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Tabù giustizia: ne parla solo il centrodestra

Nordio giustizia
In campagna elettorale l’unica voce è quella dell’ex toga Carlo Nordio, tra i papabili per il dopo Cartabia. Ma il suo “eccessivo” garantismo potrebbe mettere in difficoltà Meloni
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Guai a parlarne. Almeno a sinistra, perché parlare di giustizia, a sinistra, significa sempre mettere a rischio qualche voto. Colpa di idee spesso confuse o nelle quali si crede poco, al punto – com’è accaduto con la riforma Orlando sulle carceri – da metterle subito da parte in vista del ritorno alle urne, con la promessa (disattesa) di riparlarne se e quando sarà. In un panorama come quello attuale, nel quale la destra viene data vincente anche nel caso in cui non partecipasse alle elezioni, il silenzio vale dunque oro.

Ciò nonostante la giustizia sia reduce da tre anni terribili, durante i quali la credibilità della magistratura è colata a picco, rendendo evidente la necessità di un intervento riformatore fin qui edulcorato dalla maggioranza larga del governo Draghi. Così, dopo il tentativo andato a vuoto dei referendum, che pure hanno avuto il merito di evidenziare l’urgenza di affrontare alcuni temi caldi della giustizia, a parlarne rimane chi, ormai certo di portare a casa la vittoria, non ha mai avuto paura di metterci la faccia. Succede, dunque, che l’argomento, almeno sui giornali, è diventato appannaggio della destra, che mentre litiga per la leadership dimostra di avere un’idea molto precisa, delineata della giustizia, sia dal punto di vista tecnico sia culturale.

La voce principale, in questa arida campagna elettorale, è quella di Carlo Nordio, ex procuratore aggiunto di Venezia, tra i più arguti censori dei comportamenti degli ex colleghi e tra le poche toghe di cultura liberale. Le sue idee non sono nuove: negli ultimi cinque anni, ovvero sin da quando ha appeso la toga al chiodo, non ha mai nascosto le proprie posizioni, rilanciando, tra le altre cose, l’idea di abolire il reato di abuso d’ufficio, considerato una zavorra per l’economia, l’urgenza della separazione delle carriere, della discrezionalità dell’azione penale e via dicendo. Il suo nome, piazzato in cima alla lista di un collegio uninominale del Veneto con Fratelli d’Italia, sembra essere destinato a sostituire quello di Marta Cartabia, almeno nei piani di Giorgia Meloni.

Un profilo certamente di peso, che però per l’aspirante prima donna a Palazzo Chigi potrebbe anche costituire un problema: troppo garantismo in casa Nordio, contrario, ad esempio, all’inasprimento delle pene, slogan carissimo ai meloniani, e che invece l’ex toga respinge proprio in nome di quella “certezza” invocata senza sosta dall’intero centrodestra. Non solo: Nordio è stato uno dei promotori degli sfortunati referendum del 12 giugno, per i quali ha sostenuto con forza tutti e cinque i quesiti garantisti. Una posizione diversa da quella di FdI, apertamente contraria all’abolizione della legge Severino e alla limitazione dello strumento della custodia cautelare. Il programma del centrodestra, nel complesso, punta alla revisione delle riforme Cartabia nonché su giusto processo e ragionevole durata, efficientamento delle procedure, stop ai processi mediatici e diritto alla buona fama. Più approfondito il programma della Lega, che menziona apertamente garantismo, certezza del diritto, terzietà del giudice e responsabilità civile del magistrato. Nessuno, dall’altra parte della barricata, sembra invece essere in grado di dimostrare la stessa loquacità di Nordio, la cui voce è “accompagnata”, sempre a destra, dalle pillole di Silvio Berlusconi, che ha rilanciato l’idea dell’inappellabilità delle assoluzioni.

Dalle parti dei dem, infatti, i big sono impegnati ad affrontare temi diversi, in particolare quelli legati all’economia. Le idee in tema di giustizia sono dunque da rintracciare “sulla carta”, in un programma che si pone tra le altre cose l’obiettivo di portare a compimento le riforme Cartabia, puntando su giustizia riparativa, depenalizzazione – dove necessario – e sul progetto di un’Alta Corte per i disciplinari dei magistrati e i contenziosi sulle nomine. Alza un po’ di più la voce – ma senza esagerare – il tandem Calenda-Renzi, che ha fatto proprie le proposte dei penalisti italiani, che prevedono, tra le altre cose, la separazione delle carriere, la presenza di avvocati e professori nei consigli giudiziari, la riduzione di fuori ruolo, una riforma della custodia cautelare anti-abusi, il ripristino della prescrizione sostanziale, più spazio ai riti alternativi e lo stop ai processi mediatici.

Un vero e proprio programma garantista, che si contrappone a quello dei 5 Stelle, che hanno schierato anche l’ex procuratore nazionale Federico Cafiero de Raho e l’ex procuratore generale di Palermo Roberto Scarpinato per ribadire le parole d’ordine legalità e diritti, con il completamento della riforma sull’ergastolo ostativo e un progressivo ritorno alla legge Bonafede. Della quale si sentiva proprio la mancanza…

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