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«Cia, Kgb, Sismi, Sisde, mafia e P2… Che follia la dietrologia su Moro»

MORO ALDO BR
«Nella Direzione strategica del 1978 avevamo deciso di prendere dei rapporti almeno a livello europeo, smettere di considerarci come un’isola»
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Un estratto del libro “Brigate Rosse, una storia italiana” di Rossana Rossanda, Mario Moretti, Carla Mosca *** «Dietrologia a parte voi aveste dei contatti internazionali. Quando cominciano?

Con il 1978. Nella Direzione strategica del 1978 avevamo deciso di prendere dei rapporti almeno a livello europeo, smettere di considerarci come un’isola. Non per cercare unificazioni, ognuno avrebbe fatto, se ne era capace, la sua propria rivoluzione – questa non è merce che si esporta. Ma se in Europa non cresceva un movimento simile al nostro, anche noi prima o poi ci saremmo spenti.

Prima del 1978 nessun collegamento?

Nella fase iniziale avevamo avuto alcuni incontri in Italia con compagni della Raf, ma fra la differenza delle posizioni e le esiguità delle nostre forze, non ebbero seguito.

Fummo cercati dopo il sequestro di Moro. Da tutti. La Raf, l’Eta, l’Olp, alcuni compagni francesi. I contatti li stabilimmo a Parigi.

Io. Lo decise l’organizzazione. Mi mossi dall’inverno del 1978 al 1981. Ma fu un compito al quale mi dedicai saltuariamente. Sapevo fin troppo bene qual era il nostro stato reale, grande capacità operativa, ma anche grandi difficoltà politiche. Con i rapporti internazionali non ne avremmo risolto neppure una.

Dove andavi?

Avanti e indietro da Parigi. Mi fermavo non più d’un giorno o due, come se facessi una riunione di un’altra colonna. Prendevo l’aereo la mattina presto a Roma e tornavo con un altro la sera a Milano. Se penso che ero fra i brigatisti più ricercati e passavo quattro volte in un giorno i controlli di frontiera, dev’essere vero che ero matto, come mi dissero una volta i palestinesi.

(…)

Si è parlato di vostri rapporti con l’Est, viaggi a Praga e simili. Anche se nulla è uscito dagli archivi russi e da quelli della Stasi. Che ne sai?

Non ci sono stati rapporti tra noi e l’Est europeo. Sono favole, e politicamente senza senso. Quale interesse poteva avere l’Urss a sostenere una polarità come la nostra? Tutto il loro appoggio andava al Pci. Questa scelta dei paesi comunisti l’avevamo misurata già al momento del sequestro Sossi.

Ma non c’è stato un filo con i bulgari? Il caso Scricciolo?

Non lo conosco con esattezza, ero già in galera. Ne so pochissimo, ma parlando con i compagni mi sono convinto che è una vicenda gonfiata, del tutto secondaria.

Insomma, niente servizi?

Sarebbe bello, eh?, se si potesse metter assieme tutto, Cia, Kgb, Sismi, Sisde, mafia, P2, eccetera per far rientrare tutti gli eventi di questi vent’anni nel grande complotto universale. Anche un movimento come il nostro sarebbe più tranquillizzante se lo si vedesse come manovra di forze oscure, simili a quelle che hanno manovrato le stragi, i servizi. Siamo invece condannati a distinguere le cose se vogliamo capirle e criticarle. La verità è che le Br non sono entrate in contatto con servizi segreti di qualunque tipo e nazionalità, né direttamente né di sponda. Questi sono i fatti e nessuno crede seriamente il contrario. Si può dire di noi di tutto, fuorché che siamo stati qualcosa di poco limpido.

Ma all’inizio non cercò di contattarvi il Mossad?

Ah, sì. Forse fu anche questo a metterci in guardia. Nel 1972 ci aveva fatto pervenire una specie di apprezzamento. Neppure gli rispondemmo per le rime, tanto era assurdo. Guardate, per farla breve, il solo rapporto politico reale che avemmo fu con l’Olp. I compagni palestinesi ci interessavano perché facevano un discorso simile al nostro.

Con quale parte dell’Olp?

L’Olp che ho conosciuto aveva diverse anime. Contattammo una parte di tendenza comunista, che guardava molto all’Europa. Per loro era importante che nei paesi dell’area mediterranea si creasse una forte opposizione, armata se possibile, per indebolire la morsa dell’imperialismo americano in Medio Oriente. Ci dissero: «Non vi chiediamo di fare delle operazioni per noi, è molto più significativo che siate voi a rafforzarvi».

Ma qualcosa per loro faceste, la famosa spedizione del “Papago”?

Escluse operazioni in comune, ci premeva offrirgli almeno una solidarietà. Gli demmo un piccolo appoggio per i documenti falsi, ci mettemmo ovviamente a disposizione per qualsiasi appoggio politico del quale avessero bisogno. L’Italia è un crocevia obbligato per qualsiasi cosa transiti dal Medio Oriente verso il Centronord, ed essi ci chiesero di trovar loro un deposito di armi da tenere come riserva, destinate ai movimenti di resistenza o di liberazione nazionale. In particolare quella volta sarebbero servite all’Ira, che le avrebbe richieste in un secondo tempo. Con l’Ira i contatti furono tenuti dai palestinesi, noi ci limitammo a metterci a disposizione.

E andaste a prendere le armi?

Sì. Via mare. L’Italia sembra proprio un molo sul Mediterraneo. Tanto perché non sembrasse che stavamo facendo un’opera di mera solidarietà – tipo, noi vi teniamo le armi e voi combattete – un piccolo quantitativo di armi era destinato a noi, degli Stern molto vecchi, dei mitra dismessi dalla polizia britannica che però funzionavano perfettamente. Ma si trattava d’uno scambio simbolico, a noi servivano armi piccole, quelle della guerriglia e non avevamo, come vi ho detto, alcuna difficoltà a procurarcele. Quel che ci interessava era il rapporto politico, di fraternità, fare qualcosa per l’Olp.

Quando è stato?

Nell’estate del ’ 79 e coincise, casualmente, con la necessità di stringere un rapporto con delle formazioni combattenti in Sardegna. La barca la trovò un compagno di Ancona, medico psichiatra in un ospedale, era uno skipper molto esperto nella vela. Con lui ci imbarcammo sul “Papago” Riccardo Dura, genovese, marittimo di mestiere che aveva navigato per mezzo mondo, e che sarebbe stato ucciso in via Fracchia, un compagno di Venezia del quale si supponeva avesse dimestichezza col mare e io, che col mare me la cavo sempre.».

Chi si mosse di più? Tramite la famosa Hyperion?

No, questa è una delle invenzioni che servono a dar corpo al fantasma del “grande vecchio”. Con Simioni avevamo chiuso fin dal Cpm, non lo vedemmo più e apprendemmo dai giornali che era finito a Parigi. Avevamo in Francia dei compagni espatriati alcuni anni prima, che erano in grado di collegarci con tutti i movimenti rivoluzionari d’una certa consistenza. A Parigi c’erano più o meno tutti, e si arrivava attraverso canali riservati, ma non segretissimi. Avevamo un credito che ci consentiva di incontrare chi volevamo.

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