Il Dubbio di oggi

Il Dubbio del lunedì

Giustizia tributaria, il Senato dice sì. Ma i dubbi sulla riforma restano…

Per i futuri giudici basterà la laurea in economia e commercio, aspetto critico secondo il Cnf
Share on facebook
Share on twitter
Share on linkedin

Dopo anni di polemiche e discussioni interminabili, il Senato in 24 ore è riuscito ad approvare, sia in Commissione che in Aula, la riforma della giustizia tributaria: 166 voti a favore, 7 contrari, 15 astensioni. Il voto finale sul testo è previsto per martedì prossimo a Montecitorio con una seduta straordinaria. Sono state così smentite le indiscrezioni dei giorni scorsi che ipotizzavano un colpo di mano da parte del governo inserendo la riforma nel decreto “Aiuti bis”. Finisce, dunque, in soffitta la magistratura tributaria “onoraria”, che in questi decenni ha gestito un contenzioso di circa 40 miliardi l’anno, pari ad almeno un paio di punti di Pil. I futuri giudici tributari di ruolo saranno tutti assunti per concorso pubblico. A differenza delle altre magistrature, però, potranno partecipare alle selezioni anche coloro in possesso di una laurea in economia e commercio, un aspetto che ha già sollevato perplessità da parte del Consiglio nazionale forense e dell’Unione nazionale avvocati tributaristi: «Una riforma accettabile della giurisdizione tributaria – spiega la presidente del Cnf – deve necessariamente presupporre la piena attuazione dei requisiti di indipendenza, terzietà e imparzialità richiesti dall’articolo 111 della Costituzione, assicurando l’attuazione di un “giusto” processo tributario e, con esso, il corretto esercizio della funzione impositiva mai prescindendo dalla difesa tecnica specializzata e dal rispetto di regole professionali e deontologiche condivise. Condizioni che dovrebbero essere imprescindibili anche e soprattutto nell’attuazione degli obiettivi del Pnrr», aveva spiegato la presidente del Cfn Maria Masi.
La riforma della giustizia tributaria arriva, come detto, dopo anni di accesi dibattiti. Il Conte uno si era aperto con l’urgenza di riformare la giustizia tributaria. E sempre il Conte uno si era chiuso con una citazione sulla sua mancata riforma. All’insediamento del Conte due, a settembre del 2019, la riforma della giustizia tributaria era stata espressamente inserita nel programma di governo ed il premier aveva anche affermato di voler eliminare quanto prima «un grado di giudizio» nel processo tributario affinché chi «abbia una pendenza possa risolverla in tempi brevi», senza dover «rimanere dieci anni bloccato per una cartella esattoriale». Nel 2019 c’era stata pure la proposta della Corte dei Conti di attribuirsi le competenze in materia tributaria.
Arrivato Mario Draghi, i ministri della Giustizia e del Mef, Marta Cartabia e Daniele Franco, come prima cosa avevano deciso di nominare una Commissione di esperti (magistrati, professori, avvocati) per elaborare un testo di riforma. La Commissione, presieduta dal professore Giacinto Della Cananea, terminò i propri lavori a maggio del 2021 depositando due distinte proposte che, però, non ebbero alcun riscontro. Quest’anno, infine, è stato il turno della “task force” ministeriale che aveva l’urgenza di fare presto, visto che la riforma tributaria nel frattempo era finita fra gli obiettivi del Pnrr da portare a termine entro il prossimo 31 dicembre. A dire il vero, il Pnrr prevedeva solo di risolvere l’arretrato esistente presso la Cassazione, dove la metà del contenzioso civile è “incagliato” presso la sezione tributaria. Ad imprimere una accelerazione alla riforma erano state anche le parole del primo presidente della Cassazione Pietro Curzio, che in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario aveva affermato che la metà dei ricorsi tributari vengono annullati, stigmatizzando così la qualità delle sentenze di merito. Circostanza smentita in più occasioni da Antonio Leone, presidente del Consiglio di presidenza della giustizia tributaria, il quale ricordò che gli annullamenti erano in linea con quanto avveniva nel settore civile. Di contro, aggiunse Leone, andava apprezzata «la celerità del giudizio tributario in primo e secondo grado rispetto a tutte le altre giurisdizioni».
Attualmente l’organico è composto da circa 2800 giudici onorari che scenderà a poco meno di 600 professionali, per il Parlamento perfettamente in grado di gestire le 200mila cause che vengono mediamente incardinate ogni anno. L’età pensionabile, ora a 75 anni, verrà progressivamente abbassata a quella delle altre giurisdizioni. Modifiche importati sono previste per il Cpgt che avrà la stessa “dignità” degli altri organi di autogoverno, con una autonomia finanziaria, e i giudici chiamati a farne parte saranno collocati fuori ruolo. E veniamo ai costi, oggi di 60 milioni di euro l’anno, una cifra destinata ad aumentare di molto in futuro. Il Parlamento ha garantito fin da ora le risorse necessarie.
Il testo di riforma, comunque, contiene altre novità. È previsto un certificato di fedeltà fiscale per chi, società e partita Iva a cui si applicano gli Isa, ha versato ed è in regola con il pagamento delle tasse. Vengono introdotte delle premialità sul fronte del contenzioso, con una facilitazione per la compensazione dei crediti fiscali e, nel caso del processo, di sgravi particolari. Modifiche sul rito, poi, per quanto riguarda la prova testimoniale. In Cassazione la sezione tributaria, infine, viene espressamente prevista.

Ultime News

Articoli Correlati