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Poche toghe e cause pendenti dal ’95: a Reggio giustizia nel caos

Solo tre consiglieri su otto in Corte d’appello. La presidente della Sezione civile costretta a rinviare un’udienza fissata per il 13 ottobre al 21 dicembre 2023
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Una comunicazione alle parti che si trasforma in “denuncia” politica. Si potrebbe interpretare così il provvedimento di Patrizia Morabito, presidente della Sezione civile della Corte d’Appello di Reggio Calabria, costretta a rinviare un’udienza fissata per il 13 ottobre al 21 dicembre 2023.

Le ragioni sono elencate con chiarezza nel documento, nel quale viene evidenziato che «le condizioni attuali della sezione non consentono di trattare il presente processo alla udienza alla quale è stato differito». Il motivo? Una cronica carenza di magistrati, che di fatto ingolfa il lavoro dei Tribunali in tutta Italia. Una situazione evidenziata nei giorni scorsi dall’Associazione nazionale magistrati, secondo la quale «il complesso processo riformatore in atto non interviene in modo efficace sulle risorse umane, quantomeno in termini di assicurazione della costante copertura effettiva degli organici di magistratura e del personale amministrativo», si legge in un documento diffuso dal Comitato direttivo centrale del sindacato delle toghe.

Morabito, nel suo provvedimento, non ne fa mistero e anzi evidenzia tutte le criticità in cui si trova ad operare la Sezione civile. A partire dal recente trasferimento di due consiglieri, a seguito del quale il numero dei magistrati presenti si è ridotto a tre, a fronte degli otto posti previsti dalla pianta organica, escluso il presidente di sezione. «Non vi è allo stato alcuna concreta previsione di un prossimo incremento dell’organico effettivo dei magistrati presenti – lamenta dunque Morabito -, posto che sono andati deserti i bandi per la copertura dei posti».

Lo stato dell’arte, a Reggio Calabria, è dunque tutt’altro che roseo: sono oltre tremila, attualmente, le controversie pendenti «e fra queste hanno assoluta priorità di trattazione» gli appelli iscritti fino agli anni 2015, che dovranno essere definiti entro il 2022, «ancora in consistente numero ed in attesa di urgente decisione»; e le controversie in materia di protezione internazionale iscritte prevalentemente negli anni 2017-2019, «per loro natura urgentissime e tuttavia ancora pendenti in appello». Ma il dato ancora più eclatante è quello che riguarda la lentezza dei giudizi: a tali processi ritenuti prioritari si affiancano, infatti, altre cause, alcune delle quali incardinate addirittura prima del 1995 – e quindi più di 27 anni fa , tali da essere trattate con il cosiddetto “vecchio rito civile”.

«Ulteriore priorità, immediatamente successiva alle dette – aggiunge Morabito -, si ravvisa nell’esigenza di affrontare le cause in cui sono parti fallimenti, e che devono essere esitate con urgenza per legge». Un contesto operativo «difficilissimo», dunque, che rende impossibile trattare la causa in questione – che da registro generale è datata 2019 – entro il 2022. Il caso di Reggio Calabria è solo un esempio di una situazione che riguarda l’intero Paese: attualmente, infatti, negli uffici giudiziari italiani mancano ben 1.600 magistrati, pari al 16% dell’organico complessivo. E ciò, secondo l’Anm – che tratterà il tema al Congresso che si aprirà a Roma il prossimo 14 ottobre – rischia di vanificare gli sforzi fatti per riuscire ad ottenere i fondi del Pnrr, in quanto si «rischia di riversare sui soli magistrati la responsabilità del mancato raggiungimento di obiettivi che sin d’ora si palesano di arduo, se non impossibile, conseguimento».

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