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Meloni fa sul serio: «La candidata premier c’est moi…». E il Cav conferma: «Sarà adeguata!»

destra Orban Meloni
La leader di Fdi ormai gioca allo scoperto e punta a palazzo Chigi con l’ok di Silvio
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La destra ha una candidata ormai di fatto ufficiale: Giorgia Meloni. Impegnati a osservare sempre più allibiti le acrobazie suicide nell’altra metà campo, politici e commentatori hanno dato scarsa o nulla importanza al particolare. La novità è invece rilevante: per la prima volta la leader di FdI dichiara che se il suo partito prenderà un voto in più degli alleati, un inedito «periodo ipotetico della certezza», a guidare il governo sarà lei. Confermato ieri dallo stesso Berlusconi che dice: «Sarà adeguata». Gli alleati non hanno fatto una piega. Cosa fatta capo ha.

Le trattative nella destra, alla vigilia, si erano concluse con un accordo diverso. Si era parlato solo del «diritto del partito con più voti a indicare il premier». Può sembrare la stessa cosa detta con altre parole, e per la numero uno di FdI certamente era così. In realtà però la differenza era sì sottile ma anche rilevante. Indicare un premier non significa fatto necessariamente puntare sulla propria Front Runner, basti ricordare il caso della maggioranza gialloverde, quando i 5S pur trionfanti in nome di una logica di coalizione indicarono non un loro leader ma uno sconosciuto neppure iscritto al Movimento come Giuseppe Conte. Di solito, anzi, quando si tratta di “indicare” un premier di mediazione le teste di serie dei singoli partiti di quella coalizione, quelli col nome al neon sul simbolo, sono fuori gioco. Probabilmente anche in nome del compromesso raggiunto sul nodo della premiership, Salvini e Berlusconi si erano poi rassegnati a una ripartizione dei collegi uninominali nella quale il partito maggiore nei sondaggi fa la parte di un leone particolarmente vorace.

Nella scelta di non mettere apertamente in campo la sorella d’Italia incideva anche un fattore di interesse comune all’intera destra, sul quale non aveva mancato di martellare Berlusconi. In un’epoca di fortissima personalizzazione della politica far balenare l’immagine di una leader fortemente caratterizzata a destra potrebbe terrorizzare l’ala più moderata dell’elettorato di destra, creando una sorta di “effetto Marine LePen”.

Esigenze della coalizione e considerazioni dettate dalla prudenza che Giorgia ha stracciato quando, sull’onda di sondaggi “interni” e segreti che la vedono galoppare nel Paese e ancor più nell’alleanza dove sembra possa ambire a quasi il doppio delle percentuali degli altri sommate, ha deciso di dire chiaramente che la prossima premier sarà lei. A questo punto, con il fronte avversario sfarinato a livelli incredibili, è una mossa accorta. Chi vota FdI e anche chi vota centrodestra lo fa sapendo che a palazzo Chigi si insedierà la leader di un partito nato 9 anni fa come una sorta di “Rifondazione missina”, molto più simile nel dna al vecchio Msi che alla An di Gianfranco Fini. Nessuno, il giorno dopo le elezioni, potrà pertanto contestare il pieno diritto dei Meloni a a guidare il prossimo governo.

Nel 2018 contro il Salvini ministro degli Interni rampante si scatenò un’ondata di antifascismo non prova di aspetti ridicoli. Fioccavano allarmi che, incuranti del ridicolo, azzardavano paragoni con Benito Mussolini, con la camice nere, persino con le SA naziste. La formula “squadrismo mediatico” era di uso comune e quotidiano, anche se in realtà né la Lega né il M5S avevano radici anche solo vagamente fasciste.  Fare propaganda politica a colpi di anatemi scagliati usando la storia come arma di propaganda è una delle peggiori abitudini dei politici italiani. Allo stesso tempo l’ascesa di una leader comunque dichiaratamente di destra non suscita alcuna vera reazione di allarme.

In buona parte è una conseguenza dell’impatto dell’ultima legislatura e della legge elettorale che i partiti hanno scelto di mantenere pur avendo avuto quattro anni a disposizione per cambiarla. L’elettorato si è convinto che l’esito delle elezioni sia in realtà poco rilevante e che i giochi veri si facciano, dopo le elezioni e a prescindere dalle elezioni, in ristrette cabine di regia. Regna una convinzione in realtà inspiegata: “Tanto poi la destra si dividerà”. Tutto è possibile ma il quadro che si profila, quello cioè non di un esito incerto ma di una vittoria in termini di seggi parlamentari schiacciante, suggerirebbe di scommettere sullo scenario opposto.

A livelli più sofisticati, la “tranquillità” con la quale si attende il trionfo di FdI deriva dalla convinzione che comunque i vincoli internazionali siano tali da limitare al massimo i margini di manovra di qualsiasi governo. In parte è davvero così e Giorgia Meloni, con la sua sterzata iper-atlantista, ha già dimostrata di essere abbastanza navigata e astuta da sapersi muovere in quelle minacciose acque internazionali. E’ probabile che in alcune postazioni chiave del suo governo figureranno personalità scelte per rassicurare Washington e Bruxelles, completando così il processo di legittimazione internazionale della un tempo reproba. Ma sarebbe bene non farsi troppe illusioni: pensare che il governo più a destra d’Europa possa non modificare a fondo gli equilibri e la cultura politica dell’Italia è una illusione sciocca.

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