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«Ma la giustizia non era un’emergenza? E allora perché la politica tace?»

Intervista al presidente dell'Ucpi Gian Domenico Caiazza: «Al momento la situazione delle nostre carceri è drammatica, le condizioni di vita all'interno sono tra le peggiori d’Europa: stamattina incontreremo il capo del Dap Carlo Renoldi»
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L’Unione delle Camere Penali Italiane sta inviando in queste ore a tutti i leader di partito – Calenda, Della Vedova, Fratoianni, Letta, Meloni, Renzi, Salvini, Speranza, Tajani – una lettera in cui sono descritti «i punti irrinunciabili di una profonda, radicale riforma della giustizia penale e dell’Ordinamento Giudiziario, che il Paese non può più oltre attendere». Nella stessa si chiede «un chiaro e franco confronto tra le forze politiche in competizione». Insomma la giustizia sia protagonista di questa campagna elettorale. Ne parliamo con il Presidente dell’Ucpi Gian Domenico Caiazza che stamattina alle 9 incontrerà il capo del Dap Carlo Renoldi.
Presidente prima di guardare al futuro, le chiedo un bilancio di quest’ultima legislatura sui temi della giustizia.
Fino al Governo Draghi abbiamo vissuto la peggiore stagione giustizialista e populista della storia repubblicana. La Ministra Cartabia ha rappresentato sicuramente una boccata di ossigeno, un ritorno ai valori costituzionali. Tuttavia ha dovuto pagare conti salatissimi ad una mediazione politica imposta da una maggioranza completamente eterogenea. Quindi ereditiamo una riforma che, pur contenendo alcuni aspetti positivi, è lontana dalle esigenze improcrastinabili di una riforma profonda e radicale del processo penale e dell’Ordinamento giudiziario, quali il Paese a nostro avviso reclama.
In questa campagna elettorale sembra essere scomparso il tema della giustizia. Invece voi con questa lettera chiedete ai partiti di venire allo scoperto.
Tutti dicono che la giustizia, quella penale in particolare, è una emergenza cruciale del Paese, eppure in campagna elettorale si tende a stemperare, se non addirittura a sottacere questo tema. Noi chiediamo che le forze politiche escano allo scoperto e dicano con chiarezza al proprio elettorato quale idea di giustizia abbiano in testa e qual è la loro posizione rispetto ai temi che proponiamo.
Il primo punto tra le vostre priorità è la separazione delle carriere, uno dei temi chiusi nei cassetti della politica.
La nostra proposta di iniziativa popolare ha definitivamente sdoganato il tema e lo ha posto al centro dell’attenzione politica. Già un anno fa, all’ultimo congresso di Roma, dissi che nella prossima legislatura, quindi quella che verrà dopo il 25 settembre, questa battaglia può essere vinta. Nessuna riforma del processo penale è seriamente immaginabile se non diamo esecuzione al comando costituzionale dell’articolo 111 che un giudice terzo non per sua virtù intellettuale o culturale ma per sua collocazione ordinamentale.
Rimettete al centro anche il tema della prescrizione dopo il gran pasticcio dell’improcedibilità.
La soluzione adottata dell’improcedibilità in grado di appello è una soluzione che non è stata proposta da nessuna forza politica. Si è arrivata a quella soluzione a seguito della richiesta non negoziabile dei Cinque Stelle per cui doveva rimanere in piedi l’interruzione della prescrizione dopo la sentenza di primo grado. Paradossalmente il risultato ottenuto è anche il peggiore per la stessa logica dei pentastellati, a dimostrazione della qualità di questi signori e il disinteresse per i loro stessi obiettivi. A loro interessa solo ciò che si riesce a comunicare.
Il ritorno alla prescrizione del reato potrebbe essere un risultato più a portata di mano, dopo un ridimensionamento del M5S in Parlamento.
Sicuramente sì.
Continuate a battere il tasto dei magistrati fuori ruolo. Non sarebbe più facile chiedere di aprire all’Avvocatura?
No, non è questo il punto. Non si capisce perché un magistrato che ha vinto il concorso debba essere distaccato al Ministero a fare la politica della giustizia, in violazione eclatante della separazione dei poteri. È chiaro che su alcuni ruoli il Guardasigilli deve chiamare necessariamente un magistrato, penso, ad esempio all’Ufficio ispettivo. Ma questo non vuol dire occupare militarmente via Arenula.
Lei parla spesso di “manine” che intervengono sui provvedimenti legati alla giustizia. Intende proprio i magistrati dell’ufficio legislativo del ministero?
Non lo dico in senso complottistico. È ovvio che i magistrati su alcuni passaggi particolarmente sensibili per la magistratura italiana esprimano quel punto di vista, soprattutto in occasione di interventi ipertecnici.
Inappellabilità per il pm delle sentenze di assoluzione. I partiti sarebbero in grado di farsi nemici i magistrati requirenti?
Io mi auguro di sì. Questa domanda conferma la giustezza della nostra iniziativa: cari partiti diteci da subito il vostro pensiero. Auspico che la politica abbia raggiunto una piena autonomia dalla magistratura e non debba temere dunque nulla. Chiare indicazioni della Convenzione europea dei diritti dell’omo e del Patto Internazionale sui diritti civili e politici prevedono e garantiscono il diritto del condannato, non certo del pm, ad un secondo giudizio. Inoltre, il mantenimento dell’appello del pm si pone su un piano di insanabile contraddizione con il recepimento nel nostro ordinamento del principio dell’oltre ogni ragionevole dubbio. Infine vorrei far notare che la stessa Commissione Lattanzi ne aveva proposto l’abolizione. Purtroppo gli interventi riformatori in fieri non hanno inteso recepire tale indicazione.
Le riporto due dati: 50 suicidi in carcere dall’inizio dell’anno. Inoltre questo Governo non è riuscito a portare a casa nessuna minima riforma sul carcere. Sembra che politicamente non convenga investire sul carcere.
Il carcere è kryptonite in fase elettorale. L’intervento riformatore che ci auguriamo venga portato avanti dovrà recuperare il prezioso lavoro svolto dagli Stati generali dell’Esecuzione penale promossi nel 2017, le cui pregnanti risoluzioni non sono state fino ad oggi recepite in specifici provvedimenti legislativi. Al momento la situazione delle nostre carceri è drammatica, le condizioni di vita all’interno sono tra le peggiori d’Europa. A tal proposito stamattina incontreremo il capo del Dap Carlo Renoldi.
Voi avete intitolato il prossimo congresso di Pescara “La Giustizia dopo il populismo. Le idee e l’impegno dei penalisti italiani”. Quindi, con meno 5S in Parlamento, è finita la stagione del populismo penale? O ci sono altre forze politiche affette dal virus?
Il populismo penale è stato seminato per 30 anni nel Paese, fino a sbocciare nel fenomeno Cinque Stelle. Abbiamo dato quel titolo al nostro congresso perché certamente con i Cinque Stelle al Governo abbiamo vissuto un dei periodi più bui della nostra storia. Però il giustizialismo, non essendo nato con loro, non si potrà esaurire con la loro riduzione in Parlamento, a seguito delle prossime elezioni. Purtroppo esso è diffuso nelle forme più varie e spesso anche più insidiose all’interno delle forze politiche. Le scorie populiste continueranno ad esserci ed è contro di loro che ci siamo costituiti decenni fa.
Ma tra i destinatari della vostra lettera non c’è Giuseppe Conte?
Ci piace il dialogo ma non ci piace perdere tempo.

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