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La missione di Nordio: svolta garantista, sì, ma senza conflitti

ministero giustizia Carlo Nordio
Obiettivi e biografia dell’ex magistrato che se la vedrà coi vecchi colleghi, come sul divieto d’appello per i pm
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Inizia un’altra storia. Un’altra possibile giustizia. Carlo Nordio non è solo un nome forte, un guardasigilli dal tratto dirompente. È anche la fine di un’epoca e l’inizio di una fase completamente diversa. È l’addio a Mani pulite e la possibilità di una svolta garantista.

Nordio dunque si aggiudica la sfida con Maria Elisabetta Alberti Casellati: un magistrato, un pm, ha avuto la meglio su un’avvocata che aveva già conquistato la presidenza di Palazzo Madama, e che entra comunque a propria volta nel nuovo governo come ministra per le Riforme.

Ma il neo deputato di Fratelli d’Italia, che per anni, con libri e articoli di giornale, ha infierito sulle contraddizioni della magistratura dall’interno dello stesso ordine giudiziario, avrà il compito forse più difficile, nell’esecutivo Meloni: rappresentare non una leadership politica o un’ambizione personale ma un progetto autonomo. In uno sforzo di equilibrio da far tremare le vene ai polsi.

Nordio succede a Marta Cartabia, con la quale si è comunque aperta una fase nuova per il processo e l’esecuzione penale, e che è stata promotrice del più ricco e articolato pacchetto di riforme della giustizia dal dopoguerra.

Al successore tocca un capolavoro: proporre una storica virata garantista per il processo (che la guardasigilli uscente ha dovuto lasciare a metà), per il penale innanzitutto, ma senza infrangere il sottilissimo equilibrio che serve a Meloni per evitare il naufragio.

In un quadro internazionale pesantissimo, in una crisi già segnata dallo stigma della recessione e che mette la prima premier donna d’Italia di fronte all’incubo dell’asfissia energetica, il nuovo titolare di via Arenula dovrà sì tenere sul tavolo anche la giustizia, ma senza farne motivo di conflitti.

QUALI RIFORME

Tradotto in altre parole, a quali dossier Nordio potrà mettere davvero mano? Può contare su una convergenza almeno parziale fra il partito con cui è diventato parlamentare, FdI, e gli altri della coalizione: tutti sono d’accordo non solo sull’ambiziosa separazione delle carriere ma anche sul più immediatamente realizzabile divieto d’appello per i pm.

Il rilancio della legge Pecorella troverebbe il terreno parzialmente arato dalla Commissione Lattanzi, che nel suggerire la riforma penale a Cartabia aveva ribadito come tra il diritto dell’imputato ad appellare e quello speculare del pm c’è un abisso a favore del primo.

Sul piano delle grandi sfide di principio, Nordio potrebbe partire da lì. Ma poi, fin dal primo minuto in cui prenderà possesso della scrivania che fu di Togliatti, l’ex magistrato dovrà impegnarsi in un lavoro assai meno appetibile per i titoloni dei giornali: l’accelerazione vera sui tempi dei processi.

Dovrà partire dalle norme appena introdotte con i decreti attuativi di Cartabia sul civile e sul penale, e implementarli con straordinari investimenti e misure organizzative. Non ultime quelle reclamate per esempio dalla magistratura lombarda che, come segnalato venerdì dal Corriere della Sera, è la prima chiedersi come poter coniugare i nuovi poteri del gup previsti dalla riforma e la cronica carenza d’organico che quelle sezioni dei tribunali soffrono in tutta Italia.

E ancora, sul reclutamento Nordio avrà subito occasione di costruire un rapporto forte con l’avvocatura. Perché anche al congresso forense di Lecce, la presidente del Cnf Maria Masi e diverse altre voci della professione hanno ricordato la possibilità di introdurre un accesso diretto in magistratura per gli avvocati con un determinato grado di anzianità professionale e l’abilitazione al patrocinio nella giurisdizioni superiori.

Una rivoluzione che non riguarderebbe il penale ma l’ordinamento. E che, come l’inappellabilità delle assoluzioni, potrebbe non piacere ai magistrati. Ma che pure potrà dare la misura di quel sottile equilibrio di cui Nordio dovrà saper mantenere fra coraggio di cambiare e distanza dai conflitti.

BIOGRAFIA BREVE DI UN PM ATIPICO

L’ex procuratore aggiunto di Venezia nasce a Treviso il 6 febbraio 1947. È in magistratura dal ’77. Tra le indagini più importanti che ha condotto, quelle su Br, Tangentopoli veneta, coop rosse, sequestri di persona. Nella città lagunare è stato coordinatore delle inchieste sui reati economici: l’indagine più rilevante resta senz’altro quella sul Mose.

È stato presidente della Commissione per la riforma del codice penale (2002- 2006) durante il governo Berlusconi, quando a via Arenula c’era Roberto Castelli.

Si iscrive alla Gioventù liberale nel 1963, per poi stracciare la tessera quando fa il suo ingresso in magistratura. Nella sua vita dice di aver cambiato spesso idea ma mai sulla sua cultura liberale.

La sua ultima battaglia è stata quella per una “giustizia giusta”, come presidente del Comitato per il Sì ai referendum promossi da Lega e Partito Radicale.

Nordio nel 1997 inizia anche l’attività di scrittore: pubblica diversi testi sulla giustizia, «tutti orientati a una svolta liberale sia del diritto penale che di quello processuale».

Da sottolineare la sua traduzione dal francese e il suo commento a “Crainquebille” di Anatole France, «una riflessione amara sulla fallibilità dei processi attraverso la vicenda grottescamente banale di un povero Cristo», si legge nella quarta di copertina.

Appassionato di storia, in particolare della seconda guerra mondiale, ha pubblicato per Mondadori “Operazione Grifone” e “Overlord”. Tra i suoi hobby e quelli della moglie Maria Pia Manuel fino a poco fa c’erano due cavalli, morti purtroppo durante la pandemia.

Ma continua a praticare il nuoto, ed è onnivoro di libri – filosofia, religione, arte, politica. Preferisce la letteratura francese, specialmente Pascal e Voltaire, anche se al primo posto mette l’inglese Shakespeare.

Amante anche della musica classica, oscilla tra Bach e Beethoven. A suo giudizio, «un magistrato che opera nel penale deve avere due virtù: umiltà e buon senso.

Queste qualità si imparano soltanto attraverso la conoscenza dei nostri limiti e difetti. La cultura generale e soprattutto i grandi classici ti ridimensionano sempre, quando assumi posizioni di potere, ad esempio quando da magistrato devi decidere se mandare in carcere una persona».

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