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Variabile Orban, quel vecchio trucco per demonizzare l’avversario

Orban premier Ungheria
Dopo l’accusa di simpatie neofasciste, ora su Giorgia Meloni (leader di Fratelli d'Italia) spunta l’ombra ungherese
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Come ha fatto Viktor Orbàn, premier dell’Ungheria, a diventare protagonista della campagna elettorale italiana? Certo, Giorgia Meloni e Matteo Salvini hanno dato una bella spinta con il loro a favore del reprobo ungherese in sede di Parlamento europeo ma neppure questo basta a giustificare l’invadenza del leader accusato di essere il campione numero uno della “democratura” o democrazia illiberale che dir si voglia.

Era già abbastanza stupefacente e poco consolante una campagna elettorale che girava essenzialmente intorno al nome di un premier tecnico uscente, non candidato e indisponibile a eventuali nuovi incarichi. Aggiungere un premier estero, come se il 25 settembre si fronteggiassero con elezioni diretta Draghi e Orbàn, rischia di portare la situazione oltre i confini del paradossale e non testimonia a favore di un gagliardo stato di salute della politica italiana. Ma il quesito resta: a cosa si allude quando si parla di Viktor Orbàn come se fosse parte in causa? Quali progetti, o desideri o persino chimere si intravedono dietro l’insistenza sull’ingombrante ungherese? In parte la sua funzione è suppletiva e sostitutiva.

Nel 2018 una poderosa campagna antifascista non priva di aspetti grotteschi, come l’equiparazione tra il ruspante Salvini e il gelido Hitler, aveva avuto un ruolo importante nel determinare il clima di scontro interno all’allora maggioranza gialloverde conclusosi con la sgangherata mossa del leader leghista dal Papeete. Quattro anni dopo, con alle spalle una legislatura da comica finale, è stato chiaro sin dagli albori di questa affrettata campagna elettorale che stavolta l’arma è spuntata. In parte proprio perché usata e abusata già quattro anni fa.

Accusare Giorgia Meloni di nostalgie in orbace e neofascismo travestito si è rivelato subito, sin dalla polemica sulla fiamma missina, irrilevante se non addirittura controproducente. Resterebbe Putin, l’indice puntato contro la quinta colonna di Mosca. Ma quello è un argomento che può essere accampato per colpire Salvini non una Meloni che ha dimostrato straordinario tempismo nel riscoprirsi iperatlantista sin dalla prima bomba russa piovuta sull’Ucraina. L’accusa di essere una specie di controfigura italiana di Orbàn mira a raggiungere lo stesso obiettivo dell’accusa di neofascismo senza però chiamare direttamente in causa la questione.

Le campagne elettorali, si sa, non sono pranzi di gala. Correttezza e misura non sono contemplate e dunque non si possono muovere troppe critiche a chi non disdegna di adoperare Orbàn come strumento di propaganda elettorale. Sarebbe però opportuno almeno chiedersi quanto strategie di comunicazione politica tutte centrate sulla revoca in dubbio della legittimità democratica dell’avversario siano produttive per i propri interessi e anche per la qualità della democrazia italiana.

L’evocazione del leader europeo della democrazia illiberale rinvia però anche a una più corposa e concreta faccenda. Parlare d’Orbàn vuol dire parlare d’Europa ma vuole anche dire parlare all’Europa. Vuol dire mettere in guardia dal rischio di un governo antieuropeo a Roma, mica a Budapest, non solo e forse non tanto gli elettori italiani quanto i governanti d’Europa. Qui la faccenda è più delicata perché, dati i precedenti, non si può del tutto escludere che sussista la speranza in un provvidenziale intervento “amico” per vanificare, complici le divisioni interne alla destra, l’esito delle elezioni. Sarebbe una speranza colpevole e ad altissimo rischio per l’Italia tutta, non solo per la destra.

È del tutto possibile che la visione di un’Europa delle nazioni che in tutta evidenza coltiva Giorgia Meloni entri in conflitto con quella almeno sulla carta opposta di Bruxelles. Esiste davvero il rischio che quel conflitto si traduca in un maggiore ed esiziale rigore della Ue e della Bce nei confronti di un governo considerato non più tanto amico. Ma si tratta appunto di rischi non di opportunità. Se ha un senso quella “responsabilità verso il Paese” che viene proclamata ogni ora nelle campagne elettorali sta proprio nel fare il possibile, da qualsiasi postazione, per evitare che quel rischio diventi una pericolosa realtà. Non nell’augurarselo in nome del vantaggio privato.

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