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Meloni e Letta vedono sfumare il bipolarismo, finisce anche la seconda Repubblica

Meloni Letta elezioni bipolarismo
La presenza di parecchie forze politiche elettoralmente consistenti cambierà la geografia dei partiti e segnerà l’addio definitivo a un’epoca iniziata quasi 30 anni fa
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Solo nella notte di domenica sapremo se le corali e unanime previsioni saranno confermate dai voti sonanti però già oggi si può dire con ragionevole certezza quale sarà la risposta a uno dei principali quesiti veicolati dal voto del 25 settembre: per il bipolarismo e per il sogno di una sua resurrezione la campana suonerà a morto. Nessuno ha mai dichiarato e ammesso che proprio il ritorno al bipolarismo fosse tra gli elementi principali della posta in gioco domenica prossima. Non ce n’era del resto bisogno. Era nell’ordine delle cose e del resto era quella la vera prossimità fra il Partito democratico di Enrico Letta e Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni, il solido terreno su cui poggiava la simpatia sulla quale era quasi un luogo comune ironizzare prima della crisi.

La leader di Fratelli d’Italia non ha mai nascosto l’obiettivo del bipolarismo, che per il suo partito era questione di vita o di morte già prima che il decollo nei consensi diventasse vertiginoso. Il Partito democratico è stato molto più prudente, anche perché conta al suo interno troppe e troppo diverse anime per assumere posizioni drastiche. In compenso ha fatto parlare i fatti. La resistenza sul passaggio al proporzionale, ufficialmente giustificata solo con un dissenso sulla percentuale da indicare come soglia di sbarramento, era in realtà animata proprio dall’intenzione di non mettere da parte una volta per tutte la chimera bipolarista e il recupero di una legge elettorale maggioritaria.

Le mosse iniziali di Letta dopo la crisi, la convinzione diffusa nel Pd che si trattasse di una partita comunque già vinta, la stessa decisione di opporsi anche a un’alleanza puramente elettorale con i 5S si spiegano, almeno in buona parte, proprio così. Il Pd considerava i 5S un partito comunque destinato alla fossa, con davanti solo la scelta tra il trasformarsi in forza vassalla del Nazareno oppure rischiare una corsa solitaria che ne avrebbe sancito l’irrilevanza e lo stato comatoso: un partito del 5 per cento destinato a perdere anche quel magro capitale nei prossimi anni se non mesi. I centristi, divisi e rissosi, visti come un pollaio affollato di galli l’un con l’altro incompatibili, non sembravano rappresentare un problema.

L’obiettivo di Letta non era vincere le elezioni ma arrivare da solo al 30 per cento, possibilmente affermandosi come primo partito, e arrivare così a una rarefazione del quadro politico nel quale, comparse a parte, ci sarebbe stato spazio solo per un centrodestra capitanato dalla postfascista, uno svettante nuovo Ulivo ad assoluta egemonia del Pd e forse, in mezzo, un modesto centro troppo gracile per camminare con le proprie gambe e condannato quindi ad allearsi, in posizione subalterna, con il Pd non potendo certo contaminarsi con “i sovranisti”. Pur con la vittoria di una destra destinata secondo le previsioni del Nazareno a implodere presto e durare poco, un quadro del genere sarebbe considerato da Letta un assoluto successo.

Fino all’ultimo tutto è sempre possibile ma che si realizzi questo disegno, dato per quasi certo appena due mesi fa dal Pd e tutt’altro che sgradito a Fratelli d’Italia, appare oggi quanto meno estremamente improbabile. Il M5S ha già dimostrato di non essere affatto un Movimento- cadavere. Se anche le profezie che anticipano un successo al di là di ogni aspettativa soprattutto nel Sud si dimostrassero fallaci, non sembra possibile che si verifichi il vaticinato crollo.

Il M5S di Conte sarà comunque una forza politica rilevante, forse più che rilevante, ormai saldamente ancorata alla sinistra e con la quale il Pd dovrà tornare a fare i conti. Ma lo stesso centro, il Terzo Polo, è riuscito miracolosamente e contro ogni previsione a formare una lista unitaria e gli basterà un risultato non catastrofico per proseguire nel suo cammino aspettando di ereditare una parte dei consensi moderati che ancora oggi vanno alla destra ma solo come ultima eredità dell’epoca già lontana di Silvio.

Tra i partiti-cespuglio, quelli inscindibili dalle coalizioni di cui fanno parte, i sondaggi e la sensazione generale sono bui. A destra quattro formazioni riunite difficilmente sfioreranno il 3 per cento e anche il 2 pare distante. A sinistra + Europa stenta a volare anche basso e il partito di Di Maio stapperà champagne a fiumi se varcherà l’ 1 per cento. Ha qualche chance di superare lo sbarramento la lista Si- Verdi, ma solo in virtù dell’alleanza puramente elettorale e opportunistica. In compenso appare realistico il varco della soglia da parte di Italexit, il partito di Paragone, impresa che pareva solo un paio di mesi fa impossibile.

Perché questa situazione non si verifichi sarebbe necessario un rovesciamento totale delle previsioni: è possibile però non facile. Se invece il quadro sarà questo, anche solo all’ingrosso, l’intero sistema della politica italiana verrà terremotato. Sarà la fine di un’epoca, quella segnata prima dal bipolarismo poi dalla nostalgia per quel modello e dai tentativi di salvarne l’essenza e se possibile restaurarlo in pieno. In sintesi, la Seconda Repubblica.

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