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La via stretta di Enrico Letta: una coalizione stile Berlusconi ’94

Enrico Letta Berlusconi
L’unico modo per tenere insieme Calenda, Bonelli e Fratoianni è ripetere l’esperimento di Berlusconi con Lega e An, ma non sarà facile
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Più che di una coalizione, per il momento Enrico Letta è alla ricerca di una forma della coalizione con la qual si presenterà alle urne tra un mese e mezzo: un modello di alleanza che ancora resta incerto. La strategia che aveva in mente al momento di assumere la guida del Pd, impostata dal suo predecessore Nicola Zingaretti, era una classica coalizione politica e programmatica di centrosinistra composta dal Pd, dal M5S, da Si e Verdi nonché da quei centristi che avessero voluto aderire che si candidava al governo del Paese. Quel progetto costruito nel corso di anni è franato d’improvviso lasciando il leader del Pd alle prese con l’urgenza di sostituirlo in tempi record.

La trovata di Letta è stata l’alleanza elettorale: un patto tra diversi senza ambizione programmatica e governativa comune, stretto solo per fermare la destra o almeno limitarne la vittoria. Quella formula però è stata sabotata e distrutta da Calenda che, forte di un notevole potere di ricatto perché essenziale per competere in moltissimi collegi uninominali, ha di fatto imposto una coalizione politica centrista con due leader, lui e Letta. Intorno a questa coalizione politica si possono poi stringere alleanze puramente tecniche e non elettorali, in particolare quella con Europa Verde, il cartello formato da Sinistra italiana e Verdi.

Solo che questa formula costringe la lista di sinistra nel ruolo dei paria, parenti poveri accolti senza alcun onore nella dimostra della vera coalizione e relegata anzi nel sottoscala. Soprattutto per Sinistra italiana, che doveva già vedersela con una cospicua rivolta interna, questo modello non è accettabile e spunta, anche se per il momento solo come extrema ratio, la tentazione di dar vita a una coalizione di sinistra con il M5S e probabilmente con una ulteriore lista composta da personalità della società civile.

Il coniglio che Letta può tirare fuori dal cilindro per evitare lo smottamento e rimodellare la sua coalizione senza perderne altri pezzi è uno solo, e costerebbe comunque un secco aumento dei collegi uninominali in quota Europa Verde. Si tratterebbe di dar vita a due patti programmatici diversi e non alternativi tra loro, o almeno non apertamente: quello già firmato con Calenda e un altro da sottoscrivere con i leader di Ev, Fratoianni e Bonelli, nel quale si segnalerebbero gli obiettivi comuni del Pd e della lista rossoverde: cose come il salario minimo oppure l’accelerazione della transizione ecologica e del passaggio alle rinnovabili.

Qualcosa del genere in Italia è già stato tentato. Nel 1994 Berlusconi aggirò così lo scoglio costituito dall’incompatibilità dei due partiti con i quali intendeva allearsi: la Lega e Alleanza nazionale. Il suo partito, perno e cerniera della coalizione, avrebbe stretto due alleanze diverse: una Forza Italia-Lega al nord, chiamata Polo della Libertà, e una con An a sud, il Polo del Buongoverno. La mediazione tra i due partiti che si detestavano reciprocamente sarebbe passata attraverso il ruolo guida del partito maggiore, quello appena fondato dal Cavaliere.

Fu un’idea a modo suo geniale ma non facilmente riproducibile e comunque col fiato corto. A rendere quella strada praticabile fu infatti la singolare divisione del Paese: la Lega non esisteva al sud, An poteva contare solo su alcuni avamposti al nord. La tensione comunque fu uno egli elementi principali per determinare la caduta del primo governo Berlusconi appena pochi mesi dopo la trionfale vittoria elettorale. In campagna elettorale, comunque, i duellanti rimasero in buon ordine, anche perché il grosso della campagna pesava sulle spalle del capo indiscusso Berlusconi. Lega e An, comunque, tennero a freno la lingua e per 60 giorni misero la sordina alla rissosità.

Non è facile che vada così anche nella coalizione di Letta, sempre che nasca. Sia la base di Fratoianni che quella di Calenda vivono reciprocamente la presenza dell’altra fazione come intollerabile. Per assicurarsene il voto entrambi i leader dovranno spendere buona parte delle loro energie nell’attaccare non i rivali di destra ma gli sgraditi alleati, o almeno a prendere abissali distanze da loro. Complice la vicinanza della prova è prevedibile che i toni si scaldino, le parole diventino più grosse. Ma per Letta una campagna elettorale segnata dalla rissa all’interno della propria alleanza, “elettorale” o meno che sia, sarebbe un rimedio peggiore del male.

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