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Era condannato all’ergastolo, un podcast fa riaprire il processo

Adnan Syed marciva in prigione da oltre 20 anni per l’omicidio della sua compagna. Il procuratore di Baltimora annulla la sentenza dopo aver ascoltato la trasmissione
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Adnan Syed aveva 17 anni quando fu condannato all’ergastolo per la morte della sua ex fidanzata, Hae Min Lee, il cui corpo fu trovato sepolto nei boschi nei dintorni di Baltimora nel 1999. Ora l’uomo dopo ben 20 anni di carcere potrà ottenere un nuovo processo.

Mercoledì scorso e stato annunciato che i pubblici ministeri federali stanno riesaminando la condanna per omicidio premeditato, rapimento, rapina e falsa dichiarazione. La decisione scaturisce non da una nuova indagine della polizia, la risoluzione dei cosiddetti cold case, ma dai nuovi elementi raccolti da un podcast di successo, prodotto dalla Serial, 12 episodi scaricati 175 milioni di volte dagli utenti. Il podcast ha suggerito prove che corroborano il racconto dell’accusato il quale ha sempre sostenuto l’esistenza di una testimone a suo discarico, Asia McClain, che ha parlato della presenza di Syed in una biblioteca al momento dell’omicidio.

Il procuratore di Baltimora Marilyn Mosby ha quindi affermato che una nuova indagine ora punta su altri due possibili sospetti. E ha chiesto al tribunale di respingere la condanna istruendo un nuovo procedimento giudiziario. Secondo il procuratore «dopo un’inchiesta durata quasi un anno che ha esaminato i fatti di questo caso, Syed merita un nuovo processo in cui sia adeguatamente rappresentato e possano essere presentate le ultime prove. Come amministratori del tribunale, siamo obbligati a mantenere la fiducia nell’integrità delle condanne e fare la nostra parte per correggere quando questo standard è stato compreso». E’ dunque la causa stessa ha nutrire ora i dubbi più forti. Entrambi i nuovi potenziali sospetti, infatti, sarebbero noti alla polizia già dal 1999, così come è emerso che uno dei due, dei quali non è stato rivelato il nome, avrebbe minacciato prima dell’assassinio di far sparire Lee.

All’epoca però i pm non informarono il team di difesa di Adnan circa le prove potenzialmente a discarico (come il fatto che l’auto del condannato fu trovata dietro la casa di uno dei nuovi sospetti), e ciò rappresentava una possibile violazione del processo. A tutto questo si aggiunge il fatto che già nel 2016 la giustizia aveva concesso all’accusato un nuovo processo sulla base di incongruenze che apparivano evidenti, una decisione controversa (con quattro giudici contro tre) che però fu ribaltata tre anni dopo dalla corte di appello di Baltimora che allo stesso tempo riconobbe una carenza del team legale della difesa. Gli avvocati annunciarono dunque un ricorso ai tribunali federali come poi e avvenuto.

Il nuovo legale di Syed, Erica Suter, ha dichiarato in un comunicato stampa che: «data la sbalorditiva mancanza di prove affidabili che coinvolgano il signor Syed, insieme a crescenti prove che indicano altri sospetti, questa ingiusta condanna non può reggere. Il signor Syed è grato che queste informazioni abbiano finalmente visto la luce del giorno e non vede l’ora che arrivi il suo giorno in tribunale.» Addirittura per l’ex procuratore federale Neama Rahmani, capo del West Coast Trial Lawyers, «non c’è quasi nessuna possibilità che Syed affronti un altro processo considerando da quanto tempo è in prigione e la crescente eventualità che sia innocente». Rimane il fatto che la vicenda processuale è stata modificata da un lavoro giornalistico e soprattutto da un podcast, e non è la prima volta.

In Australia nei primi anni 80, la casalinga di Sydney e madre di due figli Lynette Dawson improvvisamente scomparve. Ora 37 anni dopo gli investigatori potrebbero finalmente essere più vicini a scoprire la verità. Tutto grazie al lavoro audio del 2018 The Teacher’s Pet che ha esaminato il caso in modo dettagliato e ha scoperto nuove prove. Nello stesso anno, è stata la volta di un altro podcast statunitense, In the Dark, a sollevare domande su una condanna per omicidio. Curtis Flowers, afroamericano del Mississippi fu processato sei volte per lo stesso crimine dallo stesso procuratore bianco. Ne emerse un contesto di pregiudizi razziali e false testimonianze.

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