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Torturato all’Asinara, ora lo Stato gli chiede il conto per il “soggiorno” in cella

Carmelo Musumeci
Chiesti a Carmelo Musumeci circa 14mila per il mantenimento in carcere, nonostante proprio per quel periodo gli siano stati riconosciuti 28mila euro di risarcimento ai quali ha rinunciato per la liberazione anticipata
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Oltre al danno, la beffa. Per lunghi periodi di detenzione gli è stato riconosciuto il trattamento disumano e degradante, compresi quelli riguardanti la reclusione presso il famigerato carcere dell’Asinara. Finito di scontare la pena, gli è arrivata la cartella esattoriale dove si ritrova costretto a pagare il mantenimento anche per quei periodi di tortura ricevuta. Parliamo dell’ex ergastolano ostativo e scrittore Carmelo Musumeci, noto per le sue battaglie per i diritti dei detenuti e per essere l’esempio vivente di come una persona può cambiare, tanto da essere un esempio per tutti coloro che sono aggrappati alla speranza.

Rinunciò al risarcimento per ottenere la liberazione anticipata

E pensare, che per ottenere la liberazione anticipata dovette rimuovere un ostacolo: ha dovuto rinunciare al risarcimento di 28mila euro che aveva ottenuto per le condizioni disumane e degradanti che ha subito negli anni 90 nel famigerato carcere dell’Asinara. Da una parte il ministero della Giustizia ti risarcisce, ma dall’altra si riprende i soldi. Però l’ha fatto ben volentieri pur di ottenere la libertà e dimostrare, con un comportamento concreto, il ravvedimento anche lasciando allo Stato i soldi che gli spettavano. Questo fino a poco tempo fa.

A Musumeci lo Stato chiede 14mila euro per il mantenimento in  carcere per quel periodo

Ora che è arrivato il conto da pagare per il mantenimento (più di 14 mila euro), oltre ad aver rinunciato ai soldi che gli spettavano, gli toccherà pure tirarli fuori di tasca sua. Lo Stato ci guadagna due volte: si riprende i soldi del risarcimento e ne vuole quasi altrettanto per il periodo di mantenimento, compreso quello dove subì la tortura. A Carmelo Musumeci toccherà pagare il mantenimento carcere per il periodo che ha subito atti inumani e degradanti dallo Stato. Per comprenderne l’assurdità può venire in aiuto questo passaggio della Cassazione del 2008: «I periodi di detenzione caratterizzati dalla accertata illegalità convenzionale del trattamento non possono fondare il diritto di credito dell’amministrazione, atteso che è proprio l’offerta trattamentale che è causa di danno». I giudici della Corte suprema sottolineano che «ostano a tale riconoscimento ragioni di carattere logico, in quanto le modalità trattamentali inumani o degradanti determinano una detenzione illegittima nel quomodo, tale che il primo rimedio apprestato dal legislatore alla detenzione in condizioni inumane è quello della riduzione di pena, e sistematico, non potendo la condotta contra legem comportare l’esistenza di un contestuale onere a carico del soggetto che quel danno ha subìto».

Musumeci non ha mai appartenuto alla criminalità organizzata

Ricordiamo che Musumeci non è un ex boss, non ha mai fatto parte di Cosa nostra, ma era a capo di una banda, un clan che era dedito alla bisca clandestina. Non ha mai negato di essere stato un criminale. Anzi, ha sempre ammesso di aver commesso crimini di sangue per guerra tra “clan”. «O sparavo io, oppure loro sparavano me», ha sempre raccontato. Il suo spirito ribelle, però, lo ha sempre portato fuori dall’appartenenza alla criminalità organizzata: non ha mai accettato una struttura verticistica dal quale prendere ordini o professare obbedienza. Ha commesso dei reati, anche gravi, ma paradossalmente è stato condannato all’ergastolo ostativo per un omicidio che lui dice di non aver mai commesso. Per questo ora si sta attivando per chiedere la revisione del processo. Parliamo dell’omicidio dell’imprenditore carrarese Alessio Gozzani avvenuto nel 1991. Fu il periodo nel quale, il mafioso colletto bianco Antonino Buscemi (personaggio che fu considerato uno dei massimi consiglieri di Totò Riina), aveva il controllo delle cave di Massa Carrara entrando in società con il gruppo Ferruzzi Gardini. Prendendo il controllo, Buscemi mandò a gestire le cave suo cognato Girolamo Cimino. Fu proprio quest’ultimo che ebbe un battibecco con Gozzani perché si oppose alla loro presenza. Dopo qualche giorno, quest’ultimo fu assassinato in autogrill. Su questo omicidio stava indagando l’allora procuratore Augusto Lama, colui che aveva condotto l’inchiesta sull’infiltrazione mafiosa nelle cave, ma fu travolto da provvedimenti disciplinari del Csm. Abbandonò l’indagine e da allora fa il giudice del lavoro.

Alcuni pentiti, tra i quali Angelo Siino, hanno scagionato Musumeci

Nel frattempo, però, per la giustizia il mandante dell’assassinio era senza se e senza ma Musumeci. E questo nonostante che in seguito cominciarono a collaborare taluni pentiti, Angelo Siino in primis, che hanno affermato il contrario, indirizzando i responsabili proprio verso i Buscemi. Quindi Musumeci avrebbe scontato l’ergastolo ostativo, alternato da lunghi periodi al 41 bis e trattamenti disumani accertati, per un reato che non avrebbe mai commesso. Ora si ritrova a dover pagare perfino il mantenimento per la tortura subita.

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