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Propaganda, coalizioni divise: a cos’è servito un anno e mezzo di Cartabia?

Cartabia
Le bandierine sulla giustizia prevarranno sempre e comunque. Potremmo anche tollerarle. Se non fosse che il sistema del processo e dei diritti avrebbe ben altre priorità
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Un anno e mezzo. Tanto è durata la parentesi Cartabia sulla giustizia. Buoni risultati, qualche forzatura, ma certo un clima mai visto prima. Caduto il governo, siamo al punto di partenza. Come in un lunare gioco dell’oca politico.
Siamo stati di nuovo alle prese con la Lega e il Movimento 5 Stelle che si opponevano in coro ai decreti attuativi sul penale in materia di carcere, salvo poi votare insieme al resto della maggioranza. Poi al Senato si è ricreato il sodalizio sulla giustizia fra pentastellati e Pd, unici a chiedere di inserire il durissimo testo sull’ergastolo ostativo fra le leggi da salvare a Camere sciolte. In generale, un clima da liberi tutti, in cui la materia penale torna a essere comodo scivolo da propaganda. Addio al clima che ha consentito di portare a casa tre ddl delega, su civile, penale e Csm.

Tutto normale, direte. Sì. Ma anche un po’ deludente. La svolta – non priva di ombre, certo, soprattutto sul processo civile – impressa dall’arrivo di Cartabia a via Arenula è svanita immediatamente. Le sopravvivono poche propaggini, a cominciare dalla presenza di un giudice illuminato come Carlo Renoldi alla direzione delle carceri. O dai ricordati passaggi del testo attuativo sul penale, dalle novità positive su altri versanti, come il diritto di famiglia. Ma intanto, già il decreto che riforma anche l’esecuzione della pena ha richiesto, per ottenere il via libera in Consigli dei ministri, un inedito voto a maggioranza.
E la scollatura esecutivo-partiti, in realtà, non nasce con questo regime straordinario da “affari correnti”. Già a inizio legislatura, nell’era gialloverde, l’allora guardasigilli Bonafede si trovò isolato dalla propria maggioranza, quando Salvini gli cestinò in una mattina d’estate il primo, ormai dimenticato, tentativo di riforma della giustizia. Tutto torna alla casella iniziale. Come in un gioco dell’oca, appunto. Con una serie di coincidenze un po’ suggestive ma un po’ anche – anzi soprattutto – avvilenti.
Altra obiezione inevitabile: vedrete che se solo riuscirà, nelle urne, ad affermarsi con chiarezza una sola delle due coalizioni principali, avremo un programma sulla giustizia chiaro, più semplice da realizzare di quanto non sia stato, per Cartabia, adeguarsi al Pnrr. Può essere che vada così. Ma pure di questo è legittimo dubitare. Prendete il centrodestra: su cosa concordano? Forza Italia ha idee diverse, sul penale e sul carcere, rispetto a Lega e Fratelli D’Italia. E anche se vincesse l’area Draghi a cui lavora il Pd, siete proprio sicuri che Di Maio e Speranza andranno a braccetto con Calenda e gli ex forzisti?
Le bandierine sulla giustizia prevarranno sempre e comunque. Potremmo anche tollerarle. Se non fosse che il sistema del processo e dei diritti avrebbe ben altre priorità: managerialità nei Tribunali, investimenti nella formazione e in generale nelle risorse umane, digitalizzazione estesa a ogni ambito, strutture decenti. Tutti i partiti dicono di essere pronti a garantire anche questo. Ma c’è un problema: sventolare bandierine porta via tempo. Ruba lo spazio e le energie alle riforme, alle leggi e agli interventi amministrativi davvero necessari (e reclamati innanzitutto dall’avvocatura). Fare propaganda sul penale è un’attività intensissima, che richiede impegno, dedizione. Mica è uno scherzo. E voi dite che i partiti, chiunque sia il vincitore alle Politiche di settembre, già impegnati in attività cosi dispendiose, avranno davvero il tempo di occuparsi delle “questioni terra terra” di cui davvero la giustizia avrebbe bisogno?

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