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Toghe al voto, ma il caso Palamara non ha insegnato nulla

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Domenica e lunedì l'elezione dei togati del Csm. «Ma la rigenerazione etica non c'è stata»
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Veleni e polemiche. E tanta «spazzatura sotto il tappeto», dice un’autorevole fonte della magistratura, che guarda dall’esterno la campagna per le elezioni dei componenti togati del prossimo Csm con un’unica certezza: «L’autorigenerazione morale tanto attesa non c’è stata. Anzi, forse abbiamo fatto anche dei passi indietro». A tre anni dal cosiddetto scandalo Palamara, domenica e lunedì i magistrati italiani saranno chiamati alle urne per mettere la parola fine al quadriennio più difficile della storia di Palazzo dei Marescialli. Con una nuova legge elettorale – che secondo i più finisce per favorire le correnti più forti e i loro giochi di potere – e il compito di rispondere all’appello del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella: ritrovare il prestigio e dire basta ai protagonismi.

Un appello caduto nel vuoto, secondo un ex consigliere Csm, a cui bastano un paio di esempi per chiarire il concetto: «Guardi le ultime nomine – sottolinea -, i gruppi principali hanno unito le forze e sul piano disciplinare ci sono state archiviazioni vergognose. Atteggiamenti tipici di un modo silente di lasciare le cose come stanno». Insomma, tutto cambia affinché nulla cambi. E una vera e propria discussione sui temi che avrebbero dovuto tenere banco in campagna elettorale non c’è stata: «I gruppi non hanno nessun interesse a confrontarsi: tutto quello che avrebbero potuto dire li avrebbe danneggiati», continua la toga. Ma ci sono due potenziali novità: i candidati sorteggiati del “Comitato Altra proposta”, tra i quali il «molto carismatico» Andrea Mirenda, e la variabile Henry John Woodcock, candidato indipendente ma molto visibile. «Mirenda è una forza della natura ed è temutissimo dai gruppi, il più temuto di tutti e quindi può portare avanti la critica al correntismo dall’interno – aggiunge -. E anche Woodcock ha delle possibilità e non è gradito all’establishment dei gruppi più importanti». La campagna elettorale è stata dunque sottotono, «perché più si parla e più i sorteggiati rischiano di andare avanti». Una situazione sulla cui base si può trarre una conclusione: la forza politica delle correnti tradizionali appare in crisi, come già dimostrato dal flop dello sciopero contro la riforma Cartabia, sulla quale in queste settimane di campagna elettorale le proteste sono state invisibili.

«Avrei gradito una campagna elettorale più forte, ad esempio rispetto a quello che si sente dire sui temi della giustizia dai candidati alle prossime elezioni politiche – commenta un ex procuratore -. Secondo me è necessario che il Csm abbia un ruolo forte e chi si candida dovrebbe essere esplicito. È come se fosse predominante solo la polemica interna tra correnti e non, come dovrebbe essere a mio avviso, la denuncia dei rischi che non vengono dalla riforma Cartabia ma alle prospettive future. Ho sentito molte affermazioni populiste: non mi pare una bella e nobile campagna».
Secondo gli osservatori più attenti, le correnti tradizionali non dormono sonni tranquilli rispetto ai candidati sorteggiati. «C’è attesa e ansia rispetto a questi candidati, perché sono stati coraggiosi e compatti. Si tratta del gruppo più numeroso, con due nomi per ogni collegio di merito e l’apparentamento con Mirenda – spiega un’altra fonte -. Questo scompagina e mette in difficoltà le corazzate correntizie». Ma il silenzio dipende da altro: la campagna elettorale non è visibile ma sotterranea, e i gruppi tradizionali, anziché confrontarsi pubblicamente con i nuovi candidati, vanno a caccia di voti a suon di telefonate, whatsapp, brindisi e aperitivi. «I gruppi bramano una loro conferma alla guida del Csm – spiega Andrea Reale, giudice per le indagini preliminari a Ragusa, membro del Comitato direttivo centrale dell’Anm ed esponente dei “ribelli” di Articolo 101 -. Questo perché la legge elettorale, anziché sconfiggere il correntismo, lo rafforza. Lo stesso governo, purtroppo, non ha voluto e non vuole questa rigenerazione etica, perché non conviene alla politica. Ma la critica va rivolta anche all’interno della magistratura: alle correnti questa rigenerazione non interessa e l’insistenza con la quale si sono presentate con le loro candidature è sintomo della volontà di non mollare le proprie posizioni di potere all’interno del Csm. L’unica possibilità per dare un segnale di rottura e cambiamento, nel quale noi speriamo, è votare i candidati sorteggiati».

La fortuna di questi candidati potrebbe venire dalle divisioni che si sono create, nel tempo, all’interno delle varie aree: quella progressista, dove si è consumato il divorzio tra Area e Md, e quella moderata, con il distacco dell’ala riconducibile a Cosimo Ferri da Magistratura Indipendente. Mentre Unicost, la corrente di cui era leader Luca Palamara, sarebbe tuttora indebolita dagli scandali che portano il nome del loro ex numero uno. In questo clima, «con la vecchia legge elettorale i sorteggiati avrebbero avuto qualche chance in più – aggiunge Reale -. Con quella attuale, la possibilità della rigenerazione etica è ancora più ridotta: per una sorta di eterogenesi dei fini, tuttavia, l’effetto sorpresa, legato ad un numero cospicuo di candidature indipendenti (compresi i sorteggiati ex lege e gli autoproclamati indipendenti), e le competizioni interne alle singole correnti potrebbero portare spifferi di aria nuova da opporre al tendenziale bipolarismo correntizio, con moderati e progressisti intenti ad occupare la maggior parte dei seggi».

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