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Processi di mafia, professionalità più elevata per evitare errori

diego olivieri assoluzione
I tre giudici che compongono il collegio del processo "Rinascita Scott", secondo per importanza solamente al maxi processo di Palermo, non raggiungono insieme i dieci anni di servizio
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«Bisogna evitare che in futuro si ripetano gli errori commessi nella celebrazione dei processi sulla strage in cui ha perso la vita Paolo Borsellino». È quanto ha affermato Antonio D’Amato, già procuratore aggiunto a Santa Maria Capua Vetere e attuale presidente della Commissione per gli incarichi direttivi del Csm, in occasione dell’ultimo Plenum prima della pausa estiva. A trent’anni dall’eccidio di via D’Amelio e dal più grande depistaggio che la storia giudiziaria del Paese ricordi, il dibattito sulle stragi di mafia del 1992- 1993 è quanto mai attuale.

Nei giorni scorsi era intervenuto al riguardo il procuratore nazionale antimafia Giovanni Melillo, chiedendo «pubblicamente scusa per tutte le omissioni e gli errori, ma anche per le superficialità e persino le vanità che hanno ostacolato la ricerca della verità» sulla morte di Borsellino. Melillo aveva poi sollecitato l’esigenza di elevare la professionalità dei magistrati che si occupano dei fenomeni mafiosi, in particolare per gli aspetti relativi alla «raccolta delle dichiarazioni del collaboratore».

Per rendere maggiormente efficace il contrasto alla criminalità organizzata ed evitare i tragici errori del passato, la soluzione proposta da D’Amato prevede una riscrittura del Regolamento interno del Csm con la reintroduzione della Commissione antimafia. I componenti di tale Commissione, oltre allo studio della normativa antimafia e al monitoraggio degli uffici impegnati nei processi di mafia, avrebbero «l’obbligo di recarsi presso i medesimi uffici giudiziari al fine di ascoltare i colleghi e i dirigenti».

La Commissione antimafia di Palazzo dei Marescialli, lavorando in sinergia con le altre Commissioni, potrebbe allora fornire elementi di conoscenza circa “situazioni di incompatibilità” che si possono venire a creare, senza trascurare quanto attiene ai requisiti per i magistrati che aspirano ad incarico direttivo e semidirettivo.

Valutando gli «assetti organizzativi degli uffici (giudicanti e requirenti)» si potrebbero far acquisire al Csm «elementi preziosi di valutazione così da contribuire a rendere le decisioni consiliari più “vicine” alle reali esigenze dell’ufficio giudiziario e dunque, più efficaci in un’ottica di sollecita ed efficiente gestione di indagini e processi per fatti di criminalità organizzata di tipo mafioso».

Con una attività così organizzata, puntualizza D’Amato, «sarebbe più facile prevenire il formarsi di situazioni “anomale” e “particolari” nelle quali si annidano, assai spesso, gli errori nella conduzione di indagini e di processi anche delicati, così da scongiurare il rischio che alcune delle criticità emerse in relazione a procedimenti anche delicatissimi per la storia del nostro Paese vengano reiterate».

L’altro aspetto da non sottovalutare è relativo invece all’attività di formazione permanente dei magistrati impegnati nel settore specifico della lotta alla criminalità organizzata ed al terrorismo. Per D’Amato è fondamentale una «incisiva opera di individuazione, in questa materia, delle linee guida sulla formazione da rendere alla Scuola superiore della magistratura ed una scelta più impegnata e trasparente dei formatori». È innegabile, infatti, che l’estrema delicatezza della materia necessiti di magistrati opportunamente formati e, possibilmente, d’esperienza.

Un auspicio che molte volte si scontra con la realtà degli uffici giudiziari del Sud caratterizzati da un fortissimo turn over. Tanto per fare un esempio i tre giudici che compongono il collegio del processo “Rinascita Scott“, secondo per importanza solamente al maxi processo di Palermo, non raggiungono insieme i dieci anni di servizio.

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