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Rivolte, a Ferrara gestione virtuosa: ecco perché non va toccata la figura del direttore

Dalla relazione della commissione del Dap, presieduta dall’ex magistrato Sergio Lari, emerge che la direttrice Nicoletta Toscani l’8 marzo 2020 è riuscita a evitare il peggio. Un merito riconosciuto anche dalla procura
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Nella maggior parte delle carceri dove ci sono state le dure rivolte di marzo 2020, come oramai è noto si sono verificati episodi gravi, denunce di pestaggi a opera degli agenti di polizia penitenziaria, decessi di detenuti, come il caso del carcere di Modena, e anche contusioni – alcune gravi – che hanno coinvolto diversi operatori a causa dell’aggressione da parte di alcuni rivoltosi. Dalla relazione della commissione del Dap presieduta dall’ex magistrato Sergio Lari emerge però che, laddove c’è stata una gestione accurata e basata sulla mediazione, non si è verificato nulla di tutto ciò. Nessuna segnalazione di pestaggi, nessun agente gravemente contuso. Tutto è rientrato senza conseguenze. Ed è l’esempio di gestione virtuosa delle rivolte avvenute al carcere di Ferrara diretto dalla dottoressa Nicoletta Toscani.

Determinante l’intervento della direttrice Toscani e del Comandante

Ripercorriamo l’evento. I disordini presso la casa circondariale di Ferrara sono iniziati poco prima delle ore 19 del giorno 8 marzo 2020 presso la seconda sezione allorché i detenuti hanno mandato in frantumi le finestre del corridoio danneggiando le suppellettili delle camere detentive all’interno delle sezioni. La sommossa è esplosa nonostante, intorno alle ore 17, la direttrice Toscani e il Comandante di reparto avessero incontrato una delegazione di detenuti per ogni sezione per tentare di tranquillizzarli, anche perché era diventata ufficiale la sospensione dei colloqui. Dopo lunga mediazione hanno consegnato alla direttrice le armi rudimentali, di cui si erano dotati. Alle ore 21,15 la situazione è tornata alla normalità, senza che sia stato necessario l’uso della forza.

Sempre dalla relazione del Dap, si apprende che il giorno successivo però, intorno alle ore 12, la protesta è esplosa più violentemente nella terza e nella sesta sezione, dove i detenuti, dopo essersi rifiutati di rientrare nelle stanze all’orario previsto hanno cominciato a devastare le sezioni, incendiando anche cuscini e materassi. Dopo la mediazione delle varie autorità intervenute sul posto, la protesta è definitivamente cessata intorno alle ore 17. Il risultato? Nessuno ha riportato lesioni, né i detenuti, né il personale, a eccezione di un operatore di Polizia penitenziaria che è stato refertato per lesioni lievissime.

La procura di Ferrara ha riconosciuto il merito della gestione della rivolta

A dare il merito alla direzione del carcere di esempio virtuoso ci ha pensato la procura di Ferrara stessa. Il 6 luglio 2021 ha redatto l’avviso di conclusione delle indagini preliminari nei confronti di trentotto detenuti per i reati di resistenza a pubblici ufficiali, danneggiamenti e incendio doloso. È risultato che i detenuti hanno danneggiato il sistema di videosorveglianza, i vetri delle finestre del corridoio e della socialità, le plafoniere e gli arredi provocando danni stimati di 14 mila euro. Dalle dichiarazioni rese e dagli altri elementi raccolti è emerso come tutto il personale ha agito nella perfetta legalità, mantenendo l’autocontrollo pur essendo destinatario di continue provocazioni. Il dialogo e la mediazione sono state le uniche strategie utilizzate per risolvere le criticità e non è stato necessario l’uso della forza fisica. Il comportamento professionale del personale di Polizia è stato evidenziato anche dai sanitari, presenti in entrambe le giornate. Il Garante regionale ha riferito di non aver avuto segnalazioni, né in occasione della rivolta, né successivamente, di violenze consumate dal personale in danno di detenuti ristretti nell’istituto ferrarese.

Il magistrato di Sorveglianza ha riconosciuto che “nelle due giornate in cui si sono consumati i disordini, con effetti meno gravi degli altri istituti, la situazione è stata gestita con molta professionalità sia da parte della Direzione che della Polizia penitenziaria, anche con un’opera di mediazione che ha consentito di far rientrare la protesta in tempi brevi” e poi ha aggiunto di non aver ricevuto “alcuna notizia né direttamente, né indirettamente di comportamenti scorretti da parte del personale di Polizia penitenziaria».

Anche nel carcere di Ferrara le rivolte sono state spontanee

Anche in questo carcere, così come il resto degli istituti dove sono state inscenate le rivolte, dagli elementi raccolti durante l’attività ispettiva della commissione del Dap è emerso che entrambi gli episodi dell’8 e del 9 marzo 2020 sono nati spontaneamente e che non vi è stata una regia da parte della criminalità organizzata né una concertazione con gli autori delle rivolte negli altri istituti. La relazione evidenza che gli autori della rivolta erano tutti appartenenti al circuito “media sicurezza”, in parte extracomunitari e tossicodipendenti, di giovane età. Anche in questo caso la relazione osserva che le origini della rivolta possono essere ricondotte a una concomitante combinazione dei seguenti fattori: la paura del contagio alimentata dal sovraffollamento presente in istituto dove erano presenti 371 detenuti su una capienza di 244 posti; la richiesta di provvedimenti di clemenza; l’emulazione rispetto a quanto stava accadendo negli altri istituti, in particolare a Modena; la sospensione dei colloqui in presenza con i familiari e la conseguente difficoltà di coltivare i rapporti con gli stessi. La relazione ribadisce che al carcere di Ferrara gli operatori penitenziari hanno agito con grande professionalità e nella perfetta legalità, mantenendo l’autocontrollo pur essendo destinatari di continue provocazioni. Inoltre, come già detto, non risultano notizie di violenze perpetrate dal personale di Polizia penitenziaria nei confronti dei detenuti né nell’immediatezza dei fatti, né in momenti successivi.

Ribadita l’importanza del ruolo direttivo da non “militarizzare”

Il caso del carcere di Ferrara, è importante. Serve per aggiungere una riflessione in più. Le pratiche di buona gestione degli eventi critici aiuta a comprendere quanto sia importante la professionalità degli agenti e dirigenti. E dovrebbe essere da monito per chi vorrebbe “militarizzare” le carceri italiane. Un tentativo che ci fu nel 2019 durante il governo legastellato, ovvero quello volto a destituire il primato gerarchico del direttore. Tale proposta è volta ad eliminare il rapporto di dipendenza gerarchica tra comandanti di reparto e direttori degli istituti penitenziari; sottrarre al direttore il potere disciplinare nei confronti del personale di polizia penitenziaria attribuendolo al comandante di reparto; escludere i dirigenti penitenziari dalla selezione del personale e dai consigli di disciplina del personale; attribuire al comandante di reparto la competenza relativa ad assegnazione, consegna e impiego dell’armamento individuale e di reparto. Tutto ciò significherebbe, con tutta evidenza, modificare la sostanza del carcere e della sua essenza ordinamentale.S

ignifica – di fatto – svilire, fino a esaurirlo, il ruolo fondamentale assegnato ai direttori di garanzia della legalità negli istituti di pena. Anche a seguito delle rivolte, da più fronti si era rinvigorita l’idea di un processo di militarizzazione che assegna ai direttori – già numericamente inidonei a coprire le necessità di organico degli istituti di pena – una funzione via via residuale che sembra mirare a cancellarne il ruolo e le prerogative. L’esempio del carcere di Ferrara, invece, è utile proprio per ribadire la centralità del direttore. Magari, e questo è evidente, bisogna puntare a renderli sempre più professionali. E magari premiare loro e il personale penitenziario, per le buone pratiche di gestione degli eventi critici.

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