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Nourah Saeed al- Qahtani, il tweet critico del regime le costa 45 anni di carcere

Nourah Saeed al- Qahtani
Lei è un’insegnante universitaria e giornalista. L’ha condannata un tribunale speciale: «Mina l’ordine pubblico»
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Sono passate appena due settimane dalla condanna a 34 anni di prigione della giovane ricercatrice universitaria saudita Salma al- Shehab che aveva criticato, sul suo account twitter, la monarchia saudita. Era la più lunga pena detentiva mai inflitta per un reato di opinione. Fino a quando non è arrivata la notizia che un’altra donna, insegnante e giornalista dovrà scontare 45 anni dietro le sbarre.

Si chiama Nourah bint Saeed al- Qahtani, giudicata da un tribunale speciale antiterrorismo che l’ha accusata di aver usato Internet per «lacerare il tessuto sociale saudita» ma anche di minare l’ordine pubblico. Troppo simili i due casi per non pensare che in Arabia Saudita sia in corso un’escalation contro chiunque dissente.

In particolare le donne, specie se con un’istruzione e una posizione sociale rilevante. Saeed al- Qahtani è infatti un accademica che svolge il suo lavoro presso il College of Arts della King Saud University, a Riyadh. Qui insegna letteratura e critica moderna. Un particolare non secondario e che ricopre anche il ruolo di editore del quotidiano Al- Jazirah. Come la sua collega al- Shehab si è laureata in Gran Bretagna, all’università di Leeds. Anche le accuse accomunano le due donne così come l’uso dei social network che stanno diventando una spina nel fianco per il potere esercitato dal principe ereditario bin- Salman già coinvolto come presunto mandante dell’omicidio del giornalista Khashoggi. Twitter infatti, nonostante le pesanti limitazioni, è seguito da moltissimi sauditi.

L’account di al- Qahtani conta circa 6mila follower, non un numero enorme ma sufficiente a far scattare la mannaia della prigione. Attraverso i social è riuscita spesso non solo a parlare di ciò che insegna ma anche a discutere della situazione politica del suo paese. La notizia della condanna ha penetrato la cortina della censura grazie ai gruppi che difendono i diritti umani che si trovano all’estero. L’ong Dawn racconta di aver ricevuto documenti relativi alla vicenda da una fonte giudiziaria.

Secondo il direttore di Dawn, Abdullah Alaoudh, «nulla nelle pagine prodotte dal tribunale riguarda violenza o attività criminale ma le accuse contro di lei sono davvero tante. Stanno usando la legge antiterrorismo e la legge anti- criminalità informatica… che può criminalizzare qualsiasi pubblicazione critica nei confronti del governo».

Dawn teme che molti e molte altre sepolte nelle carceri saudite possano subire la stessa sorte di al- Qahtani. Una paura condivisa anche da un’altra organizzazione, ALQST che ha sede nel Regno Unito: «Stiamo assistendo a un allarmante deterioramento della situazione dei diritti umani in Arabia Saudita.» La situazione viene messa in relazione con l’ incontro del presidente Usa Joe Biden con il principe Mohammed, a Jeddah, il mese scorso, la Casa Bianca infatti aveva precedentemente promesso di rendere l’Arabia Saudita un paese sotto stretta sorveglianza per il suo non rispetto dei diritti umani. Cosa che però sembra aver sortito l’effetto opposto con un aumento della repressione.

Non passa giorno infatti che al di là delle condanne, non si venga a conoscenza di episodi gravi come quello che in questo momento ha costretto le autorità giudiziarie ad aprire un’inchiesta. Anche in questo caso è stata la rete a scoperchiare una storia di abusi verificatisi in un orfanotrofio, il Social Education House di Khamis Mushait. In un video pubblicato martedì scorso da un utente su twitter si vedono le forze di sicurezza fare irruzione nell’istituto e picchiare ragazze adolescenti.

Le immagini mostrano funzionari in borghese che trascinano una ragazza urlante per i capelli mentre un poliziotto la colpisce con una cintura. Le circostanze e il tempo degli avvenimenti non sono verificati ma sembra che la causa delle violenze sia stata una protesta contro la corruzione e l’ingiustizia inscenata dalle ragazze che reclamavano i loro diritti negati dalla direzione dell’orfanotrofio.

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