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Quarant’anni di rave: dagli anti-Thatcher alla “generazione Z”

rave party provincia caltanissetta
Il mito dei rave nasce negli anni '80, quando Margaret Thatcher impose la chiusura di pub e discoteche alle 2: presto, troppo presto
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Quando verso la fine degli anni 80 il governo di Margaret Thatcher impone la chiusura di pub e discoteche per le due del mattino in ossequio al suo credo piccolo borghese tutto ordine e decoro, le notti di milioni di giovani britannici si fanno ancora più buie.

«Fuck that bloody woman!», gridano molti di loro in quello che diventerà uno slogan generazionale. Non fanno parte di movimenti politici o gruppi studenteschi, non hanno nemmeno il piglio anarcoide e iconoclasta del movimento punk ormai giunto al crepuscolo, sono giovani normali, provengono dalle classi medio basse e in un paese incupito dalla precarietà e dalla disoccupazione cercano di ritagliarsi uno spazio impossibile di edonismo e fuga dalla realtà.

Dopo aver piegato la resistenza dei minatori e delle unions, privatizzato e liberalizzato parte dello storico welfare d’oltremanica, la Lady di ferro se la prende proprio con loro, i ragazzi e le ragazze dello “sballo”, che poi non sono altro che figli di quella classe operaia a cui ha dichiarato apertamente guerra, una guerra che ha stravinto senza fare prigionieri.

Come accade però in ogni sistema proibizionista la legalità è solo una coperta ipocrita con cui coprire la realtà, un tappeto sotto cui nascondere la polvere; così i giovani cacciati dalle sale da ballo ufficiali si organizzano per conto loro in crew e decidono di aggirare le leggi “vittoriane” del governo conservatore creando una rete di feste clandestine, rigorosamente gratis e senza limiti di orario.

È un’ondata sotterranea (letteralmente underground) che scorre dalle periferie periurbane di Manchester ai sobborghi proletari di Liverpool e che ha il suo epicentro nella capitale Londra dove i capannoni abbandonati nei docks del Tamigi per la crisi industriale improvvisamente si animano di migliaia di ventenni che “si lasciano andare”, ballando ore e ore senza sosta con una frenesia mai vista prima, accompagnati da giganteschi sound system, colonne di casse impilate, i bassi pompati a mille che vibrano con il battito del cuore, giochi di luce e psichedelia, tanto sesso, tanto alcool e l’apparizione delle prime droghe sintetiche.

In particolare l’exstasy che, dalle avanguardie danzanti della movida di Ibiza, sbarcano poi sul continente europeo e in Gran Bretagna. Dagli Stati Uniti, precisamente dai club di Chicago, invece proviene la musica, è un genere tutto nuovo e molto sgarbato, si chiama acid house e l’hanno inventato due DJ ancora oggi oggetto di culto, Jesse Saunders e Frankie Knuckles tramite il mitico sintetizzatore TB-303 che mima i suoni lividi e ipnotici della produzione industriale proprio nei luoghi del suo declino e che per un beffardo contrappasso diventano la colonna sonora della nuova, euforica, sottocultura giovanile.

Per i media conservatori è pura Babilonia mentre gli stessi DJ vecchio stile sparano a zero contro questi bizzari free party: «È la cosa più simile a un’orda di zombie che io abbia mai visto», esclamò dai microfoni della Bbc, Peter Powell, il disk jockey della radio di Stato tra gli applausi delle vecchiette.

Era il 1986, pochi giorni prima il club Hacienda di Manchester aveva organizzato la serata “Nude” all’insegna delle nuove tendenze musicali d’oltreoceano, un successo pazzesco che attira l’attenzione morbosa dei bigotti, mentre le tv trasmettono servizi allarmanti sul «nichilismo» della gioventù britannica, ingigantendo gli eccessi che pure non mancavano.

L’anno successivo a Londra il primo party che porta ufficialmente il nome di “rave”, viene chiamato Shoon e porta migliaia e migliaia di persone in una palestra abbandonata di Southwark Street. Anche in questo caso i media si scagliano contro i raduni danzanti, mentre per i ragazzi diventa sempre più difficile organizzare le serate, il governo è sul piede di guerra e la polizia li bracca ovunque, ma loro non demordono, con il tam tam e il telefono senza fili (all’epoca non esistevano né internet né i cellulari) riescono a mettere in piedi sempre nuovi eventi in luoghi sempre diversi. Come la celebre summer of love del 1989, che vent’anni dopo quella hippy di San francisco, consacra la rave generation ormai diventata un fenomeno internazionale.

E a poco sono serviti i decreti varati da lady Thatcher che vietano i party illegali con più di dieci persone attorno a musica ripetitiva». Almeno il governo Meloni ha fissato il tetto a cinquanta persone.

D’altra parte come fai a fermare i ventenni quando si mettono in testa qualcosa?Il movimento ormai ha contagiato i giovani di mezza Europa, dopo il Regno Unito, Germania Italia e isole greche sono tra le mete più ambite tra chi nei primi anni 90 è alla ricerca di baldoria e feste folli, poi qualche anno dopo la cultura rave dilaga anche in Francia, Svizzera, Olanda, Belgio e infine nei paesi dell’est appena usciti dall’isolamento del socialismo reale.

L’espressione “rave”, che in inglese significa “delirare”, “estasiarsi”, “divagare”, appare la prima volta negli anni 50, ed è il modo con cui la stampa conservatrice descrive i raduni bohemien dei “selvaggi di Soho”, alcuni giornali parlano saltuariamente di “rave” indicando poi le feste londinesi degli immigrati giamaicani e caraibici del decennio successivo.Ma è ancora un aggettivo.

È solo al tramonto degli ’80 quando si intreccia con l’emergente musica elettronica e l’hip hop che il “rave” si fa sostantivo trasformandosi in un fenomeno culturale di massa che ancora oggi muove i giovani e faq incazzare i governi.

Come scrive il guru della “generazione chimica” e autore di Trainspotting Irvine Welsh, con queste nuove forme di divertimento e socializzazione giovanile, «la mappa psichica dell’Inghilterra veniva drasticamente ridisegnata, le vecchie regole perdevano ogni significato, le vecchie certezze si squagliavano come neve al sole, e le nuove dovevano ancora stabilirsi».

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