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Inverno al gelo, lo spettro che i partiti cercano di esorcizzare

Le forze politiche glissano sulle urgenze immediate, cioè su tutto quello che riguarda la vita e le angosce degli elettori qui e ora. A partire dal gas
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Alla fine, un po’ perché la sfilata al meeting di Rimini lasciava poca scelta e molto perché la corsa del prezzo del gas non ne lascia alcuna, la realtà ha fatto capolino nella campagna elettorale. Ma si tratta, per ora, solo di una fugace apparizione finalizzata peraltro alla campagna elettorale stessa. Calenda ne chiede la sospensione per fronteggiare, tutti insieme a sostegno di un resuscitato governo Draghi, l’emergenza. Sa perfettamente che in concreto si tratta di un’ipotesi fuori dalla realtà, utile come argomento da comizio, priva di ogni incisività per chi con l’impennata dei prezzi deve fare i conti e non riesce a farli quadrare. Enrico Letta invoca l’introduzione del Price Cap, il tetto al prezzo del gas, da soli, nella probabile eventualità che la Ue non trovi un accordo in merito. Figurarsi se non sa che la situazione dell’Italia è molto diversa da quella dei paesi iberici che hanno effettivamente introdotto il tetto da soli, con il permesso della Commissione europea. Letta è consapevole di quanto irrisoria fosse la dipendenza di Spagna e Portogallo dal gas russo anche prima della guerra e di quanto irrilevante sia l’interconnessione tra la distribuzione di energia elettrica tra quei Paesi e il resto d’Europa, all’opposto del caso italiano. Lancia la proposta prevedendo che in ottobre non sarà lui il premier e non dovrà dunque dar seguito concreto a una suggestione in compenso spendibile oggi a fini elettorali.Però, fatti salvi questi pallidi barlumi, la campagna elettorale si sta sin qui combattendo in una specie di finzione collettiva da tutti avvalorata: quella di essere ancora nel 2018. Identici i toni, uguali le proposte e le polemiche: Flat Tax, immigrazione, presidenzialismo, diritti civili. In linea di massima non c’è comizio o passaggio televisivo che non avrebbe potuto essere identico anche quattro anni fa. Solo che da allora è cambiato tutto. C’è stato il Covid, c’è la guerra, ci sarà una crisi energetica ed economica di portata al momento difficilmente valutabile.Parlare di valori, assetti istituzionali, programmi a medio o lungo termine, sia chiaro, è giusto ed è necessario. Purché quegli argomenti non siano adoperati, come invece capita, per glissare sulle urgenze immediate, cioè su tutto quello che riguarda la vita e le angosce degli elettori qui e ora. Dunque la guerra, l’obbligo di fronteggiare la crisi energetica, la necessità di garantire sopravvivenza a famiglie e aziende non nei prossimi anni ma nei prossimi mesi. Non è un caso che la parola che echeggia ovunque in Europa, «razionamento», in Italia sia stata messa al bando. A fini elettorali è decisamente controindicata.Il risultato, però, è paradossale. Le elezioni del 25 settembre sono forse le più drammatiche nella storia repubblicana, o almeno negli ultimi decenni, per motivi sia interni che esterni. Si svolgono in quadro mondiale squassato, con una guerra finanziaria che vede l’Italia direttamente coinvolta in corso, sulla soglia di una fase nella quale le conseguenze della guerra stessa peseranno sulla vita di tutti. Ma si svolgono anche dopo che una legislatura fuori di ogni controllo ha messo impietosamente in luce le dimensioni irreversibili raggiunte dalla crisi di sistema. Ci si aspetterebbe dunque una campagna intensa e incandescente, combattuta a livelli da 1948 o 1953 ma anche densa di contenuti non solo propagandistici. Al contrario assistiamo a una campagna elettorale esangue in tutto è prevedibile e quasi burocratico: ogni frase, ogni proposta, ogni polemica. Lo smarrimento degli elettori è palese: forse mai prima gli italiani erano andati alle urne tanto svogliatamente, delusi in partenza dalle offerte politiche, moltissimi senza sapere sino all’ultimo cosa faranno, comunque del tutto disinteressati a programmi e slogan.Arrivare a un appuntamento di tale importanza in una condizione diffusa simile è quanto di peggio possa capitare. Può essere che la realtà si incarichi di costringere i leader politici a misurarsi con la realtà dei loro elettori rivitalizzando così la campagna più spenta. Ma se sarà per loro, i leader preferiranno combattere la guerra di ieri per non doversi esporre troppo su quelle di oggi.

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