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Csm e Consulta “monocolore”: «Il rischio c’è…»

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Se la legge elettorale finisse per favorire gravi squilibri, la politica non potrebbe ignorare il problema
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Csm e Consulta “monocolore”. Con i sondaggi che attribuiscono al centrodestra due terzi dei seggi parlamentari, l’ipotesi che i due organi finiscano “in mano” alla coalizione composta da Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia è tutt’altro che peregrina. Uno scenario confermato ieri sulle colonne dell’Avvenire anche dal presidente emerito della Corte costituzionale, Giovanni Maria Flick, secondo cui in senso squisitamente tecnico la maggioranza dei tre quinti, sufficiente a nominare i membri laici del Consiglio superiore della magistratura e i giudici della Corte costituzionale, non ha alcun obbligo a trovare un accordo con le opposizioni.

«Ci potrebbe essere la tentazione di cambiare a fondo gli organismi non attraverso riforme costituzionali – ha dichiarato ad Avvenire -, impegnative dal punto di vista dei quorum e dei passaggi parlamentari, ma utilizzando la via breve di sostituire i componenti». Insomma, una sorta di revisione dall’interno, senza affrontare – almeno non subito – il più tortuoso percorso previsto dalla Costituzione per modificare la legge fondamentale dello Stato.Stando ai sondaggi, grazie al Rosatellum, il centrodestra potrebbe riuscire ad aggiudicarsi il 60% dei seggi, grazie al meccanismo che premia, nei collegi uninominali, i partiti che si sono coalizzati.

Il primo appuntamento, per le Camere, è quello con la nomina dei membri laici di Palazzo dei Marescialli, che dovrebbe avvenire ad ottobre, quando saranno invece già chiari i nomi dei membri togati, la cui elezione è prevista il 18 e il 19 settembre. I due rami del Parlamento dovranno dunque scegliere in seduta comune dieci componenti del Csm – tra docenti universitari e avvocati con almeno 15 anni di esercizio – a scrutinio segreto e con la maggioranza dei tre quinti dei componenti l’assemblea entro i primi tre scrutini, che dal terzo in poi diventa dei tre quinti dei votanti. Ma la questione si riproporrà anche con i cinque giudici costituzionali di nomina parlamentare, la prima delle quali avverrà nell’autunno del 2023, quando scadranno i nove anni di mandato di Silvana Sciarra.

Altri tre – Franco Modugno, Augusto Barbera e Giulio Prosperetti – verranno sostituiti invece a fine 2024. In questo caso, nei primi tre scrutini è necessario raggiungere i due terzi della maggioranza, dal quarto in poi dei tre quinti. Secondo Filippo Donati, membro laico dell’attuale Csm in quota M5S e Ordinario di Diritto costituzionale presso l’Università di Firenze, bisognerà vedere quali saranno i risultati delle elezioni. Però, aggiunge, in teoria c’è il rischio che una coalizione possa ottenere un numero di seggi sufficiente per nominare da sola i membri del Csm e della Corte costituzionale. Questo è permesso dalla Costituzione. I costituenti, però, avevano come riferimento un sistema elettorale proporzionale.

La richiesta di maggioranze qualificate per l’elezione del Capo dello Stato, dei giudici costituzionali e dei membri laici del Csm mira infatti a garantire, su materie di particolare rilevanza, scelte condivise tra maggioranza e opposizione. Se la legge elettorale finisse per consentire ad una coalizione di raggiungere da sola una maggioranza così forte da rendere non necessaria tale condivisione, si aprirebbe un problema che la politica non potrebbe ignorare.Più cauto il commento di un altro laico del Csm in quota Forza Italia, Alessio Lanzi, ordinario di diritto penale presso il Dipartimento di Scienze economico-aziendali e diritto per l’economia di Milano-Bicocca. «Il tema mi sembra scivoloso – dice al Dubbio -. Le maggioranze richieste sono espresse dalla Costituzione e dunque dipenderanno dai numeri oggettivi che si avranno in Parlamento. Ciò al netto degli accordi e delle convergenze politiche sempre possibili e, allo stato, imprevedibili».

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