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Il buco nero del Cpr di Gradisca d’Isonzo: morto suicida un 28enne

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Ieri è arrivata la denuncia di Papa Francesco. «Oggi desidero esprimere la mia vicinanza, in modo speciale alle madri che hanno figli sofferenti, figli malati, figli emarginati e figli carcerati»
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Come già scritto su Il Dubbio, tra le 59 persone affidate allo Stato che si sono tolte la vita dall’inizio del 2022, c’è il 28enne pakistano che si è tolto la vita il 31 agosto presso il Centro di permanenza per il rimpatrio (Cpr) di Gradisca d’Isonzo (GO), appena un’ora dopo il suo arrivo nel centro. Sale così a cinque il numero di persone che hanno perso la vita all’interno della struttura da quando ha riaperto, nel 2019.

L’ennesima tragedia che ha portato le associazioni del territorio a invocare l’avvio di un’adeguata e approfondita indagine, mentre ieri è arrivata la denuncia di Papa Francesco al termine dell’Udienza generale in piazza San Pietro. «Purtroppo nelle carceri sono tante le persone che si tolgono la vita, a volte anche giovani – ha detto affidando a Maria tutte le mamme che soffrono -. Oggi desidero esprimere la mia vicinanza, in modo speciale alle madri che hanno figli sofferenti, figli malati, figli emarginati, figli carcerati. Una preghiera particolare per le mamme dei figli detenuti, perché non venga meno la speranza».

Non sono state fornite le generalità del giovane che, secondo quanto ricostruito, dopo aver effettuato la visita medica si sarebbe suicidato all’interno della camerata a cui era stato assegnato, dopo aver atteso che le persone con cui divideva quegli spazi fossero uscite per fumare una sigaretta. «Il Friuli-Venezia Giulia, la sua politica, le sue istituzioni e tutta la sua società, sembrano ormai assuefatte a quanto sistematicamente avviene nel Cpr di Gradisca d’Isonzo, da tempo noto per essere il più degradato e problematico d’Italia, al cui interno le persone vivono 24 ore su 24 nelle gabbie senza alcuna attività. E dove non entra quasi mai nessuno, né associazioni esterne alla gestione (il cui accesso è sistematicamente ostacolato), né esponenti politici, sociali e sindacali per effettuare monitoraggi indipendenti», hanno dichiarato il Centro Ernesto Balducci di Zugliano (UD), la comunità di San Martino al Campo di Trieste, l’Ics-Consorzio italiano solidarietà di Trieste, la rete Dasi Friuli- Venezia Giulia e la rete nazionale RiVolti ai Balcani, evidenziando come la morte del giovane cittadino pakistano sia solo l’ultima di un’allarmante sequenza.

Le associazioni impegnate nella tutela dei diritti dei migranti, denunciano che il Cpr di Gradisca è il buco nero del Friuli- Venezia Giulia. Ci tengono a precisare che a poco serve sostenere che la tragica scelta del giovane che si è suicidato all’ingresso nel centro è stata imprevedibile o che la brevità della permanenza non consente di legare il gesto alle condizioni della struttura. Sì, perché – proseguono nella denuncia – «poiché questa ennesima tragedia, anche per la sua dinamica, solleva, al pari delle molte altre morti che sono avvenute nel Cpr, interrogativi inquietanti sull’esistenza e il concreto funzionamento di questa “istituzione totale” sopravvissuta a ogni riforma ed evoluzione sociale e destinata a persone che vengono trattenute in condizioni di gran lunga peggiori di quelle carcerarie senza tuttavia che debbano espiare alcuna pena».

Le associazioni chiedono quindi «l’avvio di un’adeguata e approfondita indagine, anche in sede giudiziaria» che non riguardi solo questa tragedia «ma anche e soprattutto quanto quotidianamente accade all’interno di quel centro nel suo complesso e da troppo tempo e sulle ragioni di tanta sistemica situazione di violenza e degrado. Parimenti è necessario chiedersi se la prefettura di Gorizia, responsabile diretta della gestione del luogo, l’Azienda sanitaria locale, la questura di Gorizia, la Regione, ognuna per i propri ruoli e competenze, insieme a tutta la società regionale, intendano riflettere seriamente sullo stato in cui versa questo buco nero della nostra società».

La campagna LasciateCIEntrare ha ricevuto un video nel quale si sentono i migranti trattenuti al Cpr gridare: «È morto un ragazzo, assassini». Nel video si vede un lenzuolo prendere fuoco e la tensione è evidente. «Ci chiedono di dire – denuncia l’associazione – che si è ucciso dalla disperazione per quella scelta sulla sua vita. Ci dicono che era nella zona blu, dove tolgono i telefoni e dove vanno le persone appena entrate. I detenuti ci dicono che gli viene nascosto dagli operatori del centro il nome del ragazzo nonostante le loro richieste». Da dentro al Cpr «raccontano che molti, dopo le udienze con il Giudice di pace, si sentono male e altri hanno provato a impiccarsi, salvati poi dai compagni di stanza. Raccontano che in quei momenti si sta molto male e si perde la testa. Ci raccontano che è peggio di qualsiasi carcere e che nel cibo vengono messi psicofarmaci. Ci chiedono che parlamentari e giornalisti raccontino quello che succede realmente nei Cpr ed entrino».

L’ultima visita parlamentare era stata il 17 giugno scorso. La deputata Doriana Sarli e la senatrice Paola Nugnes, assieme ad una legale e un mediatore, hanno fatto una visita ispettiva di otto ore. «Questi Cpr sono dei centri di detenzione senza colpa che soffrono le pene dell’inferno, la situazione è gravissima, i diritti sono sospesi. È un buco nero!», hanno dichiarato all’uscita dal centro.

Attualmente sono dieci i Cpr attivi in Italia (Milano, Torino, Gradisca d’Isonzo, Roma, Palazzo San Gervasio, Macomer, Brindisi- Restinco, Bari- Palese, Trapani- Milo, Caltanissetta- Pian del Lago) censiti nello studio “Buchi neri” della Coalizione italiana libertà e diritti civili ( Cild) che calcola una capienza complessiva di 1.100 posti e un costo totale di gestione di 44 milioni di euro tra il 2018 e il 2021. Tra giugno 2019 e luglio 2021 sono sei i cittadini stranieri che hanno perso la vita mentre scontavano la detenzione amministrativa. Sono dei buchi neri anche per quanto riguarda l’accesso. In qualunque momento, senza alcuna autorizzazione, possono entrare membri del governo e parlamentari.

Altre figure con libertà di accesso sono il delegato in Italia dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Acnur) o suoi rappresentanti autorizzati e i Garanti dei diritti dei detenuti. Associazioni, giornalisti e personale della rappresentanza diplomatica o consolare del Paese d’origine del recluso possono entrare, invece, solo se autorizzati dalla prefettura. Nel rapporto sulle visite effettuate nei Cpr dal Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale una delle raccomandazioni è che «venga aumentata la permeabilità e l’osmosi dei centri rispetto ai territori, con la partecipazione anche di espressioni della società civile, per la realizzazione di attività anche di tipo formativo rivolte alle persone trattenute, per un significativo impiego del tempo trascorso in privazione della libertà personale».

Tra gli aspetti critici di carattere gestionale il Garante evidenzia infatti che «l’impermeabilità del Cpr verso l’esterno, a lungo andare, gioca un ruolo negativo rispetto alla vita stessa delle strutture e di chi le abita. L’auspicabile apertura a osservatori esterni non istituzionali – università, media e associazioni – sebbene percepita come “fonte di pericolo”, aumenterebbe il grado di visibilità esterna delle strutture e della loro gestione, abbassando al contempo la divaricazione tra posizioni spesso di tipo ideologico e antagonista».

Dalla lettura del rapporto della Coalizione Italiana Libertà e Diritti civili (Cild) emerge quanto queste realtà possano essere redditizie. Un modello di business che ricorda il mercato delle prigioni private negli Stati Uniti. Secondo le stime di Cild, «nell’ultimo triennio sono stati spesi 44 milioni di euro per sostenere una gestione privata della detenzione amministrativa che (…) non garantisce i diritti fondamentali dei trattenuti.

Una media giornaliera di spesa pari a 40.150 euro per detenere mediamente meno di 400 persone al giorno (dalle 192 persone presenti al 22 maggio 2020 alle 455 presenti al 20 novembre 2020) per poi constatare che soltanto nel 50% dei casi si realizza lo scopo della detenzione senza reato. La detenzione amministrativa è, infatti, una “filiera molto remunerativa” e la gestione privatizzata dei Centri (finanche per i servizi relativi alla salute) è uno dei nodi più controversi».

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