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Fuga dalle sfide dirette: i leader preferiscono non metterci la faccia

Solo Meloni, Berlusconi e Calenda hanno scelto di candidarsi nei collegi uninominali e testare la loro popolarità. Letta, Salvini, Conte e Renzi scelgono i plurinominali
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Per i leader politici correre nei collegi uninominali implica sempre un margine di incertezza, anche quando il collegio è blindatissimo e la vittoria certa. Può capitare però di prendere meno voti del previsto, di ambire al plebiscito e ritrovarsi semplici vincitori e persino quando si parte in svantaggio, caso raro ma possibile tra i leader delle forze minori, si può finire per perdere peggio del previsto.

Giocarsela solo nel proporzionale è tutt’altro paio di maniche: lì a battersi è la lista, della quale il leader è testimonial mentre nell’uninominale la valenza della battaglia personale è molto più rilevante. È anche, ma non solo, in base a questa considerazione che molti e forse troppi leader hanno scelto di dribblare, il prossimo 25 settembre, il responso diretto dei loro elettori. È probabilmente il caso di Enrico Letta, il più eclatante tra quelli dei capipartito che diserteranno l’uninominale. Il segretario del Pd brillerà nelle liste proporzionali in Lombardia e Veneto ma di sfidare la sorte nel suo collegio, quello di Siena, non se l’è sentita. Tra le regioni rosse la Toscana è oggi quella meno sicura. La posizione del segretario è molto delicata e nessuno lo sa meglio di lui. Una sconfitta ne avrebbe segnato la sorte, un risultato anemico lo avrebbe indebolito. Perché rischiare?

Le considerazioni che hanno mosso Matteo Salvini, altro grande assente nella sfida dei collegi, sono probabilmente diverse. Per lui piazzarsi in un collegio sicurissimo sarebbe stato facile. A patto però di scegliere un collegio del Nord. Il leader della Lega però ha in mente uno schema opposto, non ha rinunciato al sogno, o forse al miraggio, di sfondare nel Sud. Guida le liste in Puglia, Calabria e Basilicata, anche se per sicurezza figura in testa anche a Milano. Se si fosse presentato in un collegio al Nord, però, l’onnipresenza nelle regioni meridionali sarebbe stata vanificata, il leghista sarebbe stato immediatamente collegato al suo nordico collegio. Quanto al correre l’alea in un collegio delle regioni dove si candida nel plurinominale, quello sarebbe stato davvero un azzardo assoluto: perché c’è ben poco da far di conto sull’affezione dell’elettorato meridionale per un leader che fino a non molto tempo fa per il Sud palesava solo disprezzo.

A sorpresa evita la prova del voto diretto anche Giuseppe Conte, proprio lui che fonda la leadership nei 5S e ripone parte delle sue speranze precisamente nella popolarità personale! Ma per chi si presenta senza una coalizione dietro i collegi sono sempre una roulette russa, le probabilità di sconfitta, magari con onore, sono altissime e l’avvocato, uomo notoriamente prudente, non vede perché dovrebbe mostrarsi tanto temerario. Tanto più che se la sua lista solitaria a cinque stelle ottenesse un risultato scintillante nella natìa Puglia dove l’ex premier capeggia nel proporzionale come in Lombardia, Sicilia e Campania, la resa d’immagine personale sarebbe la stessa di una eventuale ma molto meno probabile vittoria nell’uninominale.

Matteo Renzi almeno non ha quasi avuto neppure l’imbarazzo della scelta: l’ex premier ed ex segretario del Pd sa benissimo di dover scontare una impopolarità personale molto diffusa. Sommare l’handicap a quello già pesante di non avere alle spalle una coalizione sarebbe stata troppo anche per un inveterato giocatore d’azzardo come lui. Il compagno e leader della lista Calenda invece rischia grosso: tra i duelli, quello tra lui e la fino a poche settimane fa compagna di lista Emma Bonino, nel collegio di Roma 1, sarà probabilmente il confronto diretto seguito con più attenzione e aperto tifo. È vero che Calenda ha probabilmente più da guadagnare che da perdere nella tenzone ma un certo fegataccio non gli si può negare. Pur con tutte le attenuanti essere battuto nel collegio più “suo” che ci sia sarebbe comunque un colpo duro.

Agli altri leader che si batteranno nei collegi non si può riconoscere altrettanto coraggio. Berlusconi mira a ripetere, in formato ridotto, la sua prima esperienza politica. Allora era in campo a Milano e poteva contare sui moltissimi tifosi a cui aveva regalato gioie come presidente del Milan. Stavolta segue lo stesso copione a Monza e grazie al Monza. Ma il Cavaliere, si sa, è mattatore per passione e vocazione. La campagna forzista la farà lui e solo lui capolista nel Lazio, Campania, Piemonte oltre che competitor in prima persona a Monza. La leader Giorgia Meloni ha scelto L’Aquila, collegio fortissimo ma che le permetterà di scrollarsi un po’ di dosso l’ipoteca della roccaforte del Lazio, dove comunque sarà capolista.

Per Luigi Di Maio la candidatura nell’uninominale a Napoli-Fuorigrotta è un’occasione non una minaccia. Contro candidati forti come Carfagna e Costa rischia di non farcela pur con il Pd alle spalle. Ma solo con la lista del suo partito non ci sarebbe stato rischio bensì cupa certezza: il 3 per cento è un miraggio. Non lo è invece per la lista Si-Verdi, però non è neppure una certezza. Il leader di Si Fratoianni ha accettato di cedere il collegio forte ma non blindato di Pisa al costituzionalista del Pd Ceccanti. Forse anche per ricucire il filo con i suoi elettori poco convinti dall’alleanza con il Pd. Così Fratoianni potrà dire di aver solo imposto al Nazareno due candidati molto popolari a sinistra come Ilaria Cucchi e Abou Soumahoro senza andare oltre. Il leader dei Verdi Bonelli non si fa di questi crucci. È candidato a Imola e spera nella classica resistenza della base Pd in Emilia.

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