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Sorveglianza e censura preventiva. Se Zuckerberg si ispira alla Stasi

Chi è che controllo, giudica e blocca i profili su Facebook? Il loro mestiere ricorda quello dell’agente del film “Le vite degli altri”
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Da una settimana, Facebook ha congelato il mio nuovo profilo. Non posso fare post, non posso fare commenti, non posso mettere una qualunque reazione ai post e ai commenti degli altri; posso solo ricevere e fare richiesta di amicizia, ma a che cosa potrebbero servire nuove amicizie se l’aspetto centrale e fondamentale di Facebook, quello di avere delle relazioni con altre persone, delle amicizie, benché virtuali, fatte di scambi di reazioni e sentimenti e argomenti, mi viene negato? Che cosa è accaduto, perché sono sanzionato? Ho commesso una qualche violazione delle regole standard di Facebook?

Niente di tutto questo, anzi nei Messaggi di assistenza trovo questa comunicazione: «Nessuna violazione. Grazie per aver contribuito a mantenere Facebook un luogo sicuro per tutti». Quindi, sono un “cittadino” virtuoso e modello dello spazio pubblico di Facebook – ho anche la certificazione di buona condotta. E allora? Adesso, ogni tentativo che faccio per esercitare un mio qualunque “diritto civile” (pubblicare, commentare, esprimere una reazione ai contenuti che incontro) mi appare la scritta: «Per prevenirne un uso improprio, abbiamo temporaneamente limitato la tua capacità di utilizzare questa funzione su Facebook. Riprova più tardi». Capisco questo dunque: non ho commesso alcun uso improprio – pubblicare testi osceni, immagini offensive o lesive, bullizzare, deridere, denigrare qualcuno – ma mi si previene dal farlo.

Non solo, qui non è “uomo avvisato mezzo salvato”, perché non è un avviso, ma una vera e propria sanzione. E in più, a tempo indeterminato; mentre in genere ti viene comunicata l’entità della sanzione, della pena – una settimana, quindici giorni, trenta giorni (è successo anche a me) – in questo caso c’è scritto solo “temporaneamente” e di riprovare. Ho riprovato: il primo giorno, il secondo giorno il terzo giorno, per tutta la settimana. Quando è esattamente “più tardi”? Che fuso orario c’è a Facebook? Che calendario seguono?

Nel film Minority Report, tratto da un romanzo di Philip K. Dick, siamo nel 2054 a Los Angeles e c’è un reparto speciale della polizia che interviene sul “precrimine” – non su un crimine che è stato effettivamente compiuto, ma per impedire che venga compiuto. Il reparto speciale si muove sulle indicazione di tre “precog”, tre essere speciali – una donna e due gemelli, perennemente immersi in una vasca e collegati tra loro nelle loro visioni – che hanno sviluppato delle capacità sensoriali straordinarie: vedono quello che potrebbe accadere o sta per accadere. È sulla base delle loro indicazioni che il reparto speciale “precrimine” interviene. Va da sé che c’è un inghippo in tutta questa storia, e non certo a favore della giustizia e del diritto. Mi chiedo: ma anche a Facebook ci sono i precog? Chi sono gli uomini e le donne di Facebook che ci spiano, ci osservano, ci leggono, che ci giudicano? Ridono delle nostre battute, si indignano per le nostre stupidaggini? Che cosa pensano della guerra, sono filoputiniani o a favore della resistenza ucraina? Qui non si tratta di un algoritmo – nell’algoritmo agisce una istruzione se (if) si verifica un evento: a esempio, se uso la n-word, e l’algoritmo lo rivela e sanziona, o una serie di parole considerate “sconvenienti”. Ma qui non c’è “evento”. E non c’è pilota automatico. Qui c’è, per così dire, la mano umana.

Nel film Le vite degli altri, ambientato nella Germania dell’est, prima della caduta del Muro, l’uomo della Stasi che deve spiare e ascoltare il drammaturgo sospetto di idee troppo liberali pian piano sviluppa una sorta di empatia verso quel “nemico del popolo”, e proverà a aiutarlo. Anni dopo, quando la Germania è unita, il drammaturgo cercherà di scoprire negli archivi di polizia ormai pubblici perché e chi lo perseguitava, e capirà che la sua “spia” in realtà gli aveva dato una mano. Gli dedicherà un libro. Qualcuno tra i precog di Facebook prova empatia per me? Fra qualche anno, quando gli archivi di Facebook saranno pubblici, scoprirò anch’io la sua sigla di riconoscimento? Naturalmente ho provato a fare ricorso – sono stato aggressivo in uno, sono stato argomentativo in un altro, sono stato accondiscendente in un altro ancora; l’ho fatto in italiano, l’ho fatto in inglese (hai visto mai i precog di Facebook stiano tutti in California), ma non ho avuto mai alcuna risposta. C’è pure un mitico “tribunale” dove puoi fare appello, l’Oversight Board. Ma per fare appello devi avere un numero di pratica, e il numero di pratica ti viene dato solo se l’Oversight Board considera che tu possa fare ricorso.

Non è il mio caso – d’altronde io non ho commesso un crimine, sono ancora nello spazio vasto e vacuo del “precrimine”. In ogni caso, è possibile una sorta di “autodifesa”, ma una difesa legale – assistiti da chi queste cose le studia, le conosce – l’esercizio del diritto, competente e articolato, è escluso. Nello spazio pubblico più esteso, significativo, numeroso del mondo, non c’è esercizio alla difesa. È come se a giudicare di questo spazio pubblico ci sia un signorotto feudale, con una corte di vassalli che lo sorreggono: una privatizzazione del diritto, dell’esercizio della giustizia – che di questo si tratta, benché i reati siano di “opinione”, questione delicatissima.

È vero, io sono un peccatore – sono stato sanzionato più volte da Facebook, che fosse per l’algoritmo che fosse per una segnalazione che fosse per una spia delle vite degli altri. Ma ho “peccato” con un altro profilo, mai con questo che è nuovo di zecca. Come potrei essere un “recidivo” su un profilo di nuovo conio? Il fatto che due profili virtuali siano riconducibili alla stessa persona, li condanna entrambi per “concorso morale”? E perché mai? Un profilo è una persona? Ma se è così – se ogni virtualità può essere ricondotta alla corporeità, questione anch’essa delicatissima – perché non ho l’elementare e fondamentale diritto all’habeas corpus?Potenzialmente, perciò, siamo tutti passibili di sanzione – imperscrutabilmente. È come se a quelli che la fanno franca, accade per caso o solo perché hanno avuto più fortuna. Parafrasando la nota frase (forse apocrifa) attribuita a un magistrato (mi sto autocensurando), «Non esistono politici innocenti ma colpevoli su cui non sono state raccolte le prove», si potrebbe dire che: «Non esistono utenti Facebook innocenti ma colpevoli che non sono stati ancora sanzionati».

Tutta questa storia mi deprime tantissimo – io sono molto grato a Facebook di esserci: colma la mia quotidiana solitudine, riempie il mio eremo di persone e di amici. Non è giusto, però.

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