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Alessia Pifferi ha diritto a un esame psichico ma vogliono seppellirla

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La donna è accusata di omicidio volontario aggravato per aver abbandonato la figlia di 18 mesi. L’avvocata Marchignoli: «Siamo di fronte a una sentenza già scritta»
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L’ultimo atto della vicenda giudiziaria (le indagini ancora non sono ancora chiuse) di Alessia Pifferi, la 37enne accusata di omicidio volontario aggravato per aver abbandonato a casa per sei giorni la figlia di 18 mesi Diana provocandone la morte, è il rigetto da parte del gip di Milano Fabrizio Filice di una nuova istanza con cui i legali di fiducia della donna – Solange Marchignoli e Luca D’Auria – chiedevano l’accesso al carcere di due consulenti tecnici (i professori Pietro Pietrini e Giuseppe Sartori) per un accertamento neuro-psichiatrico.

«Così si nega il sacrosanto diritto di difesa», racconta al Dubbio l’avvocato Marchignoli, che abbiamo imparato a conoscere in quanto legale di Azouz Marzouk. «Ci hanno negato una prova scientifica con una motivazione che ritengo assurda, ossia che la nostra volontà sarebbe stata quella di “incidere sul processo interpretativo del giudice” in riferimento alla questione del dolo». La procura, ci spiega la legale, «sostiene che la signora Pifferi si sarebbe rappresentata nella sua mente la possibilità dell’evento morte. Pur tuttavia l’ha accettato. Noi sosteniamo invece che, in base a quello che emerge anche dai colloqui con la nostra assistita, ci sarebbe bisogno di un approfondimento maggiore dello stato mentale della signora. Ma ci impediscono di farlo. Perché il giudice, che dovrebbe essere super partes, nega un ulteriore elemento di valutazione?».

Ricordiamo che ovviamente non sarà il gip a giudicare la donna, però il problema è un altro chiarisce l’avvocato Marchignoli: «Noi andremo in dibattimento dinanzi ad una Corte di Assise ma questo accertamento andrebbe fatto adesso per la vicinanza ai fatti. Le indagini le fa il pm ma anche la difesa. Invece in questo caso siamo con le mani legate, sembra quasi che la sentenza sia già scritta. È come se ci stessero dicendo che quella possibile prova non deve entrare nel fascicolo perché poi potrebbe influenzare il giudice che verrà a favore della nostra assistita. Ma questo è inconcepibile, è gravissimo».

I legali non avrebbero voluto far periziare la donna in merito alla sua capacità di intendere e di volere: «Sappiamo che lo era. Avremmo voluto solo approfondire lo stato cognitivo della donna a ridosso dei fatti, attraverso una valutazione neuroscientifica. Purtroppo in Italia si sottovaluta il grande apporto che le neuroscienze possono offrire anche nelle aule di Tribunale. Da questo punto di vista siamo indietro rispetto agli altri Paesi».

Come ci spiega nel dettaglio proprio il professor Pietro Pietrini, Direttore del Molecular Mind Lab presso la Scuola IMT Alti Studi Lucca e già consulente insieme a Sartori della difesa di Benno Neumair, «di fronte ad un fatto così grave, sarebbe (stato) più utile ed efficace poter valutare lo stato psichico della signora nei momenti più vicini al tragico accadimento. Soprattutto sarebbe stato importante poterla vedere in una fase in cui non aveva avuto ancora né tempo, né modo, né occasione di rivisitare – anche a seguito della permanenza nella comunità penitenziaria – ciò che era successo.

Ciò non toglie che se nella donna è presente una patologia, un disturbo della personalità o una condizione mentale particolare che possa avere una rilevanza nella criminogenesi e nella criminodinamica di ciò che è accaduto, questo non possa emergere dagli esami e dalla ricostruzione anamnestica effettuati anche a distanza di tempo, ribadito tuttavia che prima si fa e meglio è. Da qui era nata l’esigenza e la richiesta di poterla visitare ad inizio agosto (la donna è in carcere dallo scorso 21 luglio, ndr)». Il professor Pietrini conclude dicendo che «di fronte a fatti di questa gravità, occorre capire bene cosa e come possa essere accaduto. Se è comprensibile che la reazione di pancia della persona comune possa essere quella di “buttare via la chiave”, i tecnici sono tenuti ad interrogarsi adeguatamente sulle possibili cause di un tale comportamento. Questo al fine di adempiere pienamente a quanto previsto dalla nostra Costituzione».

Stesso concetto ribadito ancora al Dubbio dall’avvocato Marchignoli: «Per emettere un giudizio sereno su questo caso occorre raccogliere quanti più elementi possibili. Anche ciò che potrebbe non essere utile. La signora Pifferi rischia l’ergastolo e noi come difensori dobbiamo fare tutto il possibile per scandagliare questa vicenda, per capire. Invece il gip ci impedisce di vedere. Vogliamo un secondo caso Bossetti?». In questa vicenda oltre a questo profilo, c’è anche quello del solito vilipendio all’avvocato che difende il «mostro» ed infatti i legali della signora Pifferi hanno subìto attacchi e minacce sui social.

«A queste persone – puntualizza sempre l’avvocato Marchignoli – sfugge il fatto che in Italia il diritto di difesa è costituzionalmente garantito. Io conosco la mia etica e posso confermare che non provo nessuna solidarietà con il delitto ma questo non impedisce di difendere al meglio, tecnicamente, con gli strumenti che mi offre il codice di rito la signora Pifferi e i suoi diritti». Un ruolo importante lo sta giocando anche il processo mediatico: «Ma questa volta in senso positivo. Dobbiamo far emergere, e sta emergendo anche tra l’opinione pubblica, che non è giusto negare a questa donna il diritto ad una difesa completa. Chi ha paura della verità? Per conoscere la verità sulla strage di Erba dobbiamo ringraziare le Iene, adesso è importante non spegnere i riflettori anche su questa storia».

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