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Monsignor Viganò benedice la Meloni “sovranista”. E dichiara guerra ai diritti Lgbtq

L'ex nunzio apostolico filo trumpiano e anti-Bergoglio elogia la vittoria di Fratelli d'Itali: "Metterà fine all’indottrinamento gender e all’europeismo suicida"
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«Ci sono principi irrinunciabili per gli italiani: tutela della famiglia naturale, rispetto della vita, sicurezza e lotta all’immigrazione clandestina, fine dell’indottrinamento gender e LGBTQ+ per i minori». Dopo la “benedizione” dall’ex presidente della Cei Camillo Ruini, a Giorgia Meloni arriva quella dell’ex nunzio apostolico negli Usa, l’arcivescovo ultra conservatore e filo trumpiano Carlo Maria Viganò.

Che torna a farsi sentire attraverso un videomessaggio nel quale dice la sua sulle elezioni che hanno decretato la vittoria di Fratelli d’Italia. Viganò, lo stesso vescovo anti-Bergoglio che in un memorandum era arrivato a chiedere le dimissioni del Papa, osserva: «Molti dei voti persi dal Pd si sono riversati in Fratelli d’Italia, e ciò conferma ulteriormente le aspettative di chi ha scelto la Destra di Giorgia Meloni non per quello che è, ma per quello che può essere; non per quello che ha detto di fare, ma per quello che tutti si aspettano effettivamente faccia». «Una Meloni – dice Viganò –  che difenda quei sani principi di base della convivenza civile, pallidamente ispirati alla Dottrina Sociale della Chiesa, ma cui gli Italiani non sono disposti a rinunciare: tutela della famiglia naturale, rispetto della vita, sicurezza e lotta all’immigrazione clandestina, fine dell’indottrinamento gender e LGBTQ+ per i minori, libertà di impresa, presenza dello Stato negli asset strategici, maggior peso in Europa e – volesse il Cielo! -l’uscita dall’euro e il ritorno alla sovranità nazionale. Insomma, ci si aspetta che la Meloni si comporti come la leader di un partito di Destra moderata, tendenzialmente conservatore, moderatamente sovranista. Nulla di estremo – certamente non estrema destra – a dispetto dei proclami allarmistici della Sinistra; ma almeno non allineato a un atlantismo prono alla Nato né all’europeismo suicida che ha contraddistinto l’azione del governo Draghi, né votato per furore ideologico alla distruzione della civiltà, della cultura, della religione e dell’identità del popolo italiano».

«Giorgia Meloni è, per il momento, un premier in potenza. Lo è per quanti si aspettano che Fratelli d’Italia sia la voce di quel dissenso vero e motivato verso l’intera classe politica, e che in quanto tale agisca con forza e determinazione, senza lasciarsi intimidire. E un premier in potenza – dice l’ex nunzio – per quanti hanno voluto accordarle quella fiducia che altri hanno più volte deluso e tradito. E un premier in potenza perché i due Primi Ministri precedenti erano tutto fuorché leader, presi com’erano a far da camerieri alla Von der Leyen, a Klaus Schwab (fondatore e presidente del World Economic Forum, ndr) o a Joe Biden». Che monsignor Viganò se la prenda con Joe Biden non sorprende, dopo le ripetute espressioni di sostegno incondizionato a Trump. Nel 2018, con una lettera-memoriale, sostenne che i vertici della Chiesa, compreso papa Francesco, erano da anni a conoscenza degli abusi sessuali del cardinale americanoTheodore Edgar McCarrick senza prendere alcun provvedimento. E si spinse a reclamare le dimissioni del Papa.

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