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Da Salvini a FdI, fioccano gli altolà al garantismo: l’era Cartabia va in soffitta

riforma Csm
I rischi sociali su energia e recessione spediscono nel cassetto la svolta politica sulla giustizia
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Mario Draghi ha detto che ce la faremo anche stavolta, chiunque si dovesse trovare al governo. Una frase benevola che può anche essere rovesciata: su chiunque si troverà a guidare l’Italia nel pieno di una congiuntura da incubo, si scaricheranno tensioni violentissime. Assioma difficile da confutare, che porta con sé alcuni corollari, uno sulla giustizia: già messa in difficoltà dal contesto, la coalizione che uscirà vincitrice dalle urne del 25 settembre eviterà accuratamente di procurarsi altri grattacapi con impennate sul diritto penale. E così la cosiddetta svolta garantista resterà sospesa nel vuoto, appuntata sul libro dei buoni propositi.

Eccesso di pessimismo? Il quadro generale non incoraggia, né incoraggiano i segnali lanciati dalle coalizioni, in particolare da Pd e centrodestra. I dem limitano al minimo indispensabile gli impegni sulla giustizia. Nel loro programma guardano per lo più alla difesa delle conquiste ottenute da Marta Cartabia. Il centrodestra offre un panorama altrettanto deludente. Ieri Matteo Salvini ha capovolto l’immagine del leader referendario con un comizio a Treviso che sa di abiura: «Mi permetto una breve correzione all’amico Nordio: reintrodurre l’immunità per i parlamentari non è la priorità né per la Lega, né per il Veneto, né per l’Italia». Scandito come se fosse una promessa di felicità. A pochi mesi dalla sfortunata battaglia per i quesiti sulla giustizia, il Capitano già liquida la proposta che romperebbe l’incantesimo di Mani pulite come se fosse un tabù.

Sempre ieri, sul Foglio, si è rivelata istruttiva l’intervista al responsabile Giustizia di Fratelli d’Italia Andrea Delmastro. Ha sì accennato alla «separazione delle carriere», che fra le innovazioni liberali in campo penale è la più facile da sbandierare, per i partiti, perché è fin troppo ardua da conseguire, vista l’ampiezza delle modifiche costituzionali che richiede. Poi però Delmastro si è soffermato soprattutto sulle misure alternative al carcere che, dice, «riteniamo erodano la certezza della pena». Siamo alle solite: per la destra legge e ordine l’unica sanzione è la galera, il resto è una presa in giro. L’esatto contrario di quanto Marta Cartabia ha cercato di far passare per un anno e mezzo. Dalle parti di Giorgia Meloni, Carlo Nordio è una vezzosa contraddizione: ha un programma perfetto sulla giustizia che però, per l’80 per cento, è sconfessato dal partito in cui si candida. Resta Forza Italia. Compagine politica schiettamente garantista. Ma persino Silvio Berlusconi, dopo le efficaci uscite su assoluzioni inappellabili e carriere separate, si è ritirato in buon ordine. E poi gli azzurri sanno di essere minoritari, all’interno della coalizione favorita per la premiership. Hanno candidato molte tra le figure chiave della giustizia in posizioni complicatissime, per giunta. È il caso di Pierantonio Zanettin, Fiammetta Modena, Franco Dal Mas. Francesco Paolo Sisto, sottosegretario uscente a vi Arenula, rischia di trovarsi a reggere da solo la fiaccola dei diritti nel partito teoricamente più garantista del Parlamento

.È una lettura assai vicina a quella che Enrico Costa propone nell’intervista pubblicata in questo numero del giornale. Il suo Terzo Polo, con Azione e Italia Viva, è l’unico credibile nel proprio garantismo, ma non è certo favorito per la conquista di Palazzo Chigi. E in un panorama del genere è come se l’era Cartabia svaporasse già in un pallido, nostalgico ricordo. Gli obiettivi centrati dalla guardasigilli, dalla presunzione d’innocenza alle tante positive innovazioni introdotte sia nel penale che dalla riforma del Csm, sono stati spesso oggetto di critica. Ma rischiamo di dover rimpiangere quest’ultimo anno e mezzo come una parentesi felice e difficilmente ripetibile. Rischiamo di doverci ricredere persino sulla controversa norma dell’improcedibilità, che ha comunque avuto il merito di disinnescare il blocca-prescrizione di Bonafede. La politica ripropone nella maggior parte dei casi il solito sguardo opportunista e calcolatore, a proposito di garanzie e riequilibrio fra i poteri. Nessuno o quasi si prende il rischio di compromettere il già precario consenso. Al di là di qualche timido segnale, lo spirito è questo, e ricorda tanto l’atteggiamento con cui il Pd allora guidato da Renzi, a inizio 2018, scelse di non emanare affatto la riforma penitenziaria di Orlando, nel timore di perderci voti. Ora i dem vorrebbero recuperarla, ma non è il caso di scommetterci.

Sempre nell’intervista al Foglio, Delmastro fa un accenno alla «prescrizione sostanziale», alla necessità di ripristinarla perché è un «diritto a tutela del cittadino». Ma tra le bollette fuori controllo, l’incubo dell’inflazione e una recessione senza luci in fondo al tunnel, è davvero immaginabile un governo Meloni che ha il coraggio di dire agli italiani «torna la vecchia prescrizione»? Sembra fantascienza. Al confronto, Cartabia resterà come un positivo incidente della storia, una parentesi aperta per caso in una politica giudiziaria sempre preoccupata di andarsi a nascondere.

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