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Nuovo Csm, all’opposizione solo tre consiglieri laici: ecco tutti i nomi

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Circolano già i nomi che potrebbero aggiungersi ai togati: per il centrodestra si parla di Fiammetta Modena, Roberto Cassinelli, Francesco Urraro e Pierantonio Zanettin. Nel Pd si fa strada Anna Rossomando
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Tre a Fratelli d’Italia, due a Lega e Forza Italia, per quanto riguarda la maggioranza di centrodestra. Uno ciascuno invece a Pd, Azione/ Italia viva e M5S per le opposizioni. Sarà molto probabilmente questa la divisione per appartenenza politica dei dieci componenti laici del Consiglio superiore della magistratura che dovranno essere eletti dal nuovo Parlamento. Fra questi dieci, poi, dovrà essere eletto il futuro vice presidente.

Al momento sui nomi c’è il massimo riserbo. Solo qualche indiscrezione. Ad esempio, i vertici della Lega sarebbero orientati sull’ex senatore Francesco Urraro, avvocato penalista, presidente del Coa di Nola. Per Forza Italia si fanno i nomi degli ex parlamentari Fiammetta Modena e Roberto Cassinelli. Per Italia viva si fa quello di Stefano Cucca. Anna Rossomando è il nome che da tempo circola dalle parti del Pd. Inizialmente si era anche pensato a lei come vice presidente.

Per quest’ultimo incarico, comunque, il discorso è molto complesso dal momento che entreranno necessariamente in gioco i venti togati eletti la scorsa settimana. Il vice presidente, infatti, non dovrà essere “ostile” alle toghe. Sulla carta i laici esponenti di centrodestra sarebbero penalizzati, in quanto fautori di riforme come la separazione delle carriere tra pm e giudici che sono viste con il fumo negli occhi dai magistrati. Sul punto Pd e M5S sarebbero favoriti vista la loro contrarietà.

Non sono esclusi anche ritorni di peso, come quello del forzista Pierantonio Zanettin, fresco di elezione al Senato, che per esperienza (è stato al Csm dal 2014 al 2018) potrebbe mettere tutti d’accordo e ricoprire il ruolo di vice presidente. Sul fronte affinità culturale, Zanettin potrebbe avere l’appoggio dei sette togati di Magistratura indipendente, la corrente moderata delle toghe. A differenza dei colleghi progressisti di Area ed Md, Mi ha un rapporto distaccato e non conflittuale con la politica per temi che non riguardino direttamente il settore giustizia.

Un approccio molto diverso da Magistratura democratica che aveva fatto campagna elettorale contro la riforma costituzionale voluta da Renzi e, più recentemente, si era apertamente schierata contro i decreti sicurezza voluti dall’ex ministro dell’Interno Matteo Salvini.

L’elezione del vice presidente sarà sul filo e, molto probabilmente, si giocherà anche questa volta con uno scarto di pochi voti. Quello che emerge con chiarezza è il fatto che i futuri componenti laici saranno tutti dei politici, a differenza di adesso dove i laici del Csm sono tutti professionisti dal mondo dell’avvocatura e dell’accademia, tranne Emanuele Basile che in passato era stato parlamentare leghista.

Sono cambiati i tempi dall’elezione del 2018 e, complice il taglio dei parlamentari, il Csm ha una maggiore considerazione, anche per la rinnovata consapevolezza dell’importanza del suo ruolo. La politica, in altre parole, vorrà far sentire la propria voce in tema di nomine, alla luce dell’aumento dei poteri dei capi degli uffici e con una sempre maggiore gerarchizzazione di procure e tribunali.

Ovviamente questa discussione ha un convitato di pietra: il capo dello Stato. Il Presidente della Repubblica, infatti, è anche il presidente del Csm e non è pensabile che il suo vice sia una persona ad egli “non gradita”. Negli ultimi venti anni il ruolo di vice presidente è stato sempre ricoperto da esponenti politici: Virginio Rognoni nel 2002, Nicola Mancino nel 2006, Michele Vietti nel 2010, Giovanni Legnini nel 2014, David Ermini nel 2018. Tutti di sinistra o di centro sinistra. Sono decenni che il numero uno di Palazzo dei Marescialli non è un giurista puro, slegato da vincoli di partito e selezionato per il suo prestigio all’interno dell’accademia. In passato sono stati vicepresidenti del Csm personalità come Giovanni Conso, Piero Alberto Capotosti, Cesare Mirabelli, i quali, terminato il mandato, sono approdati anche al vertice della Corte Costituzionale.

Bisognerà capire, allora, se dopo il Palamaragate e la contiguità tra magistratura e politica che ha rappresentato, suscitando aspre critiche e compromettendo la fiducia dei cittadini nel sistema della giustizia, ci sia la voglia di cambiare pagina. Il primo passo non potrà non essere quello di nominare figure, politici o non politici, comunque autorevoli e di riconosciuto prestigio.

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