fa quel che si deve, stiamo laureando studenti in Ingegneria, nella più antica università laica d’Europa. E quindi bisogna passare all’azione. Un’azione che in economia verrebbe definita demand pull, che crea un mercato. In poco meno di una settimana, dall’inizio dell’emergenza in quel drammatico 9 marzo, abbiamo completamente cambiato i nostri stili di vita. Siamo passati da un viaggio in metropolitana o in auto per andare all’università ( ma anche nelle scuole, nei luoghi di lavoro), ad accendere un PC, prendere appunti in pigiama, lavorare da casa ( chi può). Si perché i ragazzi hanno imparato ad utilizzare la tecnologia in maniera pro- attiva, senza essere più passivi spettatori di contenuti creati ad hoc. Oggi stiamo laureando ingegneri prima di tutto. Ed un ingegnere cosa fa o cosa deve fare in momenti come questo? Agire. Deve passare all’azione. L’azione ( agency) secondo il biologo e ricercatore statunitense Stuart A. Kauffman è la caratteristica chiave di tutto il mondo vivente. E’ l’azione che genera conoscenza: ha il potere di focalizzare un nuovo ambito di senso che, facendo emergere nuove opportunità esperienziali, consente di selezionare e mutare i problemi iniziali ( De Toni, 2020).

Da domani, anche se online, sarete ingegneri. Ingegneri d’azione. Del cambiamento. Andate, e cambiate il mondo. Perché tutto questo non accada mai più. Voglio vedervi in faccia. Abbracciarvi.

* professore di Ingegneria Economico- Gestionale Università degli Studi di Napoli Federico II

 

Quei decreti, la grande confusione

La pandemia da coronavirus ha colto tutto e tutti impreparati, e non vi è da stupirsi se anche la risposta del sistema penale si stia dimostrando ina…

La pandemia da coronavirus ha colto tutto e tutti impreparati, e non vi è da stupirsi se anche la risposta del sistema penale si stia dimostrando inadeguata o comunque lacunosa.

Nel Codice penale l’articolo 452 punisce con la pena del carcere da tre a dodici anni chiunque cagiona per colpa, mediante la diffusione di germi patogeni, un’epidemia da cui deriva la morte di più persone, ma il reato non è applicabile perché punisce solo chi cagiona un’epidemia, mentre nella situazione italiana l’epidemia è già in atto da alcuni mesi. Nell’articolo 452 manca cioè un secondo comma che preveda una pena meno severa – ad esempio da tre mesi a tre anni di reclusione, cosi attribuendo ampia discrezionalità al giudice a seconda della gravità del fatto – per chi non osserva le misure adottate per contrastare o limitare l’ulteriore diffusione di una epidemia già esistente.

Nel caso italiano non è stato individuato, e non vi è comunque alcuna possibilità di individuare qualcuno che abbia colposamente cagionato l’epidemia da Coronavirus. Le misure restrittive della libertà di circolazione, disposte con ordinanze e decreti del presidente del Consiglio dei ministri e del ministro della Salute, sono state prese insieme a numerose altre nel corso del mese di marzo quando il contagio era già in piena espansione e sono ora sintetizzate nel decreto legge 25 marzo 2010 n. 19, destinato a essere quanto prima convertito in legge. Va subito detto che, sia pure dettate dalla gravissima emergenza che il Paese sta attraversando, le misure restrittive rispettano i principi di legalità, posto che la stessa Costituzione prevede che il diritto costituzionale di circolare e soggiornare liberamente in qualsiasi parte del territorio nazionale può essere limitato dalla legge per motivi di sanità o di sicurezza.

Nei confronti di chi non osserva le misure restrittive – ad esempio non mantiene la distanza di sicurezza in coda davanti a un supermercato, passeggia per le strade in gruppo o senza giustificato motivo – si applicava la contravvenzione dell’inosservanza di provvedimenti legalmente dati dall’autorità per ragioni di igiene, punita dall’articolo 650 del codice penale con l’arresto sino a tre mesi o con l’ammenda sino a 206 euro. Il decreto legge del 25 marzo ha peraltro stabilito che tali sanzioni sono sostituite da una sanzione amministrativa da 400 a 3000 euro, irrogata dal Prefetto. Forse la ragione della depenalizzazione va ricercata nella norma che prevede espressamente che le nuove sanzioni amministrative si applicano retroattivamente anche alle violazioni commesse prima dell’entrata in vigore del decreto legge. A ben vedere non vi era però alcuna esigenza di eludere il principio della irretroattività della legge penale incriminatrice ricorrendo ad una sanzione amministrativa, posto che l’inosservanza delle misure restrittive avrebbe potuto continuare ad essere sanzionata dall’art. 650 del codice penale, in vigore da quasi un secolo, per la precisione dal 1930. Oltretutto l’articolo 650 prevede anche l’arresto sino a tre mesi, pena ben più temibile della mera sanzione amministrativa pecuniaria. In definitiva le modifiche contenute nel decreto legge comportano elementi di confusione e di incertezza interpretativa del tutto inopportuni nel corso di un’emergenza che sta già mettendo a dura prova le forze deputate a mantenere l’ordine e la sicurezza. Sarebbe stato sufficiente inserire – come già accennato – un secondo comma nell’articolo 452 del codice penale, al fine di punire con una specifica e più severa sanzione anche la mera inosservanza delle misure disposte dalle autorità competenti per limitate e contenere la diffusione del Coronavirus. In altre parole, non vi era alcun bisogno di inseguire l’irraggiungibile e impossibile obiettivo di colpire retroattivamente con una sanzione amministrativa le decine di migliaia di persone sinora denunciate per violazioni ascrivibili più che altro alla mancanza di consapevolezza e di senso di responsabilità di fronte alla dilagante gravità dell’epidemia e alla pericolosità dei propri comportamenti.

 

Commenti 25 Mar 2020 16:00 CET

Quegli spot di un mondo che non c’è più

Virus e tv. Feste, baci, abbracci, ristoranti, pizze, viaggi: l’amarcord dei consigli per gli acquisti

Accanto alle ore scandite da notizie terribili, da dirette televisive ambientate in piazze e città deserte, sopravvive un mondo gioioso fatto di pic nic all’aria aperta, di fidanzati che si danno un bacio in riva al mare, di amici che organizzano feste a sorpresa. E’ il mondo della pubblicità che non ha fatto in tempo a cambiare, a sintonizzarsi sulla vita degli italiani. L’avete notato? Avete visto il gruppetto di tifosi riuniti davanti alla televisione a guardarsi la partita nel nome del dentifricio per dentiere Polident? O avete fatto caso a Wind Tre che propone un ragazzo scontroso, sempre attaccato al cellulare, il cui padre si cruccia non sentendosi amato? In realtà il figlio gli sta organizzando un party per il suo compleanno. E quando apre la porta di casa, lo abbraccia per primo Fiorello e poi tutti gli altri convocati. Baci, strette di mano, “droplets” ( goccioline) nell’aria che più non si può. Ma questo è il mondo virtuale, una volta il nostro mondo. Forse non si era mai visto in precedenza uno scollamento così manifesto tra noi e i prodotti sponsorizzati. Tutti contratti commerciali fatti prima del virus, spot da onorare, ma che oggi ci sembrano “piccole provocazioni”.

Che ci fanno, per esempio, tutti quei signori in strada, vispi, allegri, a passeggio nel corso cittadino? Hanno dormito bene e si sentono in forma grazie a ZZZquil, sedativo naturale. Fateci caso. Guardate “i consigli per gli acquisti”, come li chiamava Maurizio Costanzo, con occhi diversi.

Tutto quello che ci propongono è proibito, pena sanzione e carcere. “Ehi Mercedes, portami in pizzeria!” Ma vogliamo scherzare? Primo: la macchina deve stare al parcheggio, secondo la pizzeria è chiusa, sbarrata. Nella nostra solitudine, barricati in casa, apprendiamo che chi sceglie Allianz “non sarà mai solo”. Con invidia vediamo due innamorati pomiciare in una giornata di sole, complice la compagnia assicurativa. Che strana situazione. Di solito i pubblicitari, per professione, devono anticipare le tendenze, intuire e promuovere i consumi possibili. Invece adesso che tutte le regole del nostro ordinato mondo sono saltate, la pubblicità ci ricorda quello che siamo stati e speriamo presto di tornare ad essere. “Se sei uno da formaggio, vai in montagna”, ti sussurra con faustiana crudeltà, lo spot caseario. Magari potessimo farlo, di andare in montagna. Qui nessuno si muove, dobbiamo salvarci la pelle e del formaggio possiamo sinceramente farne a meno, anche se ci piace da morire.

A noi serviva il magnesio per sentirci in forma, per far fronte alle lunghe giornate di lavoro. “Sei sempre di corsa” – ti dice una voce fuori campo – ti serve Mag”. Anche no, grazie, magari non ora che al massimo navighiamo tra cucina e salotto, passando per il corridoio.

Certo, la pubblicità non può registrare l’imponderabile. Non l’aveva fiutato. Ma del resto nemmeno l’Oms aveva capito la portata devastante del virus. Perciò godiamoci queste finestre di leggerezza surreali: piazze piene per l’aperitivo, famiglie riunite, a meno di un metro, nonni e nipoti vicini, macchine che sfrecciano verso il mare, fidanzati in Vespa ( ce li propone una compagnia assicurativa), raffreddori vissuti senza angoscia. Frammenti del mondo di prima, che tornerà.

Merita una segnalazione, infine, l’appuntamento quotidiano con Autostrade. Sei schermi alle spalle dell’annunciatrice. Sei schermi su autostrade deserte, solo qualche furgone autorizzato. Continuano a dirci come va il traffico ogni tot ore. Ed è un esercizio di rara astrattezza.

 

Prima pagina 24 Mar 2020 07:49 CET

Parti sociali e virus nel triangolo delle Bermuda

EDITORIALE

Ecco, arrivano anche i droni. Chissà se ce n’è uno capace di individuare dove comincia la filiera delle “attività non essenziali” e interromperla. Giusto per evitare che il confronto governo- imprenditori- sindacati si trasformi in un Triangolo delle Bermuda dove si inabissa la coesione sociale. Per carità di Patria, senza enfatizzazioni e neppre sconti, mettiamo tra parentesi le polemiche sul “notturno comunicativo” di palazzo Chigi e veniamo al merito. Bene o male, gli italiani hanno accettato le condizioni di guerra imposte dal Coronavirus e sono per lo più rimasti a casa. Per paura del contagio; e perchè convinti che il governo, seppur tra incertezze e qualche confusione, fosse in grado di gestire “l’ora più buia” dal dopoguerra ad oggi. Il decreto del sabato sera ( scorso) ha provocato una crepa in questo sentiment, col pericolo di effetti perniciosi.

Lo scontro tra parti sociali, infatti, può diventare la scintilla capace di accendere il falò dove si bruciano consensi ( all’esecutivo e a chi lo sostiene) e accettazione ( delle misure di distanziamento sociale). Può insomma segnare il picco – ahimè non sanitario bensì sociale – della dissoluzione del mastice necessario a tenere unita la Nazione e a bada gli animi per gestire prima e superare poi l’emergenza Coronavirus. Specie se quello scontro si innesta sul terreno minato della divaricazione tra potere centrale e Regioni, che poi è il vero nervo scoperto della crisi. Se “serrata” doveva essere, bisognava dichiarala prima, senza incertezze. E’ stata scelta un’altra strada e solo i prossimi mesi ci diranno se è stata quella giusta. In ogni caso la procedura verso il rallentamento dell’attività produttiva va spiegata bene e con chiarezza ai cittadini; già fiaccati da una prova durissima non possono sopportare l’incubo di veder saltare in aria i loro posti di lavoro. Se una tale iattura infatti si determinasse, l’intelaiatura stessa dell’ordine pubblico sarebbe a rischio, diventando benzina per focolai di disobbedienza civile. Come pure non è riproponibile l’alternativa tra salvaguardia della salute o dell’occupazione: c’è già stata l’Ilva, basta e avanza.

D’accordo: facile a dirsi, difficilissimo a farsi. E tuttavia indispensabile. Governo, presidenti di regione, sindacati e imprenditori si prendano la loro parte di responsabilità e dicano la verità agli italiani. Se necessario, pagando ciascuno la quota parte di impopolarità.