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Gratteri vuole Napoli, la Procura che non lascia spazi mediatici

Il capo dei pm di Catanzaro, in corsa per l'ufficio partenopeo, troverebbe a Napoli una criminalità diversa dalla “intrusività” della ’ndrangheta
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Non sappiamo come potrà concludersi la prossima tra le sfide “di cartello” per la conquista di un incarico dirigenziale nella magistratura, vale a dire la corsa per la successione a Giovanni Melillo come procuratore di Napoli. Sappiamo però da un paio di giorni che sarà sicuramente della partita un nome pesantissimo del panorama inquirente italiano: Nicola Gratteri. È ufficiale infatti la sua domanda di partecipazione al “concorso” indetto dal Csm (formalmente, le competizioni fra toghe per i posti direttivi si chiamano così). Si è mosso per tempo, il pm fra i più mediatici e divisivi: il bando scade il 12 settembre e alcuni dei competitors dati fino a pochi giorni fa per sicuri partecipanti ancora non hanno formalizzato la loro candidatura. A cominciare dall’avversario più temibile che Gratteri rischia di incrociare, l’attuale procuratore di Bologna Giuseppe Amato.

Non sappiamo come finirà, e Gratteri non passa certo per essere uno amatissimo dalla nomenclatura togata. Dovrebbe occuparsene il nuovo Csm, che però rischia di insediarsi non prima del periodo natalizio. Ma intanto si può azzardare un’impressione: la Procura di Napoli potrebbe segnare una netta soluzione di continuità nel percorso professionale di Gratteri, sempre qualora fosse lui ad aggiudicarsela. Non solo e non tanto perché si tratta di un ufficio più “pesante” rispetto alla pur impegnativa Procura di Catanzaro che il pm attualmente dirige. Il punto è che Napoli non si presta alla mediaticità dei magistrati. Se n’è avuta dimostrazione proprio da Melillo, che ha interpretato il ruolo con grande misura e sobrietà, certamente per vocazione ma anche per la natura del contesto. Napoli, la criminalità partenopea, non assomigliano alla  ndrangheta, a quell’asserito sistema calabrese che sembra prestarsi, per vari motivi, a iniziative inquirenti anche spettacolari, come l’inchiesta sui presunti intrecci politico- malavitosi cosentini illustrata da Gratteri due giorni fa. Sotto il Vesuvio la criminalità organizzata è fatta sempre meno da grandi e radicate cupole e sempre più da bande giovani e fluide. Il che non favorisce la ricerca, oltre che la presenza, di grandi intrecci con il potere. A Napoli si tratta per lo più di malavita pura, di illegalità diffusa ma paradossalmente meno opaca, più ordinaria. Cioè, c’è tanto da lavorare e poco da far emergere sulla ribalta mediatica, molto meno di quanto sia avvenuto con le grandi famiglie camorriste fino ad alcuni anni fa. E c’è da lavorare tanto, spesso nell’ombra, proprio per quella composizione pulviscolare del crimine partenopeo, inafferrabile, instabile, diffusissima ma meno strutturata di quanto si possa dire per le ’ ndrine calabresi.

C’è da lavorare, per il procuratore di Napoli, anche perché nel palazzo del Centro Direzionale trova sede il più grande ufficio inquirente d’Italia: qualcosa come 112 pubblici ministeri. Un esercito. Certamente efficace e dotato di milizie coraggiose, ma non sempre semplicissimo da gestire: ne seppe qualcosa Agostino Cordova, contro il quale, una ventina d’anni fa, i sostituti partenopei organizzarono una rivolta fino a ottenere la cacciata del capo.

È il caso di ribadirlo: Gratteri è tra i favoriti ma non è un uomo solo al comando. Ci sono altri procuratori della Repubblica, fra gli sfidanti in arrivo, come il potentino Francesco Curcio e la stessa facente funzioni napoletana Rosa Volpe. Però appunto: nella fase che potrebbe essere la più prestigiosa della sua carriera, rischiamo di vedere un altro Gratteri. Chino sulle carte a lavorare, come ha sempre fatto, ma senza neppure più il tempo di criticare la legge sulla presunzione d’innocenza.

 

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