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La politica sospenda gli slogan e pensi ai futuri “laici” del Csm per rifondare la giustizia

Lettera di Oliveri del Castillo, candidato per il Consiglio superiore
I partiti hanno l’opportunità di individuare 10 nomi d’eccellenza per comporre i ranghi del Consiglio superiore e operare quel rinnovamento che chiede una società sfiancata dalle inefficienze
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La fine della lunga agonia di questa legislatura lascerà in vita un’ultima propaggine; l’ultima appendice di una stagione così controversa e convulsa. Par chiaro, infatti, che questo Csm, nominato per 1/3 dal Parlamento sciolto, ha davanti a sé ancora parecchi mesi di attività.

A settembre i magistrati eleggeranno i propri rappresentanti al consesso di palazzo dei Marescialli, ma le convulsioni e le frammentazioni della politica che si stagliano all’orizzonte rischiano di tardare – e non di poco – la nomina della componente politica del Csm. Sino a quando i dieci eletti parlamentari non saranno individuati, l’organo di governo delle toghe proseguirà la propria corsa per l’evidente necessità di dare continuità all’esercizio indefettibile delle sue funzioni costituzionali. In una nazione che avesse davvero a cuore le sorti della giustizia italiana, con un ceto politico che non fosse interamente (o quasi) assorbito da una feroce lotta per la sopravvivenza – tra partiti in via d’estinzione e lo scoccare della ghigliottina per il taglio dei parlamentari – questo sarebbe un buon tempo per prendere decisioni assennate.

La politica dovrebbe, con saggezza e lungimiranza, fare scouting tra le migliori file dell’accademia, dell’avvocatura e della stessa politica per cercare di convincere dieci persone autorevoli ad accettare la nomina a componenti del Csm e dedicarsi a quell’opera di rifondazione della magistratura che tutti – dal Quirinale all’Anm – ritengono indifferibile. Non si dimentichi che tra quei dieci nomi deve essere eletto il vice-presidente dell’organo di autogoverno e che a costui, anche la riforma Cartabia, assegna funzioni rilevanti per il funzionamento dell’organo. Già non guasterebbe mettersi d’accordo sul nome di una donna che possa espugnare – dopo le Camere e la Corte costituzionale – l’ultimo dei palazzi del plesso repubblicano che resiste al nuovo corso della società.

La magistratura italiana è composta da una maggioranza di donne e femminile è la più alta percentuale di nuove toghe. Non si tratta solo di riequilibrare la rappresentanza di genere, ma di dare spazio anche a modalità nuove di approccio a un’istituzione che soffre di una costante vocazione all’iper-regolamentazione. Vizio che, per essere eliminato, solitamente richiede un cuore nuovo e mente sgombra da pregiudizi; come dire “donna è meglio” quando si tratta di cambiare.

Poi c’è il tema, al momento ampiamente sottovalutato, della riforma Cartabia. La nuova legge, per trovare vera e concreta attuazione, esige un Csm estremamente proclive ad assecondare l’ispirazione politica e istituzionale che ne costituisce l’impalcatura di fondo. La scelta del vice-presidente e degli altri 9 componenti laici avrà un peso non marginale nella stessa possibilità di inaugurare un nuovo corso nella magistratura italiana. Saranno necessari uomini e donne che abbiano un’esperienza concreta del funzionamento della giustizia e dei suoi problemi e, soprattutto, che abbiano una consapevolezza acuta del modello di giurisdizione che si intende assegnare al paese. Lo si è ripetuto più volte: da qualche decennio ormai non importa tanto quali siano le regole del processo civile e penale, quel che conta è l’organizzazione giudiziaria.

Il modo con cui si valutano i giudici, si scelgono i vertici degli uffici, di irrogano le sanzioni disciplinari, si coprono le dozzine di caselle negli incarichi a latere della direzione degli uffici e dello stesso Csm, Tutto ciò ha un’importanza strategica per il funzionamento della giustizia. Quanto accaduto, proprio con la legge Cartabia, per presidiare il rispetto effettivo delle norme sulla presunzione d’innocenza è fondamentale. Nel 2021 la direttiva comunitaria è stata recepita in Italia attraverso una serie di garanzie; oggi se ne pretende l’osservanza con appositi illeciti disciplinari che hanno così strangolato le relazioni tra toghe e stampa. Non passa giorno senza che qualcuno se ne lamenti e non passa giorno senza assistere al prosciugamento, alla progressiva bonifica della palude mefitica delle connessioni tra alcuni pm e alcuni giornalisti.

Il legislatore ha intuito che solo brandendo la minaccia disciplinare o quella carrieristica può condurre a ragione anche i magistrati più riottosi e ha intrapreso una strada di cui pochi, ancora, percepiscono la destinazione. Se una valutazione negativa o la compromissione di una progressione in carriera è più cogente e performante di una nullità processuale; se nascondere le prove è adesso un illecito disciplinare, ma ancora non prevede l’annullamento automatico del processo (come accade nei veri processi accusatori) traspare a tutta evidenza quale sia il “modello” di magistratura che la politica intende contrastare o almeno modificare.

Ecco che il prossimo Csm – lo si è già detto in un’altra occasione a proposito della qualità dei prossimi eletti tra le toghe – sarà lo snodo fondamentale di questo disegno volto al riposizionamento della giurisdizione attraverso lo strumento obliquo, ma efficace dell’organizzazione e della gestione delle carriere. La politica ha capito che, in un sistema di governo dei processi reso difficoltoso dalla drammatica scarsità delle risorse e da prassi sempre più lasche e anomiche, l’unica soluzione è – per così dire – porsi a monte del problema incidendo non sul funzionamento dei processi, ma sulle toghe che li gestiscono. E’ come se in un campionato automobilistico si affidassero le sorti di una scuderia a un cambio dei piloti, vista la difficoltà di migliorare la macchina. Non è una gran bella soluzione e neppure troppo lungimirante.

Certo nell’immediato garantisce qualche risultato, ma a lungo andare genera prassi conformanti e astute che aggirano i problemi sostanziali. Primo tra tutto quello della sempre più scadente qualità dei provvedimenti emessi dai giudici italiani, letteralmente stritolati dalla mancanza di risorse, dai carichi di arretrato e dalle nuove imposizioni della legge Cartabia che ne minacciano le carriere. “Torniamo allo Statuto” titolava l’articolo pubblicato il 1 gennaio 1897, sulla rivista Nuova Antologia, dal deputato della Destra storica Sidney Sonnino in cui invocava il ritorno alle regole fondamentali del regno per arginare la crisi delle istituzioni. Ecco, occorre mettere mano in modo deciso alle regole fondamentali della giustizia italiana, prime tra tutte quelle costituzionali, riconoscendo che la giurisdizione non costituisce l’esercizio di una sorta di sacerdozio laico che genera una casta di chierici, ma è lo strumento indispensabile attraverso cui i cittadini vedono tutelati beni fondamentali e diritti inalienabili.

La politica ha l’opportunità – se non opta per la scelta di qualche sopravvissuto alla tormenta che si è abbattuta su di essa cui dare uno strapuntino – di individuare 10 nomi d’eccellenza per comporre i ranghi del Csm e tracciare la strada di quel rinnovamento che abbia lo sguardo fisso non sull’ombelico delle toghe, ma sulla domanda di giustizia che viene da una società dolorante e sfiancata dalle inefficienze.

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