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Settant’anni di processo per un’eredità: «Una vita persa a cercare giustizia»

Dopo la tragedia di Varese dovremo aspettare ancora, per una riforma della magistratura?
La denuncia: «Ormai non ne vale più nemmeno la pena: per pagare tutte le spese non basterebbe l’intera proprietà di cui stiamo discutendo ormai da una vita»
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«Ormai non ne vale più nemmeno la pena: per pagare tutte le spese non basterebbe non solo la mia parte, ma l’intera proprietà di cui stiamo discutendo ormai da una vita». Se mai servisse un esempio concreto della lunghezza dei processi civili in Italia, la storia di Antonietta Caparra e suo marito Vincenzo Crea sarebbe da manuale. I due, infatti, da 70 anni combattono in tribunale per poter finalmente mettere le mani sull’eredità lasciata alla donna dal padre, Salvatore Caparra, deceduto nel 1952. Antonietta, ultima sopravvissuta di 10 figli, ha infatti dovuto affrontare il giudizio di divisione ereditaria prima contro i quattro fratelli e poi contro gli eredi, «detentori a non domino dell’intero compendio ereditario».

Il giudizio, dopo 18 sentenze intermedie di tutte le giurisdizioni a favore della donna, si è inceppato per ben 14 anni davanti alla Corte d’appello di Catanzaro, che solo nel 2019 si è pronunciata, di fatto confermando la divisione decisa dal Tribunale di Crotone in primo grado nel 2005. Ma il 21 ottobre 2021, la Corte di Cassazione ha deciso di rinviare tutto di nuovo davanti ai giudici del capoluogo calabrese, dove ora inizierà un nuovo giudizio d’appello. A 87 anni, dunque, Antonietta Caparra nei suoi terreni non ha potuto piantare nemmeno una piantina. Così nel 2018 ha deciso di presentare un esposto al Csm, chiedendo di fare chiarezza sul comportamento dei giudici che si sono occupati del caso, rei, secondo la donna e il marito, di aver perso colpevolmente tempo. Quell’esposto, racconta oggi al Dubbio Vincenzo Crea, ex avvocato, è però finito nel nulla. «Ci è stato detto di rivolgerci all’autorità ordinaria», ha evidenziato l’uomo, che per risolvere la questione dovrebbe, dunque, rivolgersi ancora una volta ai giudici. Antonietta e suo marito le hanno provate tutte: dalla protesta con il presidente del tribunale a quella col giudice istruttore, passando per un appello al ministro della Giustizia. E nel frattempo hanno continuato a spendere soldi, osservando quel patrimonio farsi via via più esiguo, da dividere per un numero sempre crescente di eredi.

«Abbiamo già speso centinaia di migliaia di euro tra avvocati, perizie e viaggi. Ne avremo fatti almeno 400 – avevano protestato -. E nonostante tutto non abbiamo mai potuto mettere mano alle risorse che stiamo reclamando. Eppure ci sono diverse perizie a nostro favore. Non vogliamo niente di più rispetto a quello che ci tocca, solo la nostra parte». Anche perché, dicono i due, i giudici hanno più volte ribadito il diritto di tutti i figli all’eredità, disponendo la consulenza tecnica per determinare a chi assegnare cosa. La quota della signora Antonietta, però, nel frattempo è passata da 160 a 16 ettari. «Alla morte di mio padre ero appena tredicenne e quindi alla mercé dei miei fratelli, patologicamente attaccati alla terra», aveva segnalato nel suo esposto al Csm. Il processo d’appello, iniziato nel 2005, per anni è stato scandito da udienze interlocutorie ed inutili, «riservando le stesse domande platealmente infondate e più volte rigettate». Fino ad una sentenza interlocutoria «fuori del diritto», affermano, avendo escluso dalla collazione 533 ettari. «Esclusione illegale, non solo sotto il profilo costituzionale, ma anche perché le donazioni sono state concesse con la clausola donativa come “anticipata quota sulla futura quota legittima”, chiaramente implicante la collazione, totalmente ignorata in sentenza, come se non esistesse, dando luogo ad una sentenza antigiuridica e inqualificabile che favorisce i donatari, abusivi detentori dell’intero compendio dal 1952», si leggeva nell’esposto.

Una situazione che, dopo 50 anni di contenzioso, ha depauperato le risorse economiche della famiglia. Nel 2019, finalmente, la Corte d’appello di Catanzaro ha deciso la restituzione dei beni in conformità del progetto di divisione precedentemente approvato. E in nome del giusto processo e del principio di ragionevole durata, i giudici avevano applicato quanto previsto dal decreto legislativo numero 154 del 2013, contenente la disciplina transitoria della riforma della filiazione di cui alla legge numero 219 del 2012. Secondo i giudici di appello, dunque, la parificazione compiuta da tale legge tra i figli nati al di fuori del matrimonio e quelli invece nati all’interno del matrimonio era applicabile alla causa in questione, risolvendo la controversia in base alla norma sopravvenuta e, quindi, confermando quanto deciso in primo grado, circa la necessità di tenere conto anche delle donazioni ai fini della collazione. Secondo la Cassazione, però, la sentenza d’appello sarebbe errata «nel momento in cui, sia pur facendo richiamo all’intervento dello ius superveniens, ha disapplicato indebitamente le decisioni prese in punto di collazione con la precedente sentenza, in quanto in tal modo, ancorché motivando con il riferimento all’art. 111 Cost., ha riconosciuto un diritto senza che però fosse stata validamente proposta la domanda, in quanto la riforma della decisione non definitiva doveva avvenire tramite la sua impugnazione».

Insomma, come in un eterno gioco dell’oca, i protagonisti della vicenda sono costretti a tornare indietro di una casella, ancora una volta. «Mia moglie ha 87 anni e diverse patologie: in questo modo verrà privata della legittima, perché bisognerà rifare il progetto di divisione – spiega Crea -, il che richiederà anni. E la prima udienza è già stata rinviata al 6 dicembre». Un vero e proprio calvario per i due, che avevano denunciato l’irragionevole durata del processo a Palazzo dei Marescialli. «L’eccessivo tempo trascorso è di per sé dimostrativo di gravi responsabilità – aveva sottolineato Caparra -. La magistratura rappresenta un baluardo di legalità a cui nessun magistrato deve discostarsi».

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