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Corte penale dell’Aja, motore del cambiamento in un mondo senza pace

Ieri nell’aula magna della corte di Cassazione l’iniziativa del Cnf sulla giustizia penale internazionale. Gli interventi di Curzio, Caia, Fassino e Bonino
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Il convegno sulla giustizia penale internazionale, tenutosi ieri nell’Aula Magna delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione, ha messo a confronto i massimi esperti della materia. Una giornata di studio in cui si sono intrecciate esperienze e ricordi di chi ha dato un contributo concreto all’istituzione della Corte penale internazionale e di chi ogni giorno ha a che fare con i principi che ne determinano l’esistenza.

Ad aprire i lavori, organizzato dal Cnf, Cespi, Idlo (International development law organization) e Ambasciata svizzera in Italia, è stato Daniele Frigeri (presidente e direttore del Centro studi di politica internazionale). Le oltre sette ore di convegno sono state tutte trasmesse in diretta da Radio Radicale. I tre panel sono stati moderati da Marilisa Palumbo (giornalista del Corriere della Sera) e dagli avvocati Francesco Miraglia e Roberto Giovene di Girasole, entrambi della Commissione Human rights del Cnf.

A fare gli onori di casa Pietro Curzio, primo presidente della Corte di Cassazione. «Viviamo – ha esordito – un periodo drammatico. Sentiamo la guerra in Ucraina vicina e ne cogliamo tutta la sua drammaticità. Ogni giorno gli organi di informazione ci raccontano quanto accade non lontano dall’Italia. Purtroppo, le guerre nel mondo sono tante, sottaciute, si tratta di conflitti ormai cronicizzati. Così come sono tante le violazioni dei diritti umani. Tutto ciò ci fa cogliere la necessità di strumenti giuridici adeguati».

Il coordinatore della Commissione Diritti umani del Cnf, Francesco Caia, ha sottolineato la continua attenzione dell’avvocatura istituzionale verso la giustizia internazionale. «La nostra iniziativa – ha rilevato l’avvocato Caia – non verte solo sulla ricorrenza dell’istituzione della Cpi, ma anche sulle problematiche della tutela dei diritti umani. Il Consiglio nazionale forense sta lavorando con grande impegno tanto sul fronte della tutela dei diritti umani quanto su quello della giustizia penale internazionale».L’iniziativa di ieri si è avvalsa della preziosa collaborazione dell’Ambasciata di Svizzera in Italia. Il suo vicecapo missione, Michele Coduri, ha ricordato che la Svizzera persegue una politica ben precisa anche in tema di tutela dei diritti umani. «L’iconografia e la solennità dell’Aula Magna della Corte di Cassazione – ha affermato – non poteva essere migliore per parlare di giustizia penale internazionale e di diritti umani. L’impegno a sostegno dell’affermazione della giustizia penale internazionale è parte integrante della nostra politica estera».

Emma Bonino, già ministra degli Esteri, ha ripercorso alcune tappe che hanno portato alla stesura dello Statuto di Roma e alla creazione della Cpi. «Non sono una giurista – ha commentato -, ma una politica attenta, con obblighi di responsabilità, alla questione dei diritti umani.L’idea di un tribunale penale internazionale era quella di una Corte che non fosse legata al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. I negoziati che portarono alla nascita della Cpi furono duri, lunghi e caratterizzati da compromessi. Non mi illudevo affatto rispetto al trionfo della pace, con la creazione della Cpi, dato che si doveva affrontare la partita decisiva delle ratifiche dello Statuto di Roma». L’esponente di +Europa ha riflettuto su quanto sta accadendo nel cuore del vecchio continente. «In merito a quanto sta facendo la Russia in Ucraina– ha aggiunto – non credo sia utile creare un nuovo tribunale, ma usare gli strumenti già esistenti. Tali strumenti per incidere hanno bisogno di finanziamenti adeguati. E certe disparità sono evidenti».

Bonino si è soffermata sul crimine di aggressione che giustifica l’intervento della Cpi: «Se gli Stati che hanno ratificato lo Statuto non credono nella Cpi, questa rischia di essere un organismo senza grandi slanci. La Cpi dovrebbe diventare un agente di cambiamento, dando attenzione alla società civile, agli avvocati, agli ambasciatori, ai procuratori per essere più dinamica. Questo processo, però, lo vedo sonnacchioso. Ognuno di noi deve diventare agente di cambiamento. “Non c’è pace senza giustizia” è una frase che ripetono tutti in questo periodo. Ma oltre a dirlo, bisogna essere concreti e convinti rispetto a quanto si vuole fare».

A focalizzare l’attenzione dei relatori l’aggressione della Russia ai danni dell’Ucraina. Per Antonio Marchesi, professore di Diritto internazionale nell’Università di Teramo, «la guerra in Ucraina ha stimolato l’interesse verso il tema della giustizia internazionale». «È un bene – ha aggiunto – che ci siano sempre più occasioni di discussione e riflessione. Il principio della complementarietà positiva è di fondamentale importanza, dato che descrive il rapporto tra le istituzioni penali internazionali e i giudici penali degli Stati. La Cpi si sostituisce agli Stati solo in precise circostanze e quando la giustizia territoriale non funziona».

Il segretario generale della Corte di Cassazione, Luigi Marini, ha parlato della sua esperienza all’Assemblea generale delle Nazioni Unite in qualità di rappresentante per l’Italia. Fausto Pocar (professore emerito di Diritto Internazionale nell’Università di Milano) ha posto all’attenzione dei presenti il rapporto tra la giurisdizione internazionale, compresi gli obblighi che ne derivano, e quanto previsto dall’ordinamento interno di ciascuno Stato. Tema di non poco conto per armonizzare gli strumenti giuridici a disposizione e i fatti che richiedono di essere esaminati e perseguiti. «Il ruolo delle giurisdizioni nazionali – ha sostenuto Pocar – è basilare e non può essere considerato distaccato dalla giurisdizione internazionale. Il ritardo accumulato in vent’anni si è cercato di colmarlo nell’ultimo anno con la Commissione per il Codice dei crimini internazionali». La giurisdizione universale, ha concluso l’accademico, «è nata prima del processo di Norimberga, con l’accordo di Londra del 1945, attribuendo a certi crimini un carattere universale con la deterritorializzazione del diritto penale».

I lavori sono stati chiusi da Piero Fassino (presidente onorario Cespi). «Negli ultimi anni – ha detto – sono emerse le cosiddette democrazie illiberali, che pongono seriamente all’attenzione di tutti noi la questione della non accettazione della giurisdizione internazionale».

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