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«Via l’abuso d’ufficio». Il guizzo garantista di Meloni

Meloni sottosegretari
La presidente del Consiglio conquista i sindaci all'assemblea dell'Anci: «Basta paura della firma, ora regole certe»
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Gli amministratori locali rappresentano un «avamposto di umanità» che spesso si scontra con una burocrazia farraginosa e contorta. Ed è proprio per questo motivo che tra le prime mosse del governo ci sarà una revisione della norma sull’abuso d’ufficio, per sgravare i sindaci dalla «paura della firma che inchioda una nazione che invece ha un disperato bisogno di correre».

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni non ha tradito le aspettative dei sindaci presenti ieri a Bergamo per la 39esima assemblea di Anci. Assemblea alla quale il presidente Antonio Decaro, sindaco di Bari, poche settimane fa aveva invitato il ministro della Giustizia Carlo Nordio, dopo la sua apertura ad una modifica del reato più temuto dagli amministratori locali. E il governo, a partire dalla sua leader, non ha fatto alcun passo indietro, convinto della necessità di «dare una nuova centralità ai Comuni».

Meloni ha rilanciato il presidenzialismo e l’autonomia differenziata, temi che di certo dividono la politica, ma ha messo tutti d’accordo – a prescindere dalle appartenenze – nel lungo spezzone di discorso dedicato alle responsabilità in capo a chi amministra direttamente tra la gente. «È assolutamente necessario definire meglio, a partire dall’abuso di ufficio, le norme che riguardano i pubblici amministratori, il cui perimetro è oggi così elastico da prestarsi a interpretazioni che sono troppo discrezionali», ha detto in videocollegamento.

Troppe norme, troppi vincoli e così di fronte alle scelte spesso si sceglie di rimanere immobili. La cosiddetta paura della firma, appunto. E il risultato è sconfortante: tanti i sindaci che finiscono sulla graticola, spesso vedendo andare in frantumi la propria carriera politica, salvo poi essere assolti. Le statistiche sono infatti drammatiche: «Il 93 per cento delle contestazioni di abuso d’ufficio si risolve con assoluzioni o archiviazioni – ha sottolineato Meloni -. Però dal momento dell’avviso di garanzia al momento dell’assoluzione passano anni. Reputazione e famiglia vengono distrutte, perché per una persona per bene il processo è già una pena. Ed io penso che noi non possiamo lasciare i nostri amministratori in balia di norme così elastiche da prestarsi ad interpretazioni così arbitrarie».

Anche perché di mezzo, ora, ci sono anche i fondi del Pnrr, che in un Paese burocratizzato e pieno di regole come l’Italia rischiano di andare persi, a causa di paralisi spesso generate proprio dalla paura. E per tale motivo «bisogna mettere sindaci e amministratori nelle condizioni di firmare serenamente, di sapere oggi per domani se la firma costituisca o meno reato, di avere certezze sul perimetro del lecito e dell’illecito». Non si tratta di regalare patenti di impunità, ma dare una mano agli «onesti che vogliono fare il proprio dovere bene e dare risposte ai cittadini».

Il governo, dunque, interverrà sul campionario di reati che riguardano la pubblica amministrazione, a partire da questa norma, «perché noi vogliamo garantire regole certe». Ma anche «pene certe», refrain che non può mai mancare nei discorsi della leader di Fratelli d’Italia. «A questi primi interventi ne seguiranno altri, però sottolineano l’importanza che i comuni hanno per questo governo. È necessario dare maggiore stabilità ai sindaci in tema di finanza locale». Meloni non fa mai riferimento alla legge Severino, tema caro al ministro Nordio, secondo cui «non serve assolutamente a nulla e confligge con la presunzione di innocenza che è prevista dalla Costituzione».

Punto sul quale la premier ha invece un’opinione opposta, tant’è che durante la raccolta firme per i referendum ha “eliminato” dai suoi gazebo il quesito sul punto. Cancellare questa norma, aveva evidenziato, sarebbe infatti «un passo indietro nella lotta alla corruzione e rischierebbe di dare il potere ad alcuni magistrati di scegliere quali politici condannati far ricandidare e quali interdire dai pubblici uffici». Ma ieri a rilanciare la questione è stato il viceministro della Giustizia Francesco Paolo Sisto, secondo cui «la legge Severino ingiustamente penalizza pubblici amministratori condannati con sentenza di primo grado e che devono subire conseguenze prima che la sentenza diventi definitiva».

Dopo le parole di Meloni è arrivato subito l’invito del Pd a mettere a frutto il lavoro già svolto dal Parlamento. Un lavoro che, aveva ricordato nei giorni scorsi la vicepresidente del Senato Anna Rossomando, era andato perso «perché la destra ha preferito fare propaganda sui referendum invece che trovare soluzioni per i sindaci». E anche in questa legislatura, ha commentato ieri Piero De Luca, della presidenza del gruppo Pd alla Camera, «abbiamo presentato una proposta di riforma complessiva. Si parta da qui. Se così sarà, troverà il Partito democratico disponibile a rendere più ragionevole e preciso il quadro normativo esistente che grava sui sindaci nel nostro Paese».

Tutti d’accordo, dunque. Soprattutto i sindaci. «Il presidente Meloni ci ha chiamati coraggiosi per poter fare questo mestiere – ha concluso Decaro -. Ecco noi vorremmo essere ricordati per il coraggio e gli impegni che prendiamo con i nostri concittadini che affrontano la criminalità a testa alta. Non vorremmo essere considerati coraggiosi perché abbiamo il coraggio di firmare delle carte che poi magari ci portano direttamente a un’imputazione per abuso di ufficio. Come ci ha ricordato il presidente nel 93% dei casi quelle imputazioni poi finiscono in un nulla di fatto. Questo dimostra che quella norma ha bisogno di una modifica per rendere più chiare le responsabilità dei sindaci».

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