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La vittoria di Meloni e la necessità di dar vita a un centro liberale e riformista

meloni
È la politica che deve essere modificata, non la Costituzione: questo è il messaggio che deve essere dato al nuovo Parlamento
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Questa volta è nata davvero la seconda Repubblica perché il risultato elettorale delle elezioni del 25 settembre è in contraddizione con tutta la cultura politica dominante dal 1948. Nelle alterne vicende berlusconiane dal 1994 i risultati elettorali sono stati una “variazione sul tema” ma non hanno segnato una discontinuità vistosa nonostante la “rivoluzione civile“ promossa da Silvio Berlusconi, e le alleanze sono state in qualche modo coerenti con le prevalenti posizioni di centro.

La vittoria del movimento Fratelli d’Italia, o meglio di Giorgia Meloni, porta per la prima volta la destra, che si può qualificare come si vuole, alla maggioranza relativa che segna una discontinuità rispetto a tutta la lunga fase del dopoguerra. Riconosco che i sintomi del cambiamento erano noti soprattutto a chi sin da gli anni 90 ha ritenuto che la crisi irreversibile dei partiti avrebbe prima creato una forte contestazione, come quella che si è verificata nel 2018 con il movimento antisistema dei cinque stelle e della Lega, per poi determinare e consolidare una reale alternativa come è avvenuto ora.

Il cambiamento o l’alternativa stanno nel fatto che, come si è capito in campagna elettorale, sono saltati i termini “centro- destra” e “centro- sinistra” che hanno caratterizzato le alleanze e il significato stesso delle forze politiche della prima Repubblica dove, ripeto, nelle alleanze era pur sempre determinante il “centro”. Il risultato elettorale dimostra in maniera concreta che siamo in presenza di una destra molto caratterizzata e attiva e una “sinistra“ incerta e timida e che entrambe hanno perduto l’apporto del centro.

D’altra parte i termini di destra e sinistra sono anch’essi in crisi perché la questione sociale che le culture di riferimento esprimevano è profondamente cambiata e le classi sociali sono amalgamate non più in lotta per conquistare spazi di libertà che giustificavano quelle distinzioni. Ed è appena il caso di rilevare che oltre alla destra e alla sinistra non è da prendere in considerazione il risultato di cinque stelle che non è più movimento e non può diventare partito.

Il movimento antisistema che ha in questi anni sconvolto una parte importante dell’ordinamento giuridico nonostante la cultura dell’avv. Conte! è diventato un rifugio assistenziale senza prospettive e senza futuro. Hanno usufruito del reddito di cittadinanza due milioni e trecento cittadini e se solo moltiplichiamo quella cifra per due ci troviamo con il risultato elettorale ottenuto. A Scampia nel napoletano hanno votato per cinque stelle il 65 per cento “per non perdere il reddito di cittadinanza“!

Se questa analisi è corretta, ed è difficile contestarla, è necessario fare alcune considerazioni che possono orientare le nuove prese di posizione della politica e che riguardano soprattutto il “Terzo Polo“ che, nonostante la sciagurata e perversa legge elettorale, ha avuto il coraggio di presentarsi in maniera autonoma, in alternativa e ha ottenuto un risultato importante nonostante i messaggi elettorali non siano stati omogenei e precisi. Si tratta di un risultato politico, constatato questa volta già la sera delle elezioni, come ha sempre desiderato l’on. Renzi, per cui il Terzo Polo deve appropriarsi del valore dell’espressione “centro“, altrimenti l’alleanza tra Calenda e Renzi resterà elettorale e improvvisata, ma non politica.

Una forza popolare, liberale e progressista è l’unica che può diventare “partito“ come la Costituzione richiede e avere una funzione collegiale democratica in modo da riscattare la politica per curare i malanni del Parlamento e dare significato alla “rappresentazione democratica“. Il “centro” che si qualifica con riferimenti storici e culturali nella tradizione popolare liberale riformista acquista una identità che è stata riconosciuta dagli elettori per cui è necessario il rilancio della cultura politica del popolarismo che vuol dire il protagonismo della persona nella solidarietà sociale secondo la tradizione dei cattolici democratici laici aggiornata alla luce delle nuove libertà e delle nuove complesse esigenze della società.

Si tratta di conquiste riconosciute ormai dalla storia del dopo guerra e negate inopinatamente in una recente intervista dal cardinale Ruini che pure ha avuto un grande rispetto per i protagonisti di quel periodo. Il risultato del Terzo Polo dunque ha messo in luce la tendenza della società italiana lontana da un bipolarismo artificiale e surrettizio. L’errore più grave che l’on. Letta ha commesso è non aver capito che la realtà italiana, ma non solo italiana, non consente alternative tra due realtà politiche, per cui lo scontro esclusivo con l’on. Meloni è stato irreale non sentito e ha finito per privilegiare la stessa Meloni.

D’altra parte se Letta avesse creduto davvero alla polarizzazione dello scontro avrebbe dovuto a qualunque costo, visto il pericolo della destra, aggregare tutte le posizioni alternative di qualunque tipo e magari avrebbe vinto ma poi… non avrebbe potuto governare! Orbene prendendo atto del risultato elettorale, soprattutto un “polo“ che vuole essere politico deve tenere conto di alcuni problemi fondamentali della democrazia parlamentare che bisogna difendere per evitare una deriva di destra pericolosa e per difendere le istituzioni che solo un partito di “centro“ può ben interpretare.

  • La modifica della legge elettorale con la quale si è votato che deve essere chiesto a qualunque costo ad inizio legislatura se si vuole salvare la politica. La legge con la quale abbiamo votato è incostituzionale e mortifica gravemente la rappresentanza comprimendo quindi la politica e la partecipazione. Si tratta di un problema che è stato compreso da tutti i cittadini elettori, quelli che hanno votato e quelli che per reazione non hanno votato. La legge proporzionale fu sostituita negli anni 90 con il “mattarellum“ e si mise subito in crisi la “prima Repubblica“; poi le altre modifiche che sono seguite hanno cancellato la “identità“dei partiti.
  • Difendere la Repubblica parlamentare perché immaginare repubbliche presidenziali non meglio precisate, e quindi confuse, porta ad avventure pericolose al di là delle intenzioni, perché la democrazia è in crisi e in difficoltà nel mondo non solo in Italia e modifiche irrazionali della Costituzione possono produrre danni. D’altra parte la Costituzione non può essere modificata nella sua struttura portante, nel suo intreccio istituzionale dove ogni potere è regolato e limitato per garantire l’equilibrio democratico complessivo.
  • La destra è assente nella difesa dei diritti civili e quindi contraria alle trasformazioni sociali che hanno maturato appunto nuovi diritti e nuove libertà. Le libertà sono legate all’evoluzione del diritto dei costumi al nuovo contesto sociale. Le libertà conquistate oggi sono diverse da quelle di cinquant’anni fa e il diritto deve interpretarle e modificarle. Per questa ragione l’inserimento dell’Italia nell’Unione europea potenzia la sovranità statale in una dimensione europea sovranazionale che non può non avere una prevalenza rispetto al diritto dei singoli paesi. Il diritto comunitario precede e segue la evoluzione della comunità europea quindi deve essere riferimento unitario per i paesi dell’Europa.
  • Infine la difesa dell’attuale assetto regionale così come voluto dalla Costituzione impedisce che si proceda per la cosiddetta autonomia rafforzata e differenziata che mette in pericolo l’unità del paese e divide le Regioni povere dalle Regioni ricche. C’è da dire in conclusione che le molte difficoltà del funzionamento dell’istituzioni del Parlamento e delle Regioni dipendono dalla politica e dalla volatilità della politica che attraversa una grave crisi, che può essere curata da una forte e avvertita classe dirigente, da partiti con una identità precisa e con una cultura di riferimento. È la politica dunque che deve essere modificata, non la Costituzione: questo è il messaggio che deve essere dato al nuovo Parlamento.

 

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