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“Telefonate libere per i detenuti: così si ferma l’ecatombe dei suicidi in cella”

Dopo la relazione del Dap sulle rivolte in carcere, Antigone rilancia la proposta per aumentare le chiamate. Sono 54 le persone che si sono tolte la vita, mentre Rita Bernardini da giorni ha ripreso lo sciopero della fame
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La chiusura totale al mondo esterno durante l’emergenza pandemia, è stata una delle micce che ha dato il via alle rivolte. Una chiusura che ha, di fatto, aggravato ciò che era già persistente: il rapporto rarefatto dei detenuti con i propri affetti. La legge sull’affettività, mai più varata, non riguarda soltanto la sfera sessuale (possibilità che esiste in quasi tutti i paesi europei), ma è volta anche a incrementare i colloqui visivi e telefonici con i propri familiari. Questa mancanza isola ancor di più il detenuto e incrementa la frequenza dei suicidi, giunti quest’anno già a 54 persone che si sono tolti la vita, l’ultimo a Foggia.

L’associazione Antigone, partendo dalla relazione della commissione ispettiva del Dap in merito alla genesi delle rivolte e conseguenze, rilancia la proposta di liberalizzare le telefonate a disposizione dei detenuti. Come già detto, ad innescare le proteste nelle carceri non fu una cabina di regia criminale. Il motivo va invece ricercato nell’insoddisfazione della popolazione detenuta per la poco dignitosa qualità della vita penitenziaria e, soprattutto, nella sospensione dei colloqui in presenza con i familiari. A scriverlo, ricordiamo ancora una volta, è la Commissione ispettiva del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap), presieduta dall’ex procuratore Sergio Lari, nella relazione finale sulle rivolte nelle carceri avvenuta nel marzo del 2020.

La richiesta fatta da Antigone di consentire chiamate oltre i 10 minuti a settimana fu accolta

Già in quei giorni di marzo l’associazione Antigone aveva capito che quelle chiusure sarebbero state un aggravio enorme per chi, già normalmente, ha rapporti rarefatti con i propri affetti. Tanti erano i detenuti e i familiari che si rivolgevano all’associazione in un misto di paura, preoccupazione, ansia, dovuto a quanto stava accadendo con il diffondersi del Covid-19, di cui inizialmente sapevamo tutti molto poco e per il quale tutti avevamo negli occhi le immagini terribili di ospedali al collasso e delle ambulanze che sfrecciavano nelle città deserte. Per questo, da subito, Antigone aveva chiesto al Dap di dotare i detenuti di telefoni e tablet, consentendo videochiamare ai familiari, ben oltre i 10 minuti alla settimana previsti dal regolamento penitenziario. Quella richiesta fu accolta e in pochi giorni oltre 1.000 telefoni e tablet arrivarono nelle carceri, superando anni di ostruzionismo su questo tema. Oggi Antigone sta chiedendo la stessa cosa come strumento per prevenire i suicidi. L’associazione osserva che l’esito della relazione della Commissione del Dap dovrebbe farci capire quanto l’affettività, il poter sentire e vedere i propri familiari, sia importante per chi è detenuto. Anche, appunto, nel prevenire qualsiasi intenzione suicidaria. Per questo Antigone chiede di liberalizzare, al più presto, il numero di telefonate a disposizione dei detenuti.

La liberalizzazione delle telefonate è tra le proposte della commissione Ruotolo voluta dalla ministra Cartabia

E pensare che la liberalizzazione delle telefonate rientra anche tra le proposte della commissione presieduta da Marco Ruotolo (ordinario di Diritto costituzionale nell’Università Roma Tre) voluta dalla ministra della Giustizia, Marta Cartabia. Da gennaio, la relazione, era già sul tavolo, ma oramai sembra tutto vanificato. Tra le linee guida c’è appunto la “liberalizzazione” delle telefonate per i detenuti appartenenti al circuito di media sicurezza qualora non vi siano «particolari esigenze cautelari, per ragioni processuali o legate alla pericolosità». In particolare, la proposta prevede la possibilità di acquistare al sopravvitto apparecchi mobili «configurati in maniera idonea e funzionale con le dovute precauzioni operative (senza scheda e con la possibilità di chiamare solo i numeri autorizzati) per evitare qualsiasi forma di utilizzo indebito».

Per cui il detenuto sarebbe libero di utilizzare l’apparecchio nei tempi e con le modalità indicate dall’Amministrazione (es. solo nella camera di pernottamento). «Ciò – si legge nella Relazione depositata oramai quasi otto mesi fa – consentirebbe di alleggerire il sistema con evidenti benefici per coloro (e non sono pochi) che, non avendo disponibilità economiche, potrebbero chiamare gratuitamente avvalendosi delle video-chiamate con Skype o simili applicazioni, come già sta avvenendo». E risolvere anche l’annoso problema, legato alle difficoltà di verifica dell’intestazione dell’utenza telefonica, soprattutto per i detenuti stranieri. Le video chiamate potranno essere effettuate con i cellulari di recente acquistati dall’Amministrazione (3.200) o nelle sale attrezzate e video sorvegliate, già predisposte in diversi istituti, secondo le esigenze organizzative interne di ciascuno di questi.

Rita Bernardini è in sciopero della fame dal 16 agosto e con lei parenti di reclusi e le detenute delle Vallette di Torino

Il trend del numero dei suicidi è fortemente in crescita. Le telefonate possono salvare la vita, ma non basta. Sono anni che le istituzioni non riescono a dare risposte necessarie a far rientrare nella legalità costituzionale l’esecuzione penale. Ed è ciò che ora richiede con forza ancora una volta Rita Bernardini come presidente di Nessuno Tocchi Caino. Dalla mezzanotte del 16 agosto scorso ha ripreso lo sciopero della fame. Subito si sono uniti, attraverso una staffetta, diverse persone, soprattutto mogli, compagne e figlie dei detenuti. Si sono aggiunte anche le detenute del carcere di Torino. All’iniziativa nonviolenta aderisce l’associazione Marco Pannella. Ha annunciato di aver aderito nella forma dello sciopero della fame a staffetta che coinvolge sedici attivisti e militanti Radicali. Questa adesione segue, appunto, l’esempio delle ragazze del femminile del carcere delle Vallette di Torino comunicata a Rita Bernardini durante la visita di Nessuno tocchi Caino del 19 agosto scorso.

Lo sciopero della fame è a sostegno delle volontà manifestate dalla ministra della Giustizia Marta Cartabia e del Capo del Dap Carlo Renoldi affinché si proceda per l’immediato a ridurre la popolazione detenuta in forte sovraffollamento, con misure come la liberazione anticipata speciale. L’associazione Marco Pannella, per quel che riguarda la vita in carcere, sottolinea che l’iniziativa nonviolenta è a sostegno della volontà di far aumentare i contatti dei detenuti con i familiari attraverso un maggior numero di telefonate e di video chiamate e con la concessione dei trasferimenti richiesti dai detenuti per avvicinamento alla famiglia e per motivi di studio e di lavoro. Altri obiettivi più a lungo termine sono rivolti a tutte le forze politiche impegnate nella campagna elettorale affinché l’esecuzione penale e la riforma della giustizia siano nel concreto aderente ai principi della Costituzione italiana e della Convenzione europea.

Anche il Coordinamento del carcere Due Palazzi di Padova aderisce all’appello “Una telefonata ti può salvare la vita” di don Riboldi

Anche il Coordinamento Carcere Due Palazzi di Padova – attraverso il sito di Ristretti Orizzonti – esprime profonda preoccupazione per la situazione delle carceri italiane. Ha annunciato che aderisce all’appello “Una telefonata ti può salvare la vita” rivolto da don David Maria Riboldi, cappellano del carcere di Busto Arsizio, alla ministra Cartabia e al Capo del Dap Carlo Renoldi affinché sia concesso il telefono nelle celle, come già avviene in altri paesi dell’Europa. Il coordinamento ha osservato di aver registrato tra i detenuti anche una profonda delusione per la mancata approvazione della liberazione anticipata come “compensazione” per la doppia sofferenza vissuta durante la pandemia.

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