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«Io, avvocato, vi narro la mia Odissea con le compagnie di assicurazione»

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IL CASO | Il tema dell’equo compenso e del suo iter parlamentare si inserisce in questo periodo di elezioni e testa le reali intenzioni delle forze politiche
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Il tema dell’equo compenso e del suo iter parlamentare si inserisce, con l’importanza che merita, in questo periodo di campagna elettorale e testa le reali intenzioni delle forze politiche parlamentari, impegnate nelle piazze e nei talk show a parlare spesso di temi molto generici. L’equo compenso ha un impatto rilevante nell’attività quotidiana di tantissimi professionisti. Alcuni di loro, volgendo lo sguardo al passato, commentano con delusione i rapporti professionali intrattenuti con banche e compagnie di assicurazioni. Rapporti il più delle volte sbilanciati, in cui le società fanno la voce grossa e impostano la collaborazione con i legali sulla formula del “prendere o lasciare”.

Marco Avallone, avvocato del Foro di Nocera Inferiore, ha lavorato in passato con una importante compagnia di assicurazioni e racconta al Dubbio la sua esperienza. «Ho prestato la mia opera professionale – dice – in favore di una primaria compagnia di assicurazioni fin dall’ottobre 1998 in regime di convenzione. L’accordo iniziale prevedeva che rappresentassi in giudizio la compagnia ogniqualvolta me ne fosse stata fatta richiesta con l’obbligo di riferire immediatamente dell’esito delle udienze, di fare avere copia dei verbali di causa e degli eventuali documenti prodotti dalle controparti entro sette giorni dalla produzione degli stessi e di sollecitare la definizione dei giudizi in presenza di determinate condizioni.

L’accordo inziale prevedeva il pagamento degli onorari secondo il minimo tariffario e senza rimborso delle spese generali». Un lavoro, quello dell’avvocato Avallone, ben strutturato, se si pensa alle diverse fasi che lo caratterizzavano, ma che presentava un considerevole sbilanciamento in favore della società con la quale collaborava, con pretese sempre maggiori da parte di quest’ultima.

«All’attività giudiziale – prosegue il legale nocerino – si accompagnava quella stragiudiziale, senza compenso. Quando la compagnia mi affidava uno o più incarichi, negli anni migliori non avevo più di trenta o quaranta incarichi l’anno, mi dava anche dei sinistri che mi chiedeva di definire prima che l’attore iscrivesse la causa a ruolo alla cui definizione nulla avrei percepito. Il numero di sinistri definiti stragiudizialmente pesava moltissimo nelle loro valutazioni, forse più di quelli vinti in sede giudiziaria. Per alcuni giudizi chiedevano di essere molto duri anche in mancanza di idonea documentazione e questo spesso comportava rapporti difficili con i colleghi. Improvvisamente, poi, in periodo di riserve, certe posizioni per le quali ti eri tanto speso venivano definite con laute liquidazioni senza che alcun elemento lo giustificasse, mettendomi in cattiva luce col collega di turno».

Le cose iniziano a prendere una piega diversa – e penalizzante – per il professionista a seguito di un nuovo assetto societario del committente. La conseguenza? La voce sempre più grossa della compagnia assicurativa nella definizione dei dettagli della convenzione con il legale, costretto ad ingoiare il rospo di compensi fissi, ben al di sotto del valore dei contenziosi. «A seguito di una prima operazione di fusione tra compagnie – prosegue l’avvocato Marco Avallone -, fui invitato a sottoscrivere una nuova convenzione che prevedeva per le cause innanzi al Giudice di Pace il compenso fisso di 600 euro e di 1.100 euro per quelle di competenza del Tribunale o della Corte d’Appello, a prescindere dal loro valore. Così mi è capitato in un paio di occasioni di definire sinistri con liquidazioni milionarie e con onorari di decine di migliaia di euro e di ricevere il compenso lordo di 1.100 euro. Il contenzioso via via è calato».

I cambiamenti societari non hanno agevolato la collaborazione. Anzi. A questa situazione si è aggiunta la componente umana del management, poco attento a valorizzare un rapporto di collaborazione durato anni e a tener conto del lavoro sempre scrupoloso e corretto del legale. «La confusione, di fusione in fusione – commenta Avallone -, è aumentata. Nel corso del biennio 2014- 2015 la compagnia appronta nuove convenzioni per i fiduciari.

Non vengo convocato per la sottoscrizione. Alla mia richiesta di chiarimenti mi viene risposto che non si trattava di una revoca, ma, a causa del minore contenzioso, di andare per qualche tempo “in panchina” in attesa di tempi migliori. Infine, ho fatto causa e ho transatto a causa dei tempi biblici del Tribunale». Una scelta sofferta, ma fondamentale per mantenere alta l’autostima e non farsi fagocitare da certi metodi che considerano la professionalità un elemento accessorio di cui si può fare a meno.

Avallone evidenzia che la sua esperienza ha riguardato e riguarda tuttora tanti suoi colleghi. «Stiamo parlando – conclude – di una situazione molto diffusa. Altri soggetti, mi riferisco alle banche, tendono a far valere ancora di più il loro peso, senza tralasciare il carico di responsabilità che deve sopportare il legale in determinati contenziosi. La mancanza di tariffe ha dato un vero e proprio strapotere ai committenti forti. Viene sempre accampata la scusa della concorrenza, ma è, secondo me, un argomento poco credibile. Se vengono abbassate le tariffe, verranno trovati sempre molti altri professionisti disposti a lavorare. Basta vedere i casi di chi lavora con l’Agenzia delle Entrate Riscossione. È vero che in questi casi la quantità dei contenziosi è notevole, ma è pur vero che con interventi mirati potrebbero lavorare meno professionisti ma pagati molto meglio. Invece, si fanno altre scelte».

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