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«Sì, rischio la galera, ma accompagnerei di nuovo Elena a morire serena»

Intervista a Marco Cappato, tesoriere dell'associazione Luca Coscioni: il suo scopo è far riconoscere il diritto all’aiuto al suicidio anche per i malati che non sono tenuti in vita da «trattamenti di sostegno vitale». Ed è proprio per questo che è «pronto a rifarlo»
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Alle 11.15 di ieri, Marco Cappato ha di nuovo messo piede in una caserma dei carabinieri, autodenunciandosi per aver aiutato Elena, 69enne originaria di Spinea, in provincia di Venezia, a morire in Svizzera. Una scelta che ha fatto diverse volte negli anni, con dj Fabo così come con Davide Trentini, finendo a processo per le sue battaglie. Battaglie grazie alle quali la Corte costituzionale ha sancito l’illegittimità parziale dell’articolo 580 del codice penale sull’aiuto al suicidio, invitando il Parlamento a legiferare. In attesa che la politica esca dal letargo, Cappato ha deciso di metterci di nuovo la faccia, questa volta rischiando fino a 12 anni di carcere: il caso di Elena, affetta da una importante patologia oncologica polmonare irreversibile con metastasi, non rientra infatti tra quelli previsti dalla Consulta. Ma al tesoriere dell’associazione Luca Coscioni importa poco: il suo scopo è far riconoscere il diritto all’aiuto al suicidio anche per i malati che non sono tenuti in vita da «trattamenti di sostegno vitale». Ed è proprio per questo che è «pronto a rifarlo».
Questa volta rischia di più. Com’è diverso dagli altri il caso di Elena?
La sentenza della Corte costituzionale sul mio processo per aver aiutato dj Fabo a morire, che ha portato poi alla mia assoluzione, ha già depenalizzato l’aiuto alla morte volontaria in Italia, determinando quelle precise quattro condizioni per accedere a questo tipo di aiuto. Deve quindi essere una persona che esprime la volontà di porre fine alla propria vita in modo lucido e consapevole, affetta da una patologia irreversibile, che provochi una sofferenza fisica o psicologica insopportabile e che sia tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale, che è la condizione nella quale si trovava Fabiano Antoniani. Già il Comitato nazionale di bioetica, ormai quattro anni fa, sottolineò come questo tipo di condizione produca inevitabilmente una discriminazione molto grave: persone come la signora Elena, che possono avere addirittura una aspettativa di vita molto più breve di persone tenute in vita da trattamenti di sostegno vitale e condizioni di sofferenza anche più insopportabili, vedono preclusa questa possibilità. Inoltre, questa condizione potrebbe tradursi in una sorta di trattamento sanitario obbligatorio: queste persone potrebbero decidere di attaccarsi ad un respiratore artificiale, pur non avendone necessità, per poi poter accedere all’aiuto al suicidio. Quella decisione della Consulta si attagliava al caso di Fabiano Antoniani, ma generalizzata a tutti i malati che chiedono aiuto diventa discriminatoria. Infatti, la stessa Corte costituzionale, credo con consapevolezza dei limiti della sentenza, da subito aveva chiesto al Parlamento di intervenire, per stabilire in modo completo i limiti.
Spera che la questione torni davanti alla Consulta affinché si faccia un ulteriore passo avanti o spera ancora nell’intervento della politica?
La via maestra è che il Parlamento faccia una legge di legalizzazione dell’eutanasia. Le possibilità reali, dal punto di vista politico, che questo accada sono oggi vicine alle zero, dato che il Parlamento non ha più le prerogative per farlo. Per ipotizzare che nel prossimo ci sia una meggioranza chiaramente a favore della legalizzazione dell’eutanasia, quando non lo sono stati in questa legislatura nemmeno le forze cosiddette progressiste, ci vuole o una buona fantasia o un solido ottimismo. Mi sembra meno improbabile che la magistratura si faccia carico di affrontare la questione e che ne rilevi immediatamente il portato costituzionale.
La Consulta, recentemente, ha bocciato il quesito sull’eutanasia legale. Non crede che possa perdere la sua battaglia, qualora ricapitasse di fronte agli stessi giudici?
I tempi sono certamente quelli del dopo Giuliano Amato. Ma questo non significa che ci sia automaticamente una Corte costituzionale più favorevole o più ostile a questo tema. Non possiamo fare alcun affidamento, per questo questa azione di disobbedienza civile implica dei rischi concreti ed evidenti. La mia opinione è che questa discriminazione sia incostituzionale, si tratterebbe però di rivedere delle regole definite tre anni fa, non 92 anni fa. È tutt’altro che scontato che questo possa essere l’esito.
Lei ha dichiarato ai carabinieri che è pronto a rifarlo. Non teme che possa rendersi necessaria una misura cautelare, dato l’evidente pericolo di reiterazione del reato?
Sin dall’inizio sono stato totalmente trasparente nelle intenzioni, nei metodi e nelle azioni. Qualora la procura valutasse il mio comportamento come criminoso, certamente ho manifestato il “rischio” di reiterazione del reato. È oggettivo e non potrei stupirmi. Quindi mi rimetto completamente alla valutazione dei magistrati: rispetterei sia una scelta sia l’altra.
Non è stanco di doversi esporre per risolvere una questione che toccherebbe alla politica?
Con le nostre azioni abbiamo ottenuto cambiamenti molto importanti: non sono state compiute invano. Rispetto all’autodenuncia di cinque anni fa per il caso di dj Fabo, nel frattempo sono stati legalizzati il testamento biologico, l’interruzione delle terapie e l’aiuto al suicidio. In più, ogni sondaggio d’opinione sul tema dà conto di un’opinione pubblica sempre meglio disposta e favorevole. Sarei stanco e magari rassegnato se si trattasse di azioni inutili. Ma penso che quella condotta con Filomena Gallo e con l’associazione Luca Coscioni sia, tutto sommato, un’azione riformatrice che ha dato già frutti molto importanti. Non ho motivo di essere stanco.
Rimane però una difficoltà da parte della politica a rispondere ad un’esigenza che appare sempre più urgente, come dimostrato anche dalla risposta alla raccolta firme per il referendum. Perché?
Le logiche e le dinamiche del potere sono diverse da quelle che animano la gente. Nelle dinamiche di potere, interessi particolari molto ben organizzati prevalgono, anche solo in termini di ricatto ed ostruzione, su interessi molto più generali e più diffusi, ma meno organizzati e strutturati. Le posizioni clericali e proibizioniste nei partiti, anche su altri temi, pur non essendo maggioranza alla fine riescono a creare dei blocchi di veto paralizzante sui vertici del partito stesso. Altrimenti non ci si potrebbe spiegare come partiti non dico come Lega e Fratelli d’Italia (i cui elettori sono comunque ben disposti secondo i sondaggi), ma come Pd e M5S, che manifestano un consenso direi solido e importante sul tema, alla fine non abbiano speso una parola durante la campagna referendaria. Anzi, è stato evidente come il tentativo parlamentare sia stato soltanto quello di facilitare alla Corte costituzionale il compito di bocciare il referendum. Non c’è mai stata, da parte loro, una reale volontà di portare a casa una buona legge. Le lotte non si fanno facendo finta.
Cosa le ha detto Elena?
Mi ha ringraziato. E io ho ringraziato lei per la fiducia che mi ha dato. Durante tutto il percorso non ha mai perso la sua serenità e la sua determinazione, che ha trasmesso anche a me, che ero al servizio della sua scelta e della sua decisione. Le ho anche ovviamente detto che avrebbe potuto cambiare idea in qualsiasi momento, che sarei stato felice e disponibile a riportarla a casa. Mi ha sorriso, mi ha ringraziato, ma non ha preso in considerazione questa possibilità.
Cosa prova in questi casi?
Credo che quello che mi è capitato di provare non sia nulla in confronto a ciò che prova chi vive quotidianamente nella trincea delle rianimazioni, degli ospedali, lo sforzo e la difficoltà enorme per consentire a queste persone di sopravvivere e anche per rispettare per quanto possibile la volontà di chi ad un certo punto non ce la fa più. Questo non è un problema che affronta Marco Cappato, lo affrontano molto di più – e credo pagando un prezzo di fatica e di impegno – tutti loro.

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